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Notte di Natale: Omelia del Vescovo Mons. Giuseppe Marciante

NOTTE SANTA DI NATALE

OMELIA DEL VESCOVO GIUSEPPE

Basilica Cattedrale
Cefalù, martedì 24 dicembre 2019

Il Bambino è nato: il Signore, il Re del Cielo, è in mezzo a noi. Il censimento cui Gesù appena nato viene sottomesso come un suddito di Cesare Augusto in realtà diventa lo strumento per la realizzazione delle antiche profezie e della manifestazione della qualifica regale e sovrana del Messia-Signore il cui regno non avrà mai fine. Il regno di Cesare Augusto è finito, ormai è scomparso, ma il regno di Cristo è ancora in mezzo a noi. Il Signore è vivo in mezzo al suo Popolo. Grazie al censimento il bambino viene alla luce nella città di Davide, che non è Gerusalemme, la città regale di Davide, ma l’umile Betlemme che diede i natali a re Davide. La luce che la bambina poco fa ha portato accompagnando l’immagine di Gesù Bambino viene da Betlemme: l’hanno portata gli Scout insieme agli amici del Masci. È un segno questa sera del legame tra Cefalù e Betlemme, attraverso questa piccola luce che i ragazzi hanno portato da Betlemme. Dal trono di Cesare Augusto il Vangelo ci porta quindi ad una mangiatoia: dal trono alla mangiatoia. Da qui comincia il nuovo corso della storia dell’umanità, da una greppia. Qui Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, ossia consacrato a Dio; lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia per animali, perché non c’era posto nell’alloggio, detto in greco katàlyma. Alcuni pastori che vegliavano il gregge furono avvolti dalla gloria di Dio e ricevettero da un angelo il lieto annuncio di una grande gioia, destinata a tutto il popolo: «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore che è Cristo Signore» (Lc 2,8). E come negli altri precedenti annunci, quello di Zaccaria e di Maria, anche ora viene dato un segno: un bambino avvolto in fasce e adagiato in una mangiatoia.

CI FERMIAMO SUL SEGNO. I pastori andarono in fretta e trovarono il segno: il bambino che giaceva nella mangiatoia. Abbiamo il parallelo nella corsa di Pietro al sepolcro che vide le bende ma non più il suo corpo. Non c’era posto nella stanza per ospitare una donna ormai nelle doglie del parto: primo perché in casa ci sono altri uomini, secondo perché la casa era abitata da bambini, terzo perché secondo la Legge, la casa sarebbe diventata impura a causa del sangue del parto. L’unico posto idoneo era la grotta per gli animali al piano inferiore della casa. L’uomo dopo il peccato è come gli animali che periscono così come commenta il Salmo 48:

Il sepolcro sarà loro casa per sempre,
loro dimora per tutte le generazioni,
eppure hanno dato il loro nome alla terra.
Ma l’uomo nella prosperità non comprende,
è come gli animali che periscono.
Questa è la sorte di chi confida in se stesso,
l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole.
Come pecore sono avviati agli inferi,
sarà loro pastore la morte;
scenderanno a precipizio nel sepolcro,
svanirà ogni loro parvenza:
gli inferi saranno la loro dimora.
Ma Dio potrà riscattarmi,
mi strapperà dalla mano della morte.

Il Bambino avvolto in fasce e deposto (kèimenon) nella greppia, ci richiama il gesto pietoso di Giuseppe di Arimatea presso la croce: chiese il corpo di Gesù, lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose (kèimenos) in un sepolcro scavato nella roccia.
Il segno comincia a svelarsi, la grotta rappresenta la terra da cui fu tratto e dove è diretto Adamo, il vecchio Adamo. Il Cristo non è stato creato ma è generato eternamente dal Padre e viene in mezzo a noi dal grembo di una donna vergine e immacolata. Cristo, nella morte, ritorna nel grembo della terra, compie il suo viaggio negli inferi, afferra Adamo ed Eva e con la sua risurrezione li riporta in vita.
L’alloggio (katàlyma) e la greppia (phàtne) ci riportano all’ultima cena. Gesù chiede ai discepoli di preparare a Gerusalemme la Pasqua e li invia presso una tale che porta una brocca d’acqua a chiedere la sala (katàlyma) preparata per mangiare la pasqua. E quello mostrerà la grande sala al piano superiore (anàgaion mega).
La stanza superiore è quella del Padre dove ha preparato la mensa pasquale (che ci ricorda la mangiatoia) e durante la quale il Figlio consegnerà il suo corpo e il suo sangue. Anche noi partecipiamo stasera a questa mensa. Dalla mangiatoia il segno ci porta all’altare dove ci viene dato il pane disceso dal cielo. Questo è il segno straordinario che dalla culla ci porta direttamente all’altare: da Natale ci fa passare direttamente alla Pasqua.
In un articolo del 21 dicembre scorso apparso sull’Osservatore Romano a firma di Oren David, Ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, si coglie la coincidenza della festa del Natale di quest’anno con la festività ebraica di Chanukkà; due feste di luce che portano gioia e felicità all’inizio dell’inverno.
Anche Gesù ha celebrato questa festa, come si legge nel Vangelo secondo Giovanni: «Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno» (Gv 10,22).
Chanukkà ricorda la vittoria dei maccabei sui dominatori greci-siriani avvenuta nel II secolo a.C. e le celebrazioni di purificazione e riconsacrazione del Tempio a Gerusalemme da loro profanato dopo il rifiuto degli ebrei di accogliere nei loro riti e preghiere le divinità pagane.
Antioco IV, il sovrano dell’epoca, non accettava questo desiderio di libertà da parte di un popolo non molto numeroso e, quindi, davanti al netto rifiuto di accogliere l’idolatria greca, scelse un atteggiamento violento e persecutorio per colpire il cuore della fede ebraica e così distruggerla.
Per restituire il luogo sacro ai fedeli era necessario riconsacrarlo con l’accensione del candelabro che non doveva mai essere spento: l’unico olio rimasto poteva ardere per un solo giorno, e per prepararne dell’altro occorrevano otto giorni. Nonostante il rischio che la fiamma si spegnesse, si decise di non aspettare e di riconsacrare immediatamente il Tempio ed è qui che si compì il miracolo: l’olio bruciò per tutto il tempo che occorse per preparare quello nuovo. Le famiglie ebree di tutto il mondo nelle loro case durante i giorni della festa accendono le candele una in più ogni giorno utilizzando un candelabro speciale a nove bracci chiamato hanukkiah.
Nell’attuale periodo storico, quindi, Chanukkà assume un significato ancora più forte e importante e ci auguriamo, in questo periodo di festa, che le sue luci e quelle del Natale possano aiutare a disperdere le tenebre e a guidarci verso un futuro di conoscenza reciproca, di relazioni, di pace e amicizia tra ebrei e cattolici e tra tutti gli appartenenti alla comunità umana.
Papa Francesco ha chiaramente detto — nel discorso a una delegazione di rabbini nel novembre 2018 — che «un cristiano non può essere antisemita. Le nostre radici sono comuni. Sarebbe una contraddizione della fede e della vita» . Sono parole importanti perché sfortunatamente stiamo vivendo un periodo storico in cui il fenomeno dell’antisemitismo è in costante crescita in tutto il mondo a un livello mai più registrato dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ne è prova il linguaggio razziale e antisemita che circola oggi tra i social; un altro esempio la minaccia alla senatrice Liliana Segre purtroppo costretta a camminare con la scorta. Queste, carissimi, sono le tenebre di cui ci parlava la prima lettura; ecco perché queste due luci, la luce del Natale e della festa di Chanukkà, sono un simbolo di speranza che mai più si ripetano episodi o situazioni come quelli della Shoah che abbiamo vissuto purtroppo nel secolo scorso. Preghiamo il Signore perché gli uomini seguano la luce e non le tenebre; preghiamo perché la luce che si irradia dal Cristo Bambino possa toccare i cuori di tutti gli uomini perché finiscano in modo particolare questi fenomeni di razzismo e antisemitismo che sono una vergogna per l’umanità. Dobbiamo dirlo con forza, specialmente noi cristiani, noi credenti, e non usare simboli cristiani per dimostrare invece tutto il contrario che essi vogliono portare.
Auguro quindi a tutti voi carissimi una forte riflessione sui nostri tempi. Chiedo a tutti voi di pregare incessantemente il Signore perché regni nel nostro mondo sempre di più la pace, l’amore, la serenità e la fraternità. Auguri carissimi, di un Santo Natale di gioia in tutte le vostre famiglie!

✠ Giuseppe Marciante
Vescovo di Cefalù