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Ordinazione Presbiterale di Don Luigi Volante. L’Omelia del Vescovo

Evangelizo vobis gaudium magnum: Vi annuncio una grande gioia è stato l’annuncio dell’angelo ai pastori di Betlemme. La gioia non è solo il motivo e la conseguenza dell’annuncio, ma il contenuto stesso dell’annuncio: oggi vi è generato il Salvatore, Cristo Signore.
Evangelizzare è trasmettere la gioia così come fa l’Apostolo ed Evangelista Giovanni nella prima lettura (1Gv 2,4):

Vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi, quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena.

Sant’Agostino commenta: «Proprio nella vita in comune, proprio nella carità e nella unità, Giovanni afferma che c’è la pienezza della gioia» .
Il salmista invita la stessa creazione a gioire insieme ai giusti perché una luce è spuntata per il giusto e una gioia per i retti di cuore: il Signore regna, esulti la terra e gioiscano anche tutte le isole.
Il coro degli Apostoli gioisce con tutta la Chiesa, loda Dio e lo proclama Signore perché è la festa di Giovanni, figlio di Zebedeo. Colui che lo ha riconosciuto con quella straordinaria espressione: “È il Signore” (Gv 21,7).
Gioisce la nostra Chiesa Cefaludense, la famiglia Volante; gioisce la città e la parrocchia di Castellana Sicula. Gioisce il nostro Seminario e quello di Palermo: gioiscono i formatori di Luigi perché finalmente vedono coronato lo sforzo del discernimento di questi lunghi anni. Tutti gioiamo perché un nostro figlio viene consacrato sacerdote.
Ho scelto questo giorno e questa festa, carissimo Luigi, per consegnarti, attraverso il dono dello Spirito Santo, l’immenso e preziosissimo dono del sacerdozio ministeriale. Ho voluto indicarti l’Apostolo Giovanni come modello di discepolo e di apostolo chiamato a testimoniare l’amore di Dio, fonte della nostra gioia.

Le due antifone d’ingresso proposte per la festa così lo introducono:

Iste est Ioánnes, qui supra pectus Dómini in cena recúbuit: beátus Apóstolus, cui reveláta sunt secréta cæléstia, et verba vitæ in toto terrárum orbe diffúdit.

Questi è Giovanni, che nella cena posò il capo sul petto del Signore: Apostolo beato, che conobbe i segreti del cielo, e diffuse nel mondo intero le parole della vita.

Ancora Agostino commenta:

Egli certamente era un uomo giusto e grande, poiché attingeva dal petto del Signore i segreti di alti misteri; attingendo dal suo petto, fu lui, proprio lui, a portare in luce la Divinità del Signore: “In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio” (Gv 1, 1) .

La seconda antifona dice che:

In médio Ecclésiæ apéruit os eius, et implévit eum Dóminus spíritu sapiéntiæ et intelléctus; stolam glóriæ índuit eum.

Il Signore gli ha aperto la bocca in mezzo alla sua Chiesa; lo ha colmato dello Spirito di sapienza e d’intelletto; lo ha rivestito di un manto di gloria per rivelarci la intima identità di Dio.

Difatti è lui che ci ha detto: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16). Giovanni ci dice che il costitutivo essenziale di Dio è l’amore e quindi tutta l’attività di Dio nasce dall’amore ed è improntata all’amore: tutto ciò che Dio fa, lo fa per amore e con amore. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Ancora per Giovanni l’Amore di Dio è concreto: «Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi», scrive nel Prologo al Vangelo. «Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). L’amore di Dio per gli uomini si concretizza e si manifesta nell’amore di Gesù stesso. Ancora scrive: Gesù «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (Gv 13,1). In tale contesto colloca il gesto della lavanda dei piedi e consegna il comandamento dell’amore: «Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi». L’amore di Gesù per noi è giunto fino all’effusione del proprio sangue per la nostra salvezza!
Il Vangelo della risurrezione, trasmesso da Giovanni, sembra insistere sul primato della fede in tale amore che trova la sua firma nell’evento pasquale.
Spinta dall’amore, Maria di Magdala fu la prima ad andare all’alba del primo giorno della settimana, verso la tomba di Gesù. Come tutti quelli che avevano presenziato alla sua morte, era tanto sicura di trovarlo nella sua tomba che credette che gli avevano cambiato posto quando non lo vide dove e come sperava. Di buon mattino, ritornò con la stessa tenebra nel suo cuore, ma il suo incontro con la tomba vuota non la condusse subito alla fede nella vita.
Pietro non fu il primo ad arrivare alla tomba, ma fu il primo che entrò, che più si avvicinò al mistero, che meglio poté comprovare la veracità di quello che era successo; ma gli mancò qualcosa, perché il massimo fu di constatare che Gesù non era lì dove avrebbe dovuto essere: il suo corpo era sparito. Lo slancio e la fretta lo condussero alla tomba, ma non alla fede. Non facilita la fede arrivare per primi dove Dio non è.
L’altro discepolo, quello che Gesù amava, e che era arrivato prima alla tomba, a differenza di Pietro non osò entrare per primo nel sepolcro; per credere gli bastò vedere quello che vedeva Pietro, ma a differenza di lui vide e credette; arrivò per primo alla fede; a differenza di Maria, seppe resistere alla sorpresa di una tomba vuota senza fuggire.
A differenza di Pietro, il discepolo che si sapeva amato da Gesù, credette per primo.
Così deduciamo da questa riflessione che chi si sa amato da Gesù, sa che Lui è vivo: la convinzione che l’amico vive è facile per colui che non ha dubbi del suo amore.
L’amore non può morire, se esso è vero. Al discepolo credente gli mancavano molte conoscenze che ebbero Maria e Pietro, ma ebbe quello che conta realmente per credere: l’amore che Egli ha per noi e che deve portarci ad avere fede e crederlo vivo. Chi si sa amato da Dio scopre le orme della sua presenza dove tutti costatano la sua morte o la sua sparizione.
All’origine della fede sta l’amore, non quello del credente bensì quello del Creduto, del Gesù Resuscitato. Credere è difficile solo per chi non si sente amato; non è difficile credere morto chi non si vede, ma sfida l’evidenza chi dice che è vivo il suo Amante.
Oggi, come ieri, il credente deve sapersi amato per poter continuare a credere. Oggi come ieri il sacerdote deve sentirsi amato dal Signore per poter continuare a pascere il gregge di Dio.
Carissimo Luigi, animato da tale fede, devi vivere il sacerdozio di Cristo. L’Imitazione di Cristo scrive in proposito:

Il nobile amore di Gesù ci spinge a operare cose grandi e ci incita a desiderare cose sempre più perfette. L’amore vuole stare in alto e non essere trattenuto da nessuna bassezza. Colui che ama vola, corre e gioisce, è libero, e non è trattenuto da nulla. Dona tutto per tutti e ha tutto in ogni cosa, poiché trova riposo nel solo grande che è sopra tutte le cose, dal quale scaturisce e proviene ogni bene .

Carissimo Luigi, il sacerdote attinge dal petto del Signore, dal suo cuore, i segreti degli alti misteri della fede e li trasmette amando. La fedeltà al ministero presbiterale si nutre all’amore di Cristo. L’amore per il popolo di Dio si affermerà e si dilaterà nella misura in cui ogni giorno, come amico dello Sposo, consegnerai il popolo al legittimo Sposo.
Insieme all’Apostolo Giovanni, la Madre Maria, rimase stabile ai piedi della croce. Da quel momento Giovanni la prese con sé.
Ti esorto fratello Luigi: prendi Maria con te, lei ti insegnerà ogni cosa per vivere con i sentimenti del Figlio il tuo ministero presbiterale. È il dono più prezioso che Gesù consegna a colui che ama e di cui si fida.
Ti auguro carissimo Luigi un sacerdozio ricco, felice e gioioso!

✠ Giuseppe Marciante
Vescovo di Cefalù