La morte di Giuseppe Allegra, 55enne cefaludese, si aggiunge a quelle di Matteo Messina e Davide Bellina. Una scia di sangue su una strada piena di immissioni laterali non segnalate e priva di quelle rotatorie che ormai sono uno standard su tutte le strade moderne. Una situazione non più tollerabile.
L’ennesima croce sull’asfalto. La morte di Giuseppe Allegra, 55 anni, cefaludese, avvenuta oggi 27 maggio lungo la Statale 113 all’altezza del Palazzetto dello Sport di Cefalù, riporta drammaticamente al centro dell’attenzione un tema che la comunità madonita conosce fin troppo bene: la pericolosità della “Settentrionale Sicula” è strettamente legata a una sua caratteristica strutturale che oggi, nel 2026, appare semplicemente inaccettabile. La 113 è una strada piena di accessi laterali non adeguatamente segnalati e, soprattutto, completamente priva di rotatorie nei punti più critici.
La dinamica dell’incidente
I fatti, secondo la prima ricostruzione delle forze dell’ordine, sono avvenuti intorno all’ora di pranzo al chilometro 190+150 della Statale 113. Lo scooter su cui viaggiava Allegra si è scontrato frontalmente con un’autovettura. L’impatto è stato violentissimo. Per il 55enne, nonostante l’arrivo tempestivo dei sanitari del 118, non c’è stato nulla da fare: sarebbe deceduto sul colpo a causa delle gravissime ferite riportate.
Sul posto sono intervenuti i carabinieri per i rilievi e la polizia municipale, mentre le squadre Anas hanno lavorato per gestire il traffico, andato rapidamente in tilt.
Una scia di sangue che non si ferma
Quella di oggi non è una tragedia isolata. È solo l’ultimo capitolo di un libro nero che continua ad allungarsi.
Pochi mesi fa, l’11 marzo 2026, sempre sulla Statale 113 e sempre a Cefalù, al chilometro 194,050, a soli quattro chilometri di distanza dal luogo dell’incidente di oggi, perdeva la vita Matteo Messina, appena 17 anni, anche lui in sella a una moto, anche lui dopo uno scontro con un’autovettura.
Ancora più di recente, il 2 maggio 2026, Davide Bellina, 39 anni, è morto in un incidente lungo la stessa Statale 113, nel territorio di Campofelice di Roccella, dopo uno scontro tra la sua moto e una Jeep. Trasportato all’ospedale Giglio di Cefalù, è deceduto poco dopo il ricovero.
E risalendo indietro nel tempo, la Statale 113 ha visto cadere giovani vite come quella di Salvatore Rizzotto, 20 anni di Termini Imerese, schiantatosi contro un albero in un incidente autonomo all’alba del 15 agosto 2021.
Una strada crivellata di accessi: il vero nemico della sicurezza
Chiunque percorra abitualmente la Statale 113 lo sa: è un’arteria letteralmente crivellata di accessi laterali. Strade secondarie che si innestano sulla carreggiata principale. Un susseguirsi continuo, ininterrotto, di punti di conflitto tra chi viaggia a velocità sostenuta sulla statale e chi, da fermo o quasi, deve immettersi nel flusso.
E questa miriade di accessi, in larghissima parte, non è adeguatamente segnalata. Mancano i preavvisi, mancano le segnalazioni luminose, mancano le corsie di accelerazione e decelerazione che su qualsiasi strada moderna sono ormai considerate la normalità. Chi guida sulla 113 si trova continuamente, e spesso senza alcun preavviso, davanti a veicoli che spuntano da destra o da sinistra, scooter che si immettono, auto che svoltano.
Il grande assente: la rotatoria
Ma il dato che più di ogni altro grida vendetta è un altro, e va detto con chiarezza: sulla Statale 113, nei tratti più pericolosi del comprensorio cefaludese, non esiste nemmeno una rotatoria degna di questo nome nei punti dove invece sarebbe assolutamente necessaria.
È un dato che fa impressione se messo a confronto con il resto del Paese. Negli ultimi venti anni l’Italia, seguendo l’esempio dei paesi europei più avanzati in materia di sicurezza stradale, ha riempito le proprie strade di rotatorie. Sono ormai lo strumento standard ogni volta che si vuole regolare un incrocio o una immissione potenzialmente pericolosa. Le si trova ovunque: nei centri urbani, nelle zone industriali, all’ingresso dei paesi più piccoli, su strade provinciali a basso traffico. Ovunque. Tranne, sembra, sulla 113.
Perché le rotatorie funzionano. È dimostrato statisticamente: riducono drasticamente gli incidenti gravi e mortali agli incroci. Costringono tutti i veicoli a rallentare prima dell’immissione, eliminano gli scontri frontali e quelli ad angolo retto, i più letali in assoluto, trasformandoli al massimo in tamponamenti a bassa velocità. Mettono sullo stesso piano chi è in strada e chi deve entrare in strada, eliminando proprio quella dinamica del “mi infilo nel flusso e spero che vada bene” che oggi, sulla Statale 113, è prassi quotidiana.
In tutta Italia, ogni volta che un incrocio extraurbano si rivela pericoloso, la risposta è una: si fa la rotatoria. A Cefalù, sulla 113, no. Si continua a contare i morti.
Il tratto del Palazzetto: un caso emblematico
Il punto in cui oggi è morto Giuseppe Allegra, l’altezza del Palazzetto dello Sport, è un esempio da manuale di tutto questo. È un’area dove il traffico cittadino si mescola con quello a lunga percorrenza, dove si entra e si esce continuamente dalla statale, dove convergono flussi diversi. Esattamente il tipo di luogo dove, in qualsiasi altra parte d’Italia, ci sarebbe da anni una rotatoria a regolare il tutto. Lì invece c’è ancora un’immissione “alla vecchia maniera”: ti affacci, guardi, speri di aver visto bene, e ti butti.
Non si tratta di chiedere chissà quali opere faraoniche. Si tratta di portare la 113 al livello di qualsiasi normale strada italiana del 2026. Rotatorie negli incroci a rischio. Segnaletica adeguata su tutti gli accessi laterali. Corsie di immissione e decelerazione dove servono. Illuminazione. Limiti di velocità coerenti con la reale conformazione della strada.
La morte di Giuseppe Allegra si aggiunge a quella di Matteo Messina, di Davide Bellina, di Salvatore Rizzotto, di tutti i nomi che la 113 ha portato via in questi anni. Non sono numeri, sono persone: padri, figli, mariti, ragazzi. Sono famiglie spezzate, comunità ferite. Sono le conseguenze prevedibili di un’infrastruttura rimasta indietro di vent’anni rispetto al resto del Paese.
Cefalù piange oggi un altro dei suoi figli. E la domanda resta sospesa sopra l’asfalto della Statale, sempre più pesante: quante altre croci servono, su quella strada senza rotatorie, prima che si decida di costruirle?














