Quello che il Museo di Palermo racconta dello scarabeo di Cefalù, e quello che oggi sappiamo in più

Al Museo Salinas, nella sala egizia, c’è un cartellino accanto al piccolo reperto trovato sulla Rocca. Racconta una storia precisa. Ma una ricerca scientifica pubblicata nel 2021 ha aggiornato diversi punti

Chi entra nella sala egizia del Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo e si ferma davanti alla piccola vetrina dove è esposto lo scarabeo trovato sulla Rocca di Cefalù, trova accanto al reperto un cartellino che ne racconta la storia. Il cartellino è scritto in italiano e in inglese. Ecco cosa dice, parola per parola.

Quello che dice il museo

Il cartellino indica la provenienza del reperto: “Cefalù (Palermo), rinvenuto sulla Rocca, in una grotta presso il tempio di Diana”. La versione inglese precisa: “found on the so-called Rocca, inside a cave, close to the temple of Diana”. Si tratta dunque, secondo il museo, di un ritrovamento avvenuto all’interno di una grotta della Rocca, vicino al cosiddetto Tempio di Diana.

Il reperto viene presentato come “Amuleto Scarabeo del cuore”, una tipologia di oggetto egizio che, come spiega il cartellino, “era destinato a essere posto, dopo la morte, tra le bende della mummia, in corrispondenza del cuore, che veniva estratto per l’imbalsamazione”. È un piccolo oggetto rituale-funerario, in altre parole, destinato a essere sepolto col corpo di un defunto.

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La datazione che il museo indica è “Epoca Tarda VII-IV sec. a.C.”. La versione inglese del cartellino è leggermente diversa e dice “Late Period; 7th-6th century BC”, quindi VII-VI secolo a.C. In entrambi i casi, l’inquadramento è nell’Epoca Tarda della storia egizia.

Il materiale di cui è fatto il reperto, secondo il cartellino, è il serpentino (“Serpentine gemstone” in inglese). Si tratta di una pietra verde scura.

Sulla base dello scarabeo è incisa un’iscrizione in caratteri geroglifici. Il cartellino spiega che si tratta del Capitolo XXX del Libro dei Morti, ovvero una delle “Formule per uscire al giorno” che gli antichi egizi utilizzavano per proteggere il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Più precisamente, il Capitolo XXX è un’invocazione del defunto al proprio cuore — considerato dagli egizi sede di ogni capacità cognitiva e dunque della memoria — affinché non testimoniasse contro di lui al momento del Giudizio davanti a Osiride.

A proposito della leggibilità del testo, il cartellino è molto cauto: “L’iscrizione di questo scarabeo è quasi completamente abrasa”. Da quel poco che si può leggere, secondo il museo, “si può desumere che dovesse essere dedicato a una cantatrice della dea Bastet di nome Teye“. La menzione di Bastet — divinità con culto diffuso soprattutto nell’Egitto settentrionale — rende probabile, sempre secondo il cartellino, che lo scarabeo sia stato prodotto in quella regione.

Il cartellino propone anche una traduzione cauta del testo, segnalata con parentesi e punti di sospensione per indicare i passaggi incerti: «O cuore mio, cuore mio di mia madre mia, cuore mio della mia forma esteriore, uscito fuori (sottinteso: dal ventre di lei). Sia fatta elevare dalla tomba; sia ella… quando si ode (= giudica) nell’aula delle due giustizie; sia dato a lei la sua bocca e i suoi occhi, mentre il suo cuore sta fermo al suo posto (di prima). Si metta ella come uno degli elogiati (dell’altro mondo) che è al seguito del dio. La signora di casa, la musicante della dea Bastet, Teye fatta dalla signora di casa? — Bastet.»

Questo è, in sintesi, quello che il visitatore del Salinas legge sul cartellino.

Quello che la ricerca ha aggiornato

Nel 2021, sulla Rivista del Museo Egizio di Torino, è stato pubblicato uno studio scientifico interamente dedicato a questo scarabeo (e ad altri due reperti dello stesso tipo, uno custodito a Cefalù nel Museo Mandralisca, e uno conservato a Berlino). Lo studio porta la firma di due egittologi internazionali, il francese Claude Laroche della Sorbona e l’italiana Gloria Rosati dell’Università di Firenze. Rosati ha esaminato di persona il reperto al Salinas, riprendendone le fotografie e ricontrollando l’iscrizione.

Questo studio del 2021 ha aggiornato diversi punti rispetto a quanto si legge sul cartellino del museo. Vediamoli uno per uno.

Il luogo di ritrovamento. Il cartellino dice “in una grotta”. Lo studio del 2021, basandosi su una lettera scritta dal ritrovatore stesso, Andrea Calderazzo, nel 2004, ricostruisce le cose diversamente. Calderazzo trovò lo scarabeo all’aperto, in un rivolo d’acqua dopo giorni di pioggia, sul pendio occidentale della Rocca, a un livello inferiore rispetto al Tempio di Diana. Non in una grotta. Gli autori del 2021 scrivono esplicitamente che le attribuzioni “in grotta” presenti nella letteratura precedente non vanno mantenute, perché contraddicono il racconto del ritrovatore.

La datazione. Il cartellino indica “Epoca Tarda, VII-IV sec. a.C.” (o VII-VI nella versione inglese). Lo studio del 2021 propone una datazione più antica e più precisa: XXII dinastia, periodo libico, intorno al 910-720 a.C., cioè IX-VIII secolo a.C. La differenza è di circa due secoli. Gli studiosi arrivano a questa nuova datazione grazie al confronto con il reperto di Berlino, scoperto nel luglio del 2020, che presenta caratteristiche tecniche e iconografiche identiche e i cui titoli sacerdotali sono attestati nei documenti egizi solo a partire dalla XXII dinastia.

Il materiale. Il cartellino dice “serpentino”. Lo studio del 2021, sulla base di un’analisi più recente delle caratteristiche petrografiche, propone come materiale più probabile la peridotite, sempre una pietra verde scura ma geologicamente distinta dal serpentino. Gli autori mantengono comunque una certa cautela, scrivendo “peridotite?” con il punto interrogativo.

Il nome della proprietaria. Il cartellino legge “Teye”. Lo studio del 2021, dopo aver riesaminato direttamente i geroglifici incisi sull’originale, propone una lettura diversa: Tekhet. Gli autori segnalano con onestà che parte del nome è abrasa e quindi la lettura non è certa al cento per cento, ma considerano “Tekhet” più probabile di “Teye” sulla base dei segni superstiti.

La leggibilità dell’iscrizione. Il cartellino afferma che l’iscrizione è “quasi completamente abrasa”. In realtà lo studio del 2021 mostra che il testo, sebbene danneggiato in alcuni punti, è in larga parte leggibile e ricostruibile. Gli autori hanno potuto restituire una traduzione completa, identificando il riferimento al Capitolo 30B del Libro dei Morti (e non genericamente al Capitolo XXX) e una specifica variante rara di quel capitolo.

La traduzione del testo. Il cartellino traduce una frase con “uscito fuori (sottinteso: dal ventre di lei)”, facendo riferimento alla nascita. Lo studio del 2021 corregge questa lettura: la frase, riletta sull’originale e confrontata con il reperto gemello di Berlino, andrebbe tradotta come “vieni fuori al Luogo Bello”, un’espressione che fa riferimento non alla nascita ma all’uscita verso il luogo del Giudizio post-mortem.

Una storia in due tempi

Il cartellino del Salinas riflette dunque lo stato della ricerca scientifica così come era prima del 2021, basato in larga parte sulla prima pubblicazione del reperto fatta da Ernesta Bacchi nel 1942 sulla Rivista degli Studi Orientali. Lo studio Laroche-Rosati del 2021 è oggi il punto di riferimento internazionale per questo scarabeo. Ha precisato datazione, identità della proprietaria, lettura dei geroglifici, contesto storico e luogo esatto di ritrovamento sulla Rocca.

I cartellini dei musei vengono aggiornati con tempi più lunghi rispetto alle pubblicazioni scientifiche. Non è una particolarità del Salinas — succede in tutti i musei del mondo. Per chi visita oggi la sala egizia, però, vale la pena saperlo: il piccolo dischetto verde scuro che si vede dentro la vetrina ha una storia un po’ più precisa e più affascinante di quanto il cartellino accanto possa, per ora, raccontare.

Fonti

  • Cartellino museale, sala egizia, Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas”, Palermo.
  • Claude Laroche, Gloria Rosati, “Two Egyptian Heart-Scarabs from Sicily and a Parallel from Berlin”, in Rivista del Museo Egizio 5 (2021). Open access: rivista.museoegizio.it.
  • Ernesta Bacchi, “Lo scarabeo del cuore di Thutmòse IV”, in Rivista degli Studi Orientali 20 (1942), pp. 211-227.