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Il Teatro comunale di Termini Imerese e la storia del Palazzo civico: nuovi studi e scoperte

«E’ veramente miracoloso come fossero riusciti a comprimere in un così limitato spazio un mirabile gioiello di architettura che conteneva camerini, palcoscenico, platea, palchi tutt’intorno e loggione. Con l’autunno veniva rizzata all’esterno una comoda ed ampia scala esterna di sicurezza, in legno che adduceva al balconcino a petto adiacente al portone del municipio, e che segnalava ai cittadini che la stagione teatrale era incominciata».

Così recita lo storico e giornalista Giuseppe Navarra (1893-1991), in merito al piccolo Teatro “Stesicoro” ubicato all’interno del Palazzo di Città, nel suo “Termini com’era” GASM, 352 pp., 2000.

In realtà, Termini Imerese ebbe un piccolo scrigno dell’arte all’interno del “Palazzo del Magistrato”: il suo Teatro. Esso, anche se pur di modeste dimensioni, nel corso della sua attività e comunque prima del suo smantellamento, accolse e intrattenne il pubblico con rappresentazioni, manifestazioni, commemorazioni e veglioni. In quest’ultimo caso ad esempio, la festa carnascialesca del 1876, organizzata dall’originaria Società del Carnevale, cfr. il mio articolo: “Proclama” del 1876 di Giuseppe Patiri per la Società del Carnovale, in Termini Imerese (https://cefalunews.org/2017/10/07/proclama-del-1876-di-giuseppe-patiri-per-la-societa-del-carnovale-in-termini-imerese/).

Ricordiamo, aprendo una piccola parentesi, che la benemerita Società del Carnevale di Termini Imerese fu la prima forma organizzata di manifestazione carnevalesca documentata, pertanto, in quanto tale, il Carnevale di Termini Imerese è considerato a gran voce uno dei più antichi d’Italia ed erede diretto dell’antico carnevale di Palermo.

Tornando al teatro termitano, purtroppo nulla ci è rimasto della sua struttura lignea, poiché venne totalmente distrutta negli anni 1910-1912, durante i lavori di “trasformazione” dell’edificio.

Verosimilmente, la detta struttura era già esistente sin dal Seicento, epoca, generalmente nota in Europa come il “secolo del teatro”, poiché si diffuse l’interesse verso questa eterogenea disciplina.

Un avvicinarsi ipoteticamente alla possibile allusione struttura teatrale termitana in seno al Palazzo del Magistrato, potrebbe essere ravvisata in uno dei dipinti a fresco eseguiti dal pittore terminese Vincenzo La Barbera (1577 circa – 1642), in particolare nel riquadro raffigurante un teatro con il relativo spettacolo.

Vincenzo La Barbera (1577 circa – 1642), Spettacolo teatrale.  “COMICA GAUDEBAS, LUDIS,VARIISQ ^ CHOREIS MUSA, TUO LAETIS PRINCIPE STESICORO“. Cammara picta”, sede storica del Municipio di Termini Imerese.

 

La pittura del La Barbera fa parte del ciclo narrativo (dodici pannelli in tutto), inerenti la storia di Imera e di Therme, eternate all’interno della “Cammara picta”, o Sala del Magistrato, nelle sede storica del Municipio di Termini Imerese.

Nel panorama sociale universale, il XVII secolo fu contrassegnato dal Concilio di Trento: un’azione risolutiva dei padri conciliari per reagire all’espansione della riforma protestante, ovvero il calvinismo e il luteranesimo. Infatti, il XIX concilio ecumenico, convocato da papa Paolo III, al secolo Alessandro Farnese (1468 – 1549) si svolse, con interruzioni, dal 1545 al 1563. Il sinodo, uno dei più importanti della Chiesa cattolica, era volto a reprimere ed estirpare le dottrine degli eretici attraverso il Tribunale dell’Inquisizione. Pertanto, questa istituzione ebbe il compito di condannare quelle teorie contrastanti l’ortodossia cattolica, le così indicate eresie.

In Italia, ovviamente, anche il teatro fu oggetto di controllo da parte della Chiesa che vigilò affinché si contrastasse ogni forma di tematica immorale e poco ortodossa. Siffatto atteggiamento scoraggiò inevitabilmente il fiorire della produzione del teatro nazionale stesso, favorendolo altrove.

Il Palazzo del Magistrato di Termini

Recentissimo è un rilevante contributo allo studio di questo edificio. Quest’ultimo, infatti, ci riserva sempre nuove e sorprendenti, scoperte.

Grazie alle ricerche archivistiche, geologiche, e all’analisi storico-artistica, effettuata dagli studiosi Patrizia Bova, Antonio Contino e Giuseppe  Esposito, è oggi possibile conoscere le principali tappe evolutive del manufatto simbolo della civica splendidissima.

Lo studio di Bova, Contino ed Esposito, si intitola: L’estrazione e l’uso delle brecce calcaree a rudiste (Cretaceo sommitale) in Termini Imerese (Palermo) nei sec. XVII-XX.

E’ stato pubblicato nel dicembre 2019 come contributo nel volume Arte e storia delle Madonie Studi per Nico Marino, Voll. VII-VIII, A cura di Gabriele Marino e Rosario Termotto, edito dalla benemerita Associazione Culturale – Nico Marino di Cefalù.

Gli autori hanno rintracciato la provenienza dei calcari utilizzati per ornare l’edificio e, nello specifico, il bellissimo portale manieristico.

Provengono tutti dalle antiche cave della Rocca del Castello di Termini Imerese, ubicate sul lido.

Grazie alle ricerche dei detti studiosi, apprendiamo che la costruzione del Palazzo del Magistrato, ossia, l’attuale sede storica del Municipio di Termini Imerese, fu iniziata verso la fine del XVI secolo e venne terminata solamente nel primo decennio del secolo successivo. L’originario fabbricato, denominato con il termine medievale “Tocco” (appellativo dato agli edifici pubblici con antistante loggiato) era già esistente nel Quattrocento, con il suo bel portico esterno rivolto verso la piazza principale.

Vincenzo La Barbera (1577 circa – 1642), Stenio si oppone alla rapacità di Verre. “DUM SUA LARGITUS VERRI MONUMENTA, NEGAVIT/ URBIS AIT, SATIUS QUAM DARE, VELLE MORI” “Cammara picta”, sede storica del Municipio di Termini Imerese.

 

A partire dalla seconda metà del Cinquecento, si volle ampliare l’edificio comunale poiché il Tocco, era alquanto ristretto per poter contenere le sedute del Consiglio Civico. Di conseguenza, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, l’edificio subì un radicale rinnovamento ristrutturativo.

Ornamento del prospetto del Palazzo di Città nel Seicento fino ai giorni nostri

Poiché Patrizia Bova, Antonio Contino e Giuseppe  Esposito, hanno saputo decrittare sapientemente, nel loro complesso substrato iconologico, gli ornamenti che abbelliscono la facciata del Palazzo Comunale di Termini, ci piace riportare qui di seguito alcuni stralci tratti dallo studio da loro effettuato. Il lettore, desideroso di ulteriori approfondimenti, potrà consultare il detto saggio acquistando il prezioso volume.

«Nella prima metà del XIX sec., Baldassarre Romano ci ha lasciato una precisa descrizione di come doveva presentarsi l‘edificio civico seicentesco, rimasto sostanzialmente immutato sino agli anni 30‘ dell‘Ottocento, prima degli scempi di cui egli fu testimone oculare: «Il palazzo della città […] era d‘un bel prospetto, come al presente, con ampia porta ornata di cariatidi e d‘altri intagli, sulla quale sta tuttavia una grande aquila di marmo tra due stemmi della Sicilia (sic) e di Termini. Da una lunga scala di pietra fuori nel mezzo si entrava in un primo grandioso salone coperto d‘una superba soffitta di legname con grossissime trave (sic, travi) d‘abete scorniciate ed intersecate a cassettone, dentro de‘ quali oltre a un bel rosone eran varie figure ed ornamenti simbolici, lavorati pure maestralmente (sic, magistralmente) in legno; e nel centro di tale ricca soffitta pendeva un‘altra più grande aquila con le ali distese e le armi reali nel ventre. Da questo salone passavasi in un piccol‘atrio a destra del quale si entrava in una grande stanza, ed a sinistra in un‘altra di egual grandezza, ma decorata in pitture e particolarmente de‘ vaghi freschi di Vincenzo Barbera, che rappresentano una serie di fatti dell‘antica storia d‘Imera e di Terme». Il «grande salone» era «largo palmi ventisette (6,95 m) e lungo niente meno che cento (25,75 m)».

Cartolina Palazzo Comunale di Termini Imerese (PA), fine ‘800 inizi ‘900, per gentile concessione di Francesco La Mantia.

 

Negli anni ‘30 dell‘Ottocento, quando si intervenne pesantemente sulla ripartizione interna degli ambienti, «la superba soffitta fu smantellata e distrutta e la grande aquila, lo stemma nazionale della Sicilia, che stava lassù maestosa senza che lo straniero l‘avesse atterrata, fu dalla mano stessa de‘ Terminesi strappata e fatta piombare giù dall’alto sminuzzolandosi e riducendosi in pezzi». Nel nuovo edificio rettangolare seicentesco furono enucleati gli ambienti interni (verosimilmente superstiti nelle murature portanti a maggiore spessore) e gli spazi esterni del «Tocco» medievale. La nuova riconfigurazione produsse la totale scomparsa del vano aperto del portico esterno, prospettante sulla piazza principale, mentre dal lato opposto sorse un‘ariosa anticamera quadrangolare (con gli aditi alle altre stanze inquadrati da bei portali manieristici), impreziosita da una loggetta, inquadrante una veduta del paesaggio termitano, con la riviera, sovrastata dalla gradinata naturale dei pianori terrazzati pleistocenici e dal monte S. Calogero (o Euraco) e, in quinta scenica, le Madonie».

Cartolina, Termini Imerese (PA), Piazza Duomo e Municipio fine 1910, inizi 1920, per gentile concessione di Francesco La Mantia.

 

«…Il portale monumentale d‘ingresso, cardine dell‘edificio più rappresentativo della cittadina demaniale, sinora non è stato oggetto di alcuno studio specifico. L‘opera, che si caratterizza per un‘insistita semplicità classicheggiante, con un‘attenta meditazione sull’antico, esibisce due monolitici pilastri laterali (poggianti su piedistalli), ornati da cariatidi, acefale e monche degli arti superiori, fasciate in un panneggio che però lascia in gran parte scoperti i seni. Gli arti inferiori, fortemente stilizzati, sono separati da una scanalatura verticale (glifo) che nel suo attacco superiore curiosamente simula le parti pudende. Le due cariatidi, sono sormontate da capitelli di ordine composito, che sostengono le mensole o gactuna del frontone.

Cartolina, Termini Imerese (PA), Piazza Duomo e Municipio anni ‘1950 del XX secolo, per gentile concessione di Francesco La Mantia.

 

Modanati si presentano gli stipiti e l‘architrave (la cui parte inferiore è ornata al centro da un mascherone, a custodia dell‘ingresso, esibente un grottesco volto maschile barbuto, in parte danneggiato). Il fregio, elegantemente scolpito, all’interno di un ovale mostra l‘iscrizione di ispirazione antiquaria: ORDO ET POPVLVS / THERMITANVS / VRBIS HIMERÆ: che sancisce l‘ideale continuità del senato e del popolo di Himera e di Thermae Himerenses, sino alla Termini seicentesca.

Foto © per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

 

Le cornici oblique del frontone, spezzate agli angoli inferiori, lasciano libero uno spazio simmetrico che, essendo disadorno, a nostro avviso, forse era stato concepito per ospitare un duplice abbellimento (ad es. gli stemmi che furono invece collocati in una posizione più elevata). Al di sotto della parte apicale del frontone, campeggia l‘elegante scultura che raffigura il lato concavo della valva superiore del Pecten jacoboeus, mollusco anequivalve dalle tipiche coste radiali. Infine, al di sopra del frontone, disposti simmetricamente ai lati, vi sono due sculture raffiguranti dei vasi fumanti.

Foto © per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

 

Nel piano nobile, quattro ariosi finestroni dell‘edificio seicentesco, si aprono nella facciata di piazza in Pietra bianca di Termini. I finestroni seicenteschi sono anch‘esse ornati da stipiti ed architrave modanati, che fanno pendent con il portale, sormontati dal fregio e dalla cornice. Gli elementi litici di calcare bioclastico, macroscopicamente mostrano piccole druse o vene di calcite spatica e, a luoghi, inglobano frammenti centimetrici di selci rosso-brunastre (come nel portale). Queste litologie vanno ascritte alla facies a frammenti di Rudiste (RFC), caratterizzata da un deposito bioclastico a Rudiste, granulo-sostenuto, prodotto da flussi gravitativi. La struttura del portale, in passato è stata interessata da un lieve quadro fessurativo con lesioni, talvolta associate a piccoli cedimenti e rotazioni. I punti di sconnessione, sia all’interno del materiale lapideo che nella giunzione con la muratura, furono ritoccate con una poco invasiva preparazione a stucco. Le riattivazioni, in tempi più recenti, con molta imperizia, sono state riempite adoperando addirittura un‘insulsa malta cementizia grigia mista a sabbia. Al di sopra del portale, campeggia centralmente la targa celebrativa datata 1642, terminus antequem relativamente al completamento delle opere durante il regno di Filippo IV di Spagna e III di Sicilia, auspici il viceré, Juan Alfonso Enriquez de Cabrera, Almirante de Castilla ed il civico magistrato. L‘iscrizione, è racchiusa in un elegante cartiglio bislungo, dalle ampie volute, ornato ai lati da due profili femminili e, al centro del bordo inferiore, da una conchiglia. Auspice il detto viceré, analogamente al palazzo civico di Termini Imerese, furono condotte, e completate nel 1643, le opere di ingrandimento e di abbellimento del prestigioso edificio senatoriale di Catania, anche qui successive ad una prima fase, ultimata nel 1622.

Foto © per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

 

Al culmine del prospetto, si staglia l‘aquila, con l‘insegna sabauda sul ventre, che sostituì l‘originale emblema regio seicentesco, costituendo un evidente e stridente anacronismo, per cui è del tutto fuorviante associarla all’opera monumentale. L‘originario apice della composizione architettonica, l‘aquila regia, invece, si inseriva coerentemente nel contesto storico che vide le fasi conclusive dei lavori relativi all’edificio civico. La stessa precitata iscrizione celebrativa, con tono magniloquente allude all’aquila, emblema regale per eccellenza, che allegoricamente protegge la novella Himera dalla minaccia di pirati nordafricani, paragonati ai cartaginesi distruttori della colonia greca nel 409 a. C.

Foto © per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

 

Simmetricamente disposti ai lati, campeggiano due stemmi a rilievo, adornati da un elegante cartiglio con volute, conchiglia e due figure femminili stilizzate ai lati. L‘emblema della città demaniale di Termini, posto sul canto destro (per chi guarda), mostra in primo piano, tre figure (se fossero stati presenti gli smalti sarebbero stati d’oro su campo d’azzurro): la ninfa Himera con la cornucopia, il poeta Tisia detto Stesicoro e la capretta,sovrastate dal monte Euraco, sulla cui vetta si staglia la figura ingigantita di S. Calogero eremita.

Foto © per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

 

Nel canto sinistro (per chi guarda), invece, contrariamente a quanto scritto dal Romano, non è presente lo stemma della Sicilia, bensì il blasone, ornato da cimiero e corona, con le insegne del viceré Juan Alfonso Enríquez de Cabrera e della viceregina Luisa o Aloisia Sandovàly Roxas…».

Foto © per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

 

Pertanto, il nuovo edificio seicentesco a pianta rettangolare ebbe questa nuova disposizione:

  • scomparve il vano aperto del portico esterno rivolto verso la piazza principale;
  • dal lato opposto sorse una luminosa e ariosa sala quadrangolare da cui si dava adito agli altri ambienti, i cui ingressi, sono tuttora ornati da eleganti portali in stile manieristico;
  • fu ricavata una loggetta prospettante verso la splendida cornice del Monte S. Calogero (o Euraco) e la catena delle Madonie.

Dallo studio predetto apprendiamo ancora che tra il 1910 e il 1912 l’edificio fu ristrutturato pesantemente, interessando sia il prospetto principale che quello laterale. In realtà, oltre ad aggiungere un secondo piano (che fu sormontato dal nuovo tetto ad embriciato per raccogliere le acque pluviali), fu inserito un corpo di fabbrica nella parte retrostante. Il rifacimento condusse anche alla demolizione dell’elegante abbaino. Tale rimaneggiamento sfalsò l’originaria configurazione dell’edificio che da quella volta ha sempre mantenuto l’attuale aspetto.

Foto di Copertina © Palazzo Comunale, sede storica, per gentile concessione di Antonino, Surdi Chiappone

Bibliografia e sitografia

Giuseppe NavarraTermini com’era” GASM, 352 pp. 2000.

Giuseppe Longo 2017 “Proclama” del 1876 di Giuseppe Patiri per la Società del Carnovale, in Termini Imerese, cefalunews.org.

Patrizia BovaAntonio ContinoGiuseppe Esposito L’estrazione e l’uso delle “brecce a rudiste” (Cretaceo sommitale) in Termini Imerese (PA) nei secoli XVII-XX, in: Gabriele Marino e Rosario Termotto (a cura di), Arte e Storia delle Madonie – Studi per Nico Marino, voll. VII-VIII, Atti della VII e VIII edizione, Cefalù – Sala delle Capriate, Palazzo del Comune, Piazza Duomo, 4 novembre 2017 e 3 dicembre 2018, pp. 119-141.

Giuseppe Longo, 2018 – Una scorrazzata… di una “corazzata” carnevalesca tra Palermo e Termini Imerese, nei mitici anni Cinquanta, Cefalunews.org.

G. Longo – 2018 – Il binomio Palermo-Termini, tra porte civiche, manifestazioni carnascialesche e “gustose” leggende metropolitane, Cefalunews.org.

G. Longo – 2019 – “La rivincita della “vera” storia del Carnevale Termitano”, Cefalunews.org.

G. Longo – 2019 – “Riflessioni sulla festa carnascialesca di Termini Imerese l’erede indiscussa dell’antico Carnevale di Palermo”, Cefalunews.org.

G. Longo – 2020 “Una eclettica figura di studioso siciliano: Giuseppe Pitrè”, Cefalunews.org.

G. Longo – 2020  “I nanni di Carnevale trapiantati da Palermo a Termini Imerese”, Cefalunews.org.

G. Longo – 2020 I Nanni del Carnevale di Termini Imerese a diporto alla “lavata râ lana”, Cefalunews.org.

Giuseppe Longo
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