Cefalù prima di Consolo. I greci, i latini, i viaggiatori del Grand Tour

Quando Vincenzo Consolo, nel 1976, fece di Cefalù il cuore narrativo del Sorriso dell’ignoto marinaio, lo fece su un terreno già letterariamente arato. Cefalù non era un paese qualunque preso a caso dalla carta geografica della Sicilia: era un nome che vibrava di echi antichi, una città citata dai poeti greci e dagli oratori romani, attraversata dai viaggiatori del Grand Tour, evocata dai sovrani europei davanti agli affreschi della propria reggia. Provare a ricostruire questa lunga storia letteraria pre-novecentesca significa scoprire che, ben prima del barone Mandralisca e del suo dipinto, Cefalù possedeva già una fitta biblioteca invisibile. Vale la pena entrarvi per qualche pagina.

Il mito greco: Dafni, l’amore tradito e la rupe

La prima storia letteraria legata a Cefalù è un mito di pietra, e nasce nella poesia greca del VII-VI secolo avanti Cristo. Stesicoro di Imera (660-556 a.C.) raccontava il mito di Dafni, il quale, avendo tradito la sua sposa — una ninfa figlia di Giunone —, fu accecato dalla dea irata, o, secondo altre versioni, dalla ninfa stessa; disperato, si gettò nel mare di Cefaledio e fu trasformato in rupe. È una leggenda di origine, una eziologia poetica: la Rocca di Cefalù che ancora oggi domina la città non sarebbe altro che il corpo pietrificato di un uomo punito per la sua colpa, fissato in eterno a guardare il mare in cui si era gettato.

La versione di questa leggenda viene confermata e arricchita dal grammatico latino Servio, commentatore di Virgilio, che a proposito delle Bucoliche scrive una piccola annotazione preziosa: «ab irata nympha luminibus orbatus est, deinde in lapide versum; nam apud Cephaloeditanum oppidum saxum dicitur esse, quod formam hominis ostentat» — fu accecato dalla ninfa adirata, poi mutato in pietra; presso la città di Cefaledio si dice infatti che ci sia una roccia che mostra la forma di un uomo.

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È un’osservazione che lascia a bocca aperta. Significa che già nell’antichità tarda, leggendo i versi virgiliani, i lettori sapevano che a Cefalù esisteva un masso dalla forma umana legato al mito di Dafni. Significa, soprattutto, che il volto di pietra di Cefalù — quella massa di calcare che oggi i turisti scalano con i loro scarponcini — era stato letto come un volto di pietra fin dal mondo classico. Il primo “ritratto” di Cefalù, ben prima di Antonello da Messina, è il profilo gigantesco della sua Rocca: il gigante pietrificato, che la letteratura ha personificato e raccontato per millenni.

Il poema epico: Silio Italico e la guerra punica

Cefalù compare poi, qualche secolo dopo, in un poema imponente. Tiberio Cazio Asconio Silio Italico (25 ca d.C. — 101 d.C.) fu un poeta, avvocato e politico romano, autore dei Punica (Punicorum libri XVII), il più lungo poema epico latino pervenutoci, con i suoi 12.202 versi. Quest’opera monumentale, dedicata ai Flavi e in particolare a Domiziano, racconta in diciassette libri la seconda guerra punica, dall’assedio di Sagunto alla vittoria romana di Zama. È un’epopea di guerra e di passaggi geografici, in cui le città del Mediterraneo sfilano una dopo l’altra come tappe del grande conflitto tra Roma e Cartagine.

Cefalù compare nel libro XIV dei Punica, quello che racconta gli avvenimenti siciliani della guerra. Per il lettore antico, era un nome che apparteneva a un vasto inventario poetico: la guerra non si combatteva nel vuoto, ma su un territorio nominato, evocato, scandito uno dopo l’altro come una preghiera geografica. Cefalù — Cephaloedium, in latino — entra così tra i toponimi che la grande poesia epica dell’antichità custodisce per sempre. È poco, in termini di pagine; è moltissimo, in termini di prestigio: chi entrava in un poema di Silio Italico entrava nel canone dei luoghi degni di letteratura.

Cicerone e il calendario manomesso

Il testo antico più importante per Cefalù è però un altro, ed è in prosa. È un brano delle Verrine di Cicerone, le orazioni che il grande oratore romano pronunciò nel 70 a.C. contro Gaio Verre, propretore della Sicilia accusato di aver depredato l’isola con sistematica avidità durante il suo mandato. Cicerone, difensore dei siciliani, raccontò davanti al tribunale romano una serie impressionante di abusi — saccheggi, estorsioni, furti d’arte — e tra questi inserì un episodio cefaludese che ha del paradossale.

L’episodio riguarda l’elezione del sommo sacerdote. «A Cefalù c’è un mese specifico, in cui deve essere eletto il sommo sacerdote», scrive Cicerone in latino. Verre voleva favorire un suo amico, un certo Climachias, ai danni di Erodoto, candidato favorito ma in quel momento a Roma. Per evitare che Erodoto rientrasse in tempo, Verre fece anticipare di quarantacinque giorni la data dei comizi, in modo che Erodoto, partito da Roma con il calendario “vero” in mano, arrivasse a Cefalù quando le elezioni erano già state celebrate. Climachias fu così eletto. I cefaludesi, dopo l’elezione, dovettero allungare un mese di quarantacinque giorni per rimettere a posto il calcolo del tempo.

È un episodio di una bizzarria geniale, e dice molto del mondo siciliano antico. Significa che la Cefalù romana aveva un proprio calendario civile, manipolabile per fini politici. Significa che il sommo sacerdote era un’autorità così importante da meritare l’attenzione di un governatore corrotto. Significa, soprattutto, che Cicerone aveva accesso a informazioni precise su una piccola città siciliana, e considerava degno della massima oratoria romana raccontare un episodio cefaludese davanti al senato.

Vale la pena, per onestà filologica, notare un punto. Cicerone non usa mai, riferendosi a Cefalù, l’appellativo di “urbs placentissima” — città amenissima, gradevolissima — come tradizionalmente si afferma in alcune guide locali. Quella formula, ripetuta sui depliant turistici e nelle pagine introduttive di molti volumi cefaludesi, è in realtà un piccolo abbaglio storico. Ma il nome della città, nelle Verrine, c’è. E c’è in un episodio memorabile, fissato per sempre nella prosa più alta del latino classico.

Il silenzio medievale, il risveglio rinascimentale

Tra Cicerone e l’età moderna, Cefalù vive secoli di silenzio letterario relativo. Ci sono le cronache, certo: Goffredo Malaterra, nel De rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae comitis et Roberti Guiscardi, racconta le imprese normanne; Ugo Falcando nella sua Historia documenta il regno di Sicilia; le fonti arabe come Ibn al-Athīr e Ibn ῾Idhārī riportano gli avvenimenti del periodo islamico. Ma sono testi storiografici, non letterari nel senso stretto. La cattedrale ruggeriana, costruita a partire dal 1131, viene celebrata in cronaca ma non ancora in poesia.

Per ritrovare Cefalù in pagine letterarie occorre attendere il Rinascimento e poi il Settecento, quando l’isola — riscoperta come patria della Magna Grecia — torna a essere un nome nell’immaginazione europea. È in questa cornice che la città normanna tornerà a vibrare di luce letteraria.

I viaggiatori del Settecento

Il vero risveglio arriva nel Settecento, con il fenomeno del Grand Tour. Tra il XVIII e il XIX secolo, la Sicilia non era una destinazione vacanziera ma un confine dell’anima. Era l’epoca del Grand Tour, il lungo viaggio di formazione che i rampolli dell’aristocrazia europea — insieme a poeti, artisti e filosofi — intraprendevano per completare la propria educazione.

L’isola, riscoperta come depositaria delle radici della civiltà occidentale, diventa una meta ambita: le rovine greche di Selinunte e Agrigento, l’Etna, Siracusa con le sue antichità, ma anche le tappe della costa settentrionale come Palermo, Cefalù e Monreale. Il Grand Tour dell’isola comprendeva le città principali come Messina, Catania, Taormina, Agrigento, Palermo, Cefalù, Monreale, oltre alla scalata dell’Etna.

Va detto con franchezza: i viaggiatori del Grand Tour erano attratti soprattutto dal mondo greco classico e dai grandi monumenti vulcanici. Cefalù, con la sua cattedrale normanna, non incarnava perfettamente il loro sogno classicista. Ma chi attraversava la costa tirrenica si fermava, lasciava annotazioni, disegni, schizzi. La città entrava così nei taccuini di Patrick Brydone, Jean Houel, Albert Jouvin de Rochefort, Dominique Vivant Denon. Goethe nel suo Italienische Reise visitò la Sicilia nel 1787, descrivendone la parte centrale e meridionale. Goethe, in realtà, non passò da Cefalù — il suo itinerario fu più meridionale — ma il sapere prodotto dal Grand Tour giunse comunque in città attraverso le incisioni e le pubblicazioni dei suoi compagni di viaggio.

Il Re di Baviera e la Rocca

C’è un episodio particolarmente affascinante che chiude questa preistoria letteraria di Cefalù, e riguarda Luigi I di Baviera, sovrano colto e appassionato di Italia, che a Monaco fece dipingere dal pittore Karl Rottmann una serie di affreschi di paesaggi italiani per la sua Hofgarten. Tra i panorami scelti c’era quello di Cefalù. Sotto un affresco di Karl Rottmann, probabilmente ispirato al quadro di Bevilacqua raffigurante il panorama di Cefalù, a Monaco, nel 1830, Luigi I di Baviera fece collocare questi versi: «Ti chiami Il Capo, o Cefalù, e dalla riva paradisiaca ti protendi bramoso verso il mare infinito».

Sono parole di un sovrano-poeta che probabilmente non aveva mai visitato Cefalù, ma che ne aveva immaginato il profilo a partire da una pittura. Per la storia letteraria della città è una pagina preziosa: significa che già nel 1830 Cefalù era un nome talmente potente da meritare l’iscrizione regale in una capitale tedesca. Significa, soprattutto, che la Rocca — quel «Capo» che si protende sul mare — era percepita in tutta Europa come immagine emblematica del Mediterraneo siciliano.

Il filo che continua

Quando Cicerone parlava di Cefalù davanti al tribunale di Roma, nel I secolo a.C., e quando Luigi I di Baviera faceva incidere i suoi versi a Monaco, nel 1830, separavano i due eventi quasi duemila anni. Eppure stavano dicendo la stessa cosa, in fondo: che Cefalù era un luogo degno di parole, una città che meritava di essere chiamata per nome. Quel filo non si è mai spezzato. Da Stesicoro a Servio, da Cicerone a Silio Italico, dai cronisti normanni ai viaggiatori del Settecento, dai pittori del Grand Tour al Re di Baviera, la città normanna ha attraversato i secoli accompagnata dalle voci di chi sapeva guardarla e raccontarla.

Quando, nel 1976, Vincenzo Consolo decise di farne il cuore del Sorriso dell’ignoto marinaio, non stava inventando nulla. Stava prendendo un testimone già passato di mano in mano per duemila anni. La sua opera sembra fondatrice, ed è giusto che lo sia per la modernità. Ma la Cefalù letteraria nasce molto prima: nasce con il primo poeta greco che vide nella Rocca un volto pietrificato, e ha continuato a parlare, sotto traccia, fino a oggi. Nel piccolo museo di via Mandralisca, davanti al sorriso ambiguo di Antonello, anche quel filo antichissimo sembra finalmente trovare il suo punto di approdo.

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