C’è un romanzo italiano dell’Ottocento in cui Cefalù compare come minaccia, come punizione, come destino indesiderabile. Non è un libro siciliano, non è scritto da uno scrittore meridionale, non racconta una storia legata in alcun modo alla Sicilia. Eppure dedica alla cittadina tirrenica pagine memorabili, e lo fa nel modo più paradossale possibile: trasformandola in un luogo di esilio. Si tratta di Daniele Cortis di Antonio Fogazzaro, pubblicato nel gennaio del 1885 e diventato uno dei grandi successi di pubblico della narrativa italiana di fine secolo. Per Cefalù è una pagina letteraria scomoda ma preziosa: dice come la cittadina apparisse, agli occhi della borghesia colta del Nord post-unitario, ben prima che il turismo la trasformasse nella meta che oggi conosciamo.
Antonio Fogazzaro e il romanzo del 1885
Antonio Fogazzaro era nato a Vicenza il 25 marzo 1842 da una famiglia benestante, cattolico fervente, scrittore di formazione tardo-romantica. Si era affermato nel 1881 con Malombra, primo dei suoi romanzi capaci di unire intrigo passionale e meditazione religiosa. Nel 1900 sarebbe diventato senatore del Regno; sarebbe morto a Vicenza il 7 marzo 1911. Il suo posto nella letteratura italiana è quello di un grande esploratore dell’anima cattolica fra Otto e Novecento, autore in seguito di romanzi come Piccolo mondo antico, Piccolo mondo moderno e Il Santo.
Daniele Cortis fu il suo secondo romanzo. Lo terminò l’11 marzo 1884 e fu pubblicato nel gennaio 1885 con immediato successo. Affrontava temi a quel tempo di scottante attualità: il rapporto tra fede cattolica e politica, l’idea di una “democrazia cristiana” ispirata al messaggio evangelico, il dramma personale dell’amore impossibile di fronte al dovere coniugale. La trama poteva apparire melodrammatica, ma il libro fu accolto con entusiasmo dalla critica più sensibile dell’epoca: il famoso giornalista Edoardo Scarfoglio, recensendolo, lo definì il «romanzo dell’anima», contrapponendolo al naturalismo dominante del periodo verghiano.
La trama: amore impossibile, marito siciliano
Il cuore narrativo del romanzo è una vicenda d’amore impossibile. Il tema dominante è la vicenda amorosa tra due cugini, Elena Carrer e Daniele Cortis. Lui è deputato al parlamento italiano, lei è sposata con il barone siciliano Di Santa Giulia, accanito giocatore, indebitato fino al collo e poco interessato a Elena.
I luoghi del libro sono prevalentemente settentrionali: la villa Carré a Passo Rovese, in territorio veneto; Roma, sede del Parlamento dove il giovane deputato Cortis arriva dopo l’elezione. Il marito di Elena, il barone Carmine Di Santa Giulia, è un siciliano dissoluto, anziano, dilapidatore, dedito al gioco. Elena, all’incirca trentenne, è sposata a un uomo che deve avere la stessa età della madre di colui che ama, cioè almeno sessant’anni. L’amore tra Daniele ed Elena è purissimo e impossibile insieme: cattolici osservanti, non possono separarsi dai vincoli matrimoniali; non si baceranno mai, se non un solo bacio casto; rinunciano a tutto in nome di principi morali che il lettore d’oggi giudicherebbe forse rigidi, ma che per Fogazzaro erano la stoffa stessa dell’anima.
In questa cornice si inserisce Cefalù.
Il ricatto: «o Cefalù o denaro»
Il barone Di Santa Giulia, oberato di debiti di gioco, ricorre a un metodo brutale per estorcere prestiti alla famiglia della moglie. La minaccia è semplice: se non riceverà il denaro, esilierà Elena nei suoi possedimenti siciliani. Per pagare i suoi debiti, il barone fa chiedere a Elena un prestito al conte Lao, suo zio, minacciando di “esiliarla” alla sua tenuta di Cefalù in Sicilia se non otterrà il prestito.
Le pagine in cui il ricatto viene messo in scena sono di una crudeltà sentimentale notevole. «Voglio dirti questo, che il denaro mi abbisogna e che se non l’avrò te ne pentirai, perché io ti inchiodo a Cefalù per tutti i sempiterni secoli… o Cefalù o denaro… Capisci? O Cefalù o denaro»: così, brutalmente, il barone si rivolge alla moglie. Elena, sconvolta, riferisce alla madre la minaccia: «E a te, mamma, cosa ti ha detto una volta? Non ti ha detto che se non ottenesse il denaro mi confinerebbe a Cefalù per sempre?»
Il dispositivo letterario è perfetto. Cefalù non è semplicemente un luogo: è un’arma. È la pena che il marito tiene sospesa sul capo della moglie come un ricatto perpetuo. È un nome che, pronunciato, spaventa. È un luogo che la borghesia colta del Veneto fogazzariano percepisce come l’opposto di tutto ciò che essa apprezza: lontano dalla Mitteleuropa, lontano da Roma, lontano dai grandi salotti letterari, lontano perfino dai centri di Sicilia che già allora avevano un proprio prestigio culturale (Palermo, Catania, Messina). Cefalù è la provincia profonda, è l’estremo sud del sud, è la dimenticanza.
La vita misera in città
Quando, in un certo punto del romanzo, Elena finisce davvero per recarsi a Cefalù — in parte per allontanarsi dalla pericolosa vicinanza del cugino Daniele — Fogazzaro descrive la sua vita lì come uno stato di mestizia perpetua. «Ella conduce qui la più misera vita del mondo», scrive lo scrittore. E in una lettera che Elena scrive da Cefalù, leggiamo: «Ti scrivo dalla cucina della nuova casa… La casa è tanto graziosa. La mia stanzetta dà su una vasta spianata dove passa la ferrovia e ha dinanzi una montagnola tutta verde d’ulivi».
Sono pagine che, per il lettore cefaludese contemporaneo, hanno qualcosa di straniante. La «vasta spianata dove passa la ferrovia» è la cintura ferroviaria che ancora oggi taglia la città, e che nei tempi di Fogazzaro era stata da poco realizzata: la linea Palermo-Messina aveva raggiunto Cefalù nel 1873 ed era una delle infrastrutture moderne dell’isola. La «montagnola tutta verde d’ulivi» è probabilmente uno dei rilievi che cingono la conca cefaludese, forse l’inizio delle pendici della Rocca o uno dei poggi che si aprono verso le Madonie. Fogazzaro non era mai stato a Cefalù — il dettaglio è significativo — e tuttavia aveva costruito un’immagine credibile della città, evidentemente sulla base di letture, descrizioni di viaggio, conversazioni con conoscenti meridionalisti. È un’immagine non bellissima, ma non sciatta: è una Cefalù vera, come la potevano vedere gli occhi di una nobildonna veneta abituata ai colli vicentini e improvvisamente trapiantata in una città di mare africano.
Andare al balcone per piangere
Una delle pagine più inquietanti del romanzo riguarda i momenti di solitudine di Elena nella casa cefaludese. «Ella andò al balcone sul mare come per vedere il tramonto, ma in fatto per piangere, secondo il solito»: in queste poche parole Fogazzaro condensa tutta la disperazione della protagonista.
Il dettaglio è di una tristezza assoluta. Una donna sposata a un uomo che non ama, esiliata per ricatto in una terra che le è straniera, che si affaccia ogni giorno sul mare di Cefalù non per ammirarne il colore — quel colore che nelle cartoline è oggi simbolo della Sicilia turistica — ma per piangere senza essere vista. Il mare, che per i visitatori successivi sarebbe diventato sinonimo di vacanza, è qui lo sfondo perfetto della solitudine. Cefalù, nelle pagine di Fogazzaro, non è celebrata: è abitata da chi non vorrebbe esserci.
Vale la pena fermarsi un attimo su questa rappresentazione, perché dice molto. Per la cultura ottocentesca italiana, la Sicilia era ancora largamente terra dell’altrove, della «questione meridionale», dell’arretratezza socio-economica documentata da Sonnino e Franchetti nei loro celebri reportage del 1876. Una nobildonna veneta, abituata alle convenzioni e ai conforti dell’alta borghesia mitteleuropea, viveva in Sicilia come in un’esistenza quasi coloniale: lontana dai propri riferimenti, isolata dalle proprie reti familiari, circondata da una popolazione di cui non capiva né la lingua né le abitudini. Fogazzaro, scrittore profondamente cattolico e sensibile alle sofferenze dell’anima, sceglie Cefalù come emblema di questa condizione di sradicamento. Non per malanimo verso la città — che, ripetiamolo, non aveva mai visitato — ma proprio perché Cefalù gli appariva come l’estremo opposto del suo mondo.
Il viaggio finale: Yokohama, ovvero la lezione siciliana
C’è un colpo di scena finale, nel romanzo, che merita di essere raccontato. Dopo che il prestito viene ottenuto in segreto attraverso la mediazione del cugino Daniele, il barone scopre — o gli viene imposto — di dover lasciare l’Italia. Inizialmente la destinazione è l’America; alla fine sarà Yokohama, in Giappone. Elena, in obbedienza al suo dovere coniugale, segue il marito nel suo nuovo esilio.
Si potrebbe leggere questa svolta narrativa come un commento implicito di Fogazzaro su Cefalù. Se la prima minaccia era stata «o Cefalù o denaro», l’effettivo destino dei due coniugi sarà ben più estremo: Yokohama, l’altro capo del mondo. Cefalù, in questa progressione geografica della lontananza, perde il primato dell’esilio. È solo un primo grado, un avvertimento sentimentale, prima dell’esilio assoluto.
Ma resta interessante notare come, nella geografia mentale del romanzo, Cefalù venga considerata come un’anteprima. Per il barone siciliano, la sua tenuta cefaludese è già un luogo dove rinchiudere la moglie come punizione; è già, di per sé, il “lontano”. Per arrivare a una lontananza ancora più radicale, occorre attraversare il pianeta. Cefalù funziona, in altre parole, come Sicilia portata al limite estremo: l’isola dentro l’isola, il punto più periferico di un’isola già percepita come periferia.
Una pagina scomoda, ma vera
Il romanzo di Fogazzaro è oggi meno letto rispetto a Piccolo mondo antico, eppure è un libro importante. Ebbe un successo enorme alla sua uscita, fu tradotto in più lingue, ispirò versioni teatrali e in seguito anche cinematografiche — la più nota è il film del 1947 con Sarah Ferrati e Vittorio Gassman, diretto da Mario Soldati. Ogni volta, nelle sceneggiature e negli adattamenti, la Cefalù minacciata e poi abitata dalla protagonista è rimasta come dettaglio narrativo. Generazioni di lettori italiani hanno conosciuto la cittadina siciliana, prima ancora che attraverso Consolo, attraverso le pagine fogazzariane di un esilio sentimentale.
Per la storia letteraria di Cefalù è una pagina scomoda, certo. Nessuno si compiace di vedere la propria città presentata come luogo di confino, di tristezza, di pianto sul balcone. Ma è anche una pagina onesta, in fondo, e preziosa documentariamente. Dice cosa fosse percepita la Sicilia profonda nell’Italia post-unitaria; dice come la borghesia colta del Nord vedesse luoghi che di lì a un secolo sarebbero diventati ambitissimi; dice, per contrasto, quanta strada ha fatto Cefalù — non solo turisticamente, ma soprattutto culturalmente — dal 1885 a oggi.
Tra Fogazzaro e Consolo passano novantun anni esatti: il primo dipinge Cefalù come luogo del confino sentimentale, il secondo ne fa il centro morale della letteratura siciliana del Novecento. Pochi luoghi italiani conoscono una metamorfosi letteraria così vertiginosa. La piccola «spianata dove passa la ferrovia» davanti alla quale Elena Carrer piangeva al tramonto è oggi uno dei panorami che i visitatori di tutto il mondo cercano. E la stessa città che Fogazzaro vedeva come una pena diventerà, un secolo dopo, la patria di un sorriso enigmatico in cui generazioni di lettori cercano la propria immagine.
C’è qualcosa, forse, di profondamente cefaludese in questa parabola. La città, paziente, ha lasciato che gli scrittori la attraversassero con i loro pregiudizi e le loro emozioni, attendendo il proprio momento. Quando quel momento è arrivato, ha trovato un romanziere — Consolo — che ha saputo restituire a Cefalù tutta la profondità che un altro romanziere — Fogazzaro — non aveva voluto vedere. Le due pagine, in fondo, si tengono. Sono i due volti di un unico sguardo: prima la lontananza, poi il riconoscimento. E per chi ama Cefalù davvero, leggere oggi il romanzo del 1885 è un esercizio salutare: ricordarsi da dove si veniva, prima di scoprirsi una cittadina dell’anima.















