La vicenda del bambino di Isnello partito in fasce nel 1901 e diventato sindaco di New York racconta il destino di migliaia di famiglie madonite che cercarono fortuna oltreoceano. Una storia di valigie di cartone, pacchi dall’America e radici mai recise.
Quando il 30 settembre 1951 Vincent Richard Impellitteri scese all’aeroporto di Boccadifalco come sindaco di New York, non stava arrivando solo un’autorità americana in visita ufficiale. Stava tornando a casa un bambino partito cinquant’anni prima in fasce, figlio di un ciabattino di Isnello che aveva caricato la famiglia su una nave diretta negli Stati Uniti per sfuggire alla miseria. La sua storia, prima ancora di essere quella di un uomo politico, è la storia di un popolo intero: quello delle Madonie, terra di emigranti.
Una valigia di cartone per attraversare l’oceano
Vincenzo Impellitteri era nato a Isnello il 4 gennaio 1900, primo nato del paese del nuovo secolo. I suoi genitori, Salvatore Impellitteri e Maria Antonia Cannici, appartenevano a quella schiera di siciliani che tra fine Ottocento e primi del Novecento dovettero scegliere tra la fame e il viaggio. Scelsero il viaggio. Nel 1901 caricarono i figli — Vincenzo era il penultimo di sei — e partirono per gli Stati Uniti, andando ad abitare nel Lower East Side di New York, il quartiere dove si ammassavano gli italiani appena sbarcati a Ellis Island.
Era la stessa scelta che facevano migliaia di famiglie madonite. Da Isnello, da Castelbuono, da Petralia, da Polizzi, da Gangi, da Geraci, da San Mauro, da tutti quei paesi arroccati sulle montagne dove la terra era poca e il pane scarso, partivano padri e figli per le Americhe. Spesso prima andavano gli uomini, poi facevano arrivare mogli e bambini. I piroscafi salpavano da Palermo o da Napoli e portavano dall’altra parte del mondo un pezzo di Sicilia.
Le rimesse, i pacchi, i dollari: l’America che arrivava in paese
Per chi restava, l’America non era un luogo lontano: era una presenza quotidiana. Arrivavano le lettere, arrivavano i pacchi con il vestiario, arrivavano le scatolette di carne che i bambini madoniti vedevano per la prima volta in vita loro, arrivavano i dollari. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in particolare, quando la Sicilia uscì devastata dal conflitto, il legame con i parenti emigrati divenne per molte famiglie la differenza tra sopravvivere e non farcela.
Nel 1951, quando Impellitteri tornò a Isnello, gli americani avevano lasciato la Sicilia da poco più di cinque anni dopo lo sbarco del 1943. Il paese si stava lentamente riprendendo dalla guerra. I parenti d’oltreoceano erano una sorta di famiglia parallela che inviava aiuti, e l’arrivo del sindaco di New York — uno di loro, uno del paese — assunse un significato che andava oltre l’evento di cronaca. Era la prova vivente che la traversata era valsa la pena. Che dall’altra parte dell’oceano un figlio di ciabattino poteva diventare sindaco della città più potente del mondo.
“Il ritorno del figlio alla madre”
Lo stesso Impellitteri, nel salutare Isnello prima di ripartire, definì la sua visita “il ritorno del figlio alla madre”. Una frase che racconta l’animo dell’emigrante più di mille pagine di storia. Perché chi parte non dimentica. Chi parte porta con sé l’odore del pane, il dialetto, i nomi delle contrade, i visi dei parenti. E quando può, torna.
Carlo Levi, che descrisse quella giornata in un racconto rimasto celebre, colse perfettamente l’atmosfera. Annotò l’episodio della moglie dello spazzino, Sarina Pintavalle — la ‘gna Sara, come la chiamavano in paese — che voleva a tutti i costi raccontare di come Vincent fosse nato nella casa che ora abitava lei, “tra mucchi di fieno, come il bambino Gesù”. Quella frase, ingenua e potente, riassume il modo in cui la comunità isnellese stava elaborando l’evento: trasformandolo in favola, in mito di fondazione, in racconto da tramandare.
I dati di un esodo
L’emigrazione dalle Madonie verso gli Stati Uniti fu un fenomeno di massa. Tra il 1880 e il 1924, anno in cui le leggi americane sull’immigrazione divennero molto più restrittive, milioni di siciliani lasciarono l’isola e una parte consistente proveniva proprio dai paesi montani delle Madonie e dei Nebrodi. Brooklyn, il Bronx, certi quartieri di Filadelfia e di Chicago si riempirono di famiglie che parlavano siciliano e che la domenica preparavano il sugo come si faceva al paese.
Dopo la Prima Guerra Mondiale ci fu una seconda ondata, dopo la Seconda una terza, diretta più verso il Nord Europa — Belgio, Germania, Svizzera — ma anche verso il Nord Italia. I paesi madoniti, che alla fine dell’Ottocento contavano migliaia di abitanti, hanno visto la propria popolazione assottigliarsi nel corso del Novecento fino a numeri che oggi sono spesso un terzo o un quarto rispetto a un secolo fa.
Una memoria che resiste
A Isnello, oggi, della visita di Impellitteri resta la targa del viale di ippocastani e lecci che dal paese porta verso la contrada Farchio. Resta il ricordo tramandato dai nonni ai nipoti. Resta soprattutto la consapevolezza che la storia di quel bambino partito in fasce non è un’eccezione: è il simbolo concentrato di centinaia di migliaia di storie meno note, ma non meno importanti.
Ogni famiglia madonita ha il suo Vincent: lo zio in Pennsylvania, il cugino in New Jersey, il fratello del nonno che partì e di cui si persero le tracce, la prozia che mandava i pacchi e che nessuno ha mai conosciuto di persona. Sono storie che vivono nelle fotografie ingiallite, nei nomi americanizzati che ricompaiono ogni tanto, nelle lettere conservate in qualche cassetto.
Vincent Impellitteri morì nel 1987 a Bridgeport, nel Connecticut, lontano dalla sua Isnello. Ma il suo viaggio del 1951 è rimasto nella memoria collettiva delle Madonie come una favola vera. La favola di un popolo che ha attraversato l’oceano portandosi dentro la propria terra, e che in qualche modo, ogni tanto, è riuscito a tornare.















