Le vicende del marinaio Mariano La Malfa a bordo del “Maestrale”, durante il secondo conflitto mondiale e la sua attività di servizio nella Guardia di Finanza

Raccontiamo in questo articolo la storia del marinaio Mariano La Malfa, siciliano di Piazza Armerina (EN) il quale nel corso la Seconda Guerra Mondiale era in forza sul cacciatorpediniere Maestrale. La nave da guerra su cui egli era imbarcato costituiva il caposquadriglia della “X Squadriglia Cacciatorpediniere della II Divisione incrociatori” con base alla Spezia. La classe Maestrale, nota anche come classe “Venti”, era formata da quattro unità navali: il già citato Maestrale e i tre gemelli, Grecale, Libeccio, e Scirocco.

Il marò La Malfa il 9 gennaio del 1942, fu testimone oltre dell’incidente che coinvolse la propria nave nel Mediterraneo, anche della fatale detonazione (egli vide il bagliore di una fiammata causata dall’urto su una mina) che compromise irrimediabilmente lo scafo del cacciatorpediniere Corsaro, sopraggiunto in soccorso del Maestrale. In realtà, il Corsaro, della Classe “Soldati” saltò su due mine affondando rapidamente a circa 40 miglia da Biserta. Le cariche esplosive erano state disseminate in mare dal posamine veloce britannico HMS Abdiel, nella notte tra l’8 ed il 9 dello stesso mese. 

L’Abdiel faceva parte della Mediterranean Fleet della Royal Navy, ed ebbe il compito di minare l’itinerario di evacuazione delle potenze dell’Asse dalla Tunisia. I cacciatorpedinieri Maestrale e Corsaro, in quel lontano inverno di settantanove anni fa, in condizioni di mare avverse, scortavano la motonave Ines Corrado in rotta verso Biserta, sulla costa settentrionale della Tunisia, la tristemente famosa “rotta della morte”.

Abbiamo chiesto a Michele Nigro* (il quale ha direttamente raccolto la testimonianza del “giovane” novantasettenne Mariano La Malfa) di parlarci di quanto lui ha appreso circa le vicissitudini occorse al suo collega della Guardia di Finanza durante sua lunga e perigliosa carriera militare.

Inoltre, ci siamo rivolti allo storico navale Virginio Trucco (2) per la scheda tecnica del Cacciatorpedineiere Maestrale.

«Ho letto e approfondito tante storie sulla Seconda guerra mondiale ma raccogliere le testimonianze di un uomo che ha vissuto in prima persona quelle esperienze, suscita emozioni indelebili che ti accompagnano per sempre.

Ho conosciuto Mariano La Malfa nel corso della mia carriera nella Guardia di Finanza, quando lui rivestiva ancora la carica di presidente dell’Associazione nazionale finanzieri d’Italia – Sezione di Palermo.

Non ricordo bene il motivo dell’incontro ma non posso dimenticare la lucida e travolgente narrazione della sua lunga e travagliata carriera iniziata in giovane età con l’arruolamento nella Regia marina, in piena Seconda guerra mondiale, e proseguita nel corpo della Finanza sino alla fine degli anni ‘70.

Dopo tanto tempo l’ho voluto rivedere per trascrivere le sue memorie e lasciare una traccia che non sia solo patrimonio dei pochi conoscenti ma di tutti quelli che condivideranno questa breve narrazione.

Procediamo per gradi ed entriamo nel vivo di questa cronistoria, lunga quasi ottanta anni.

Mariano La Malfa nasce a Piazza Armerina (EN) il 25 marzo del 1925 da Cateno e Giovanna Di Gangi. Il papà, scomparso prematuramente nel 1940, faceva il muratore mentre la mamma si occupava della famiglia. Del nucleo familiare faceva parte anche una sorella, Giovanna. A Mariano piace la scuola che frequenta con assiduità e profitto riuscendo a conseguire la licenza del terzo avviamento industriale. Ciò, nonostante le difficoltà economiche e sociali dettate dall’entrata in guerra dell’Italia, quel fatidico 10 giugno del 1940.

Deve ancora compiere diciassette anni quando, ultimato il corso di studi e spinto dall’amor patrio, all’epoca fortemente promosso dall’ideologia fascista, decise di offrire la sua giovane vita alla difesa della Nazione. Vincendo la resistenza della mamma e dei parenti, nel novembre del 1941 si arruolò volontario nella Regia marina. La Malfa parte, quindi, per il centro CREM (Corpi reali equipaggi marittimi) di Messina, nella consapevolezza che l’affitto di una piccola proprietà terriera e il sussidio comunale di guerra avrebbero compensato la potenziale perdita del reddito prodotto da Mariano. Come detto, il padre era deceduto prematuramente e lui era l’unico figlio maschio.

Il marò Mariano La Malfa a Pola (archivio privato M. La Malfa)

Dopo un paio di settimane il neo marinaio viene trasferito a Pola (ex Jugoslavia) per frequentare il corso allievi e conseguire la specializzazione di “cannoniere e armarolo”. Non riuscì a completare il tirocinio perché in quel momento era necessario formare, in tempi contenuti, gli equipaggi delle navi da guerra utilizzate quale scorta convogli e per il trasporto delle truppe dirette in Africa orientale per rifornire e rafforzare i contingenti militari ivi dislocati.

Siamo alla fine del 1942, La Malfa lascia Pola per raggiungere Napoli ed essere imbarcato sul “Maestrale”, un cacciatorpediniere capace di sviluppare una velocità di trentadue nodi, con un equipaggio di dodici ufficiali e 230 uomini tra sottufficiali e marinai. In quel periodo partecipa a diverse missioni tra le quali la posa di uno sbarramento di mine nel canale di Sicilia per interdire il traffico navale nemico in quel tratto di mare.

CT Maestrale, posa di mine nel canale di Sicilia – Collezione Alessandro Bellomo

 

L’8 gennaio del 1943, ultimate le operazioni di carico, il “Maestrale” al comando del capitano di vascello Nicola Bedeschi parte da Napoli per Palermo, dove si unisce al cacciatorpediniere “Corsaro”, per scortare a Biserta la nave da trasporto “Ines Corrado”. Erano le venti del giorno successivo e gli altoparlanti di bordo trasmettevano il bollettino di guerra. Quella sera il marò La Malfa era di vedetta a poppa, il posto di guardia era adiacente ai cannoni binati, il mare era molto mosso e le onde sommergevano la prua della nave che riemergeva innalzandosi sopra i flutti. All’improvviso una fiammata si alzò sotto la sua postazione e il pezzo di nave sotto di lui s’inabissò portandosi dietro eliche e timoni.

In un primo momento si pensò che un siluro avesse colpito il cacciatorpediniere ma in seguito ci si rese conto che il danno era stato provocato dall’impatto con una mina posta in mare da una nave britannica. Il Maestrale, comunque, continuava a galleggiare. I depositi di munizioni ubicati in quella sezione non erano esplosi, la chiusura tempestiva delle paratie stagne e l’alleggerimento della nave di munizionamento e attrezzature varie, cui partecipò attivamente anche Mariano, avevano determinato la salvezza dell’imbarcazione e quella dell’intero equipaggio.

CT Maestrale, posa di mine nel canale di Sicilia – Collezione Alessandro Bellomo

Senza mezzi di governo, il Maestrale andò alla deriva rischiando di finire sul campo minato collocato dagli inglesi, ma la perizia del comandante e la prontezza dell’equipaggio scongiurarono l’evento. Diverso fu il destino del Corsaro che, nel tentativo di soccorrere il cacciatorpediniere, esplose sugli ordigni portando negli abissi l’intero equipaggio sotto lo sguardo, impotente, dei marinai del Maestrale.

I soccorsi alla nave in avaria, ostacolati dal maltempo, partirono da Biserta e raggiunta l’unità riuscirono ad agganciarla e condurla in porto dove furono eseguiti i primi interventi di manutenzione. Dopo qualche settimana, con grandi difficoltà e sfiorando altre catastrofi nel corso della navigazione, l’unità raggiunsei cantieri navali di Genova. I lavori proseguirono per molti mesi, nel frattempo, la notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, gli anglo-americani sbarcarono in Sicilia e l’8 settembre dello stesso anno l’Italia firmò la resa.

Nave Maestrale in tenuta mimetica. Collezione-privata

La Malfa apprese la notizia mentre si trovava in licenza a Merano e, insieme con altri marinai, si stava recando presso la locale stazione ferroviaria per rientrare a Genova. La gente, festosa, gridava dai balconi e per strada che la guerra era finita e anche Mariano si fece contagiare da quell’atmosfera, pensando di poter ritornare a casa e abbracciare i propri familiari.

Saliti sul treno partirono ma, giunti a Verona, il convoglio fu fermato e a bordo salirono un nugolo di soldati tedeschi armati di tutto punto che li spinsero fuori dai vagoni per portarli presso qualche vicina caserma dell’Esercito. Camminavano in gruppo scortati dai militari tedeschi quando, giunti in prossimità di una curva della strada, si creò una certa confusione. Approfittando del momento, La Malfa e un altro marinaio, sgattaiolarono fuori dal gruppo e s’infilarono in un capannello di persone che li nascosero alla vista dei tedeschi e li ospitarono a casa loro.

Dopo qualche giorno i marò decisero di raggiungere Napoli e in abiti borghesi cominciarono il viaggio. Salivano sui treni e scendevano poco prima dell’ingresso del convoglio nella stazione per risalire a bordo degli stessi subito dopo la partenza. Ciò per sottrarsi ai fitti controlli dei tedeschi che presidiavano gli scali ferroviari. Tutto andò bene fino a Reggio Emilia, dove furono nuovamente fermati e caricati su carri bestiame (egli ricorda ancora la scritta stampigliata sulla fiancata dei vagoni: “cavalli 8”, e quella realizzata a mano: “40 uomini”) diretti in Germania.

Dopo aver percorso circa 900 chilometri in condizioni disumane raggiunsero, presumibilmente, il campo di prigionia di “Buchenwald” in Turingia. Era questo uno dei campi più estesi tra quelli creati dal regime nazista e nel corso della sua attività, “ospitò” circa 238.000 persone di diverse nazionalità. In uno dei tanti “blocchi”, in cui era suddiviso il campo, che comprendeva anche una sezione con i forni crematoi, fu internata e morì la principessa Mafalda di Savoia. L’intera area era recintata con filo spinato elettrificato e lungo il perimetro erano poste delle torrette di guardia presidiate dalla “SS”.

Modello del campo di Buchenwald, da Wikipedia

I nuovi arrivati furono alloggiati in alcune baracche poste al centro del campo. All’interno dei capannoni, gli enormi spazi erano riempiti da innumerevoli file di letti a castello. Dopo alcuni giorni dall’arrivo, trascorsi senza ricevere alcun tipo di cibo, il gruppo di militari di cui faceva parte anche Mariano fu schierato e a ognuno dei militari fu chiesta l’adesione alla Repubblica sociale italiana che comportava il rimpatriato in Italia e la prosecuzione della guerra a fianco delle truppe tedesche.

La maggior parte dei prigionieri, tra cui lo stesso La Malfa, rifiutarono l’offerta. Nei giorni successivi, durante uno degli appelli che scandivano la giornata degli internati, un interprete chiese ai presenti se vi fosse qualcuno con esperienze lavorative nel settore della meccanica.

Foglio matricolare Marina Militare (Archivio La Malfa)

Il giovane marinaio, che aveva frequentato proprio quella scuola di perfezionamento, si fece avanti e così fu assegnato a una fabbrica di armi posta nelle vicinanze del campo, probabilmente le “officine Gustloff”. Un grande edificio suddiviso in più piani, nel quale si svolgevano diverse attività. Si vociferava che nei sotterranei, inaccessibili ai prigionieri, si stava costruendo una bomba capace di cambiare in poco tempo le sorti del conflitto in corso. Lo stabilimento era gestito da civili ma vigilato esternamente da militari tedeschi. La mattina successiva, insieme con gli altri, La Malfa raggiunse a piedi lo stabilimento e fu assegnato a una catena di montaggio destinata alla produzione e assemblaggio di motori per aerei.

La giornata lavorativa durava circa dieci ore, sette giorni su sette. L’alimentazione era costituita da due pasti: a mezzogiorno un minestrone con verdure e patate, la sera una fetta di pane di segala. La fatica e la scarsa alimentazione lo portarono a raggiungere in poco tempo un peso di circa trenta chili. Nel corso della prigionia assistette, impotente, ad atti di mera crudeltà, tra cui l’uccisione di un serbo che aveva raccolto un pane da terra e si accingeva a consegnarlo ad un tedesco che, contrariamente ad ogni aspettativa, gli sparò a bruciapelo.

Il 24 agosto del ’44, aerei americani bombardarono lo stabilimento colpendo anche parte delle baracche del campo di prigionia. Mariano insieme ad altri militari venne subito impiegato per estrarre dalle macerie i materiali e gli impianti rimasti integri. Gli stessi furono caricati su camion e trasportati, insieme ai prigionieri, all’interno di alcune gallerie, scavate per estrarre minerali di ferro, che sorgevano ai confini tra il Belgio e la Francia.

Nei villaggi posti in prossimità delle miniere furono requisite tutte le abitazioni necessarie a ospitare militari e prigionieri. Quanto recuperato fu riposizionato e rimesso in funzione. La vigilanza sui nuovi impianti era blanda e i centri abitati molto isolati. Ciò spinse La Malfa e altri compatrioti a darsi alla fuga con l’intento di raggiungere la cittadina di Le Havre liberata, secondo le notizie fornitegli dal suo responsabile tedesco, dagli anglo-americani nel settembre dello stesso anno. Tutto andò bene fino a quando, attraversando il paesino di Verdun, furono fermati dalla polizia locale e condotti in caserma. Il giorno dopo arrivò sul posto il generale Charles De Gaulle e i prigionieri furono schierati per la “rivista”.

A Mariano toccò un posto nella prima fila. Durante la rassegna il generale interpellò diversi militari del gruppo e si soffermò anche a parlare con lui chiedendogli chi fosse. Egli, per nulla intimorito, gli rispose di essere un marinaio italiano. Il generale allora esclamò: “Eh!… Mussolini”, intendendo evidenziare la sua appartenenza al regime fascista; di contro La Malfa gli rispose in francese; “appartengo solo a mia madre”.

La conversazione si fermò la; il generale ultimò l’ispezione e andò via. Nei giorni a seguire si presentò in caserma un civile che si rivolse ai prigionieri chiedendo se fra loro ci fosse qualcuno disponibile a lavorare nella sua officina. La Malfa si fece avanti e, avuto il permesso dei francesi, si allontanò insieme all’uomo. Da quel momento la sua vita fu molto più tranquilla e dignitosa. Era ospitato in un’abitazione messa a disposizione dal proprietario dell’azienda, mangiava regolarmente e aveva la possibilità di spostarsi liberamente.

Durante un’uscita serale, incontrò un capitano americano che, sentendolo parlare, gli chiese in uno stentato italiano di dove fosse. Mariano gli rispose che era di Piazza Armerina, a quel punto l’ufficiale disse che i suoi genitori erano originari di Gela. L’appartenenza alla stessa regione fece sorgere tra loro una reciproca simpatia e accese in Mariano la speranza di fare avere notizie ai familiari che non “sentiva” dal momento della sua cattura a Merano. Così chiese al capitano se aveva modo di far recapitare una lettera alla madre. L’ufficiale si rese subito disponibile e così il giorno successivo prese la lettera di Mariano e la spedì ai suoi genitori in America che la inviarono ai parenti di Gela i quali, a loro volta, la consegnarono alla madre. “Giovanna” scrisse la risposta per il figlio e la consegnò all’interlocutore che avviò la missiva per il percorso inverso. Dopo un mese e mezzo circa la lettera raggiuse La Malfa. Leggendo quelle affettuose parole e colto dalla voglia di rivedere i suoi cari egli decise di scappare e così intraprese l’ennesima fuga.

Dopo circa tre settimane, percorrendo a piedi e in treno la distanza che lo separava dall’Italia, il 28 ottobre del 1945, passò il confine svizzero attraverso il valico del Sempione. Questa non era che una “piccola” tappa, adesso bisognava percorrere tutta la penisola italiana e raggiungere Piazza Armerina. L’impresa non fu facile, ma con tanta caparbietà e un pizzico di fortuna, il fuggitivo riuscì ad abbracciare la mamma e la sorella che aveva lasciato circa due anni prima. Trascorso qualche giorno in famiglia, ligio al dovere, si presentò alla Capitaneria del porto di Catania che lo avviò al Comando navale di Messina per redigere il resoconto sul periodo trascorso dalla sua cattura fino a quel momento. Ultimate le operazioni, La Malfa rimase a prestare servizio presso quest’ultimo Reparto.

Il neo finanziere mare Mariano La Malfa a Gaeta (archivio privato M. La Malfa)

Nell’Ottobre del ’46, avendo vinto il concorso nella Guardia di finanza, si congeda dalla Marina militare. Il successivo mese di marzo viene arruolato nel “ramo mare” della Finanza, dove intraprende una brillante carriera che lo porta a conseguire numerosi riconoscimenti.

Dopo aver frequentato il corso allievi a Roma, per il conseguimento delle specializzazioni di radiotelegrafista e radiomontatore, viene avviato, in diversi periodi,  presso la scuola Corpo Equipaggi Militari Marittimi (CEMM) di Taranto, la scuola dell’Esercito “Cecchignola” di Roma e presso la scuola Nautica della Guardia di finanza di Gaeta.

Giugno 1949, Scuole CEMM, indicato con la freccia il finanziere Mariano La Malfa (Archivio La Malfa)

Presso i reparti di assegnazione si distingue per il coraggio e lo spirito di iniziativa.

In Sardegna, dopo che un fulmine provoca l’incendio del distaccamento dove faceva servizio, interviene prontamente mettendo in salvo il collega rimasto ustionato ed il materiale dell’Amministrazione.

In Puglia, durante un fortunale di eccezionale violenza che aveva investito il porto di Bari, evita gravi danni alla motovedetta sulla quale era imbarcato, rafforzando gli ormeggi e calando in mare numerosi “paracolpi” per salvaguardare l’integrità del natante.

In Sicilia, durante l’alluvione che colpì Trapani nel novembre del ’76, si prodiga per ristabilire i collegamenti radio tra quella zona e le provincie limitrofe, consentendo l’arrivo di soccorsi mirati nei territori rimasti isolati.

Diploma combattente (Archivio La Malfa)

Tanti i comandi e le unità navali presso i quali trova impiego nei trentadue anni trascorsi nella Guardia di finanza, a partire dal difficile periodo del primo dopoguerra, in cui il Corpo cominciò a riorganizzarsi, fino al giugno 1979, anno in cui si congeda. Tanti, inoltre, i riconoscimenti ricevuti tra i quali il “Diploma d’onore al combattente per la libertà d’Italia” rilasciato dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

La sua permanenza nell’ambiente militare, comunque, non cessa. Entra, infatti, a far parte dell’Associazione nazionale finanzieri d’Italia dove ricopre per circa un ventennio, la carica di Presidente della Sezione palermitana (attualmente è Presidente onorario del citato sodalizio).

Il Maresciallo La Malfa all’interno della Sezione Anfi di Palermo (archivio La Malfa)

Vorrei ultimare la narrazione di questa interessante vicenda citando il motto araldico coniato da Gabriele d’Annunzio per la Regia Guardia di finanza: “Nec Recisa Recedit” (neanche spezzata retrocede), che rispecchia appieno lo spirito del novantasettenne Mariano La Malfa che, sebbene colpito da innumerevoli sventure seppe sempre rialzarsi e andare avanti seguendo la strada dell’onore e della fedeltà alle leggi e alle istituzioni dello Stato».

 

Il cacciatorpediniere Maestrale

«All’inizio degli anni ‘20, tutte le marine iniziarono lo sviluppo di nuovi cacciatorpediniere sulla base delle esperienze maturate durante la guerra ed dall’avvento delle nuove minacce subacquea ed aerea. La Regia marina iniziò la costruzione di una serie di classi di poche unità a livello di sperimentazione, si succedettero così i 3 Leone, i 4 Sella, i 4 Sauro a cui seguirono gli 8 Turbine i 12 Tarigo e gli 8 Freccia/Folgore. Tutte le classi erano un miglioramento delle precedenti, più che nell’armamento nelle caratteristiche nautiche, velocità e autonomia. Nel 1930 mentre venivano impostati le prime unità della classe Freccia, il colonnello del Genio Navale Guido Truccone iniziò lo studio di un Freccia migliorato che attraverso un sensibile aumento delle dimensioni (pur mantenendo lo stesso armamento, velocità ed autonomia) avesse una maggiore robustezza, stabilità e migliori qualità nautiche. Il progetto fissò la lunghezza a 106.7m e una larghezza di 10.2m, il dislocamento normale doveva aggirarsi sulle 2000t e la velocità massima di 38n, nel programma navale 1930-1931 fu ordinata la costruzione di 4 unità (1) che presero il nome di Maestrale, Grecale (2), Scirocco e Libeccio. Le unità furono costruite nei cantieri di Riva Trigoso e Ancona.

Le caratteristiche erano le seguenti:

Dislocamento: standard 1680t, normale 2025t, a pieno carico 2235t.

Lunghezza: 106.7m

Larghezza: 10.3m

Immersione: 4.1m

Propulsione: 3 caldaie che fornivano vapore a due gruppi di turbine per una potenza di 44000HP collegate a due assi

Velocità massima: 38 n

Autonomia: 4000mg a 12 nodi

Equipaggio: 7 ufficiali 176 fra sottufficiali e comuni

Armamento: 4 pezzi da 120/56 in impianti binati scudati, uno a prora ed uno a poppa; 2 obici illuminanti da 120/15 in due postazioni singole a centro nave; 8 mitragliatrici Breda da 20/65 mod 1935; 2 lancia siluri trinati da 533mm; 2 tramogge scarica bombe di profondità; era dotata di ferro guide per la posa di mine.

Il Maestrale fu costruito presso i cantieri navali di Ancona, impostato il 25 settembre del 1931, varato il 15 aprile del 1934, entrò in servizio  nella Regia Marina il 2 settembre 1934.

Nel 1942 durante un ciclo di grandi lavori, l’armamento fu modificato sostituendo il complesso binato di prora con uno singolo, posto fra i due impianti lanciasiluri, furono sbarcati i due obici illuminanti e sostituiti con due complessi di mitragliere binate da 20/65, furono installati due lanciabombe laterali e sostituite le tramogge con tipi più moderni.

Dal 10/06/1940 fino al 09/01/1943 la nave effettuò 157 missioni di guerra: 14 di scorta a forze navali, 5 di posa di mine, 2 di ricerca sommergibili, 2 di bombardamento contro costa, 3 di trasporto, 52 di scorta convogli e 55 di trasferimento, per un totale di 54859mg percorse.

L’ultima missione iniziò il 09/01/1943, il Maestrale partì da Napoli per scortare la motonave Ines Corrado verso Biserta, la sera quando il convoglio era a circa 40mg da Biserta il Maestrale a causo dello scoppio di una mina/siluro perse 12m di poppa rimanendo immobilizzato, soccorso da unità navali fu rimorchiato a Biserta e dopo le prime riparazioni provvisorie fu rimorchiato prima a Trapani, poi a Napoli e successivamente a Genova, dove si trovava alla data dell’otto settembre, la nave non potendo prendere il mare il giorno 9 fu autoaffondata dall’equipaggio, recuperato dai tedeschi, fu di nuovo affondato da questi al fine di bloccare il porto nel 1945, al termine del conflitto fu recuperato ed inviato alla demolizione».

(1) Dalla classe Venti derivò a sua volta la numerosa classe Soldati

(2) Il Grecale sopravvissuto alla guerra, dopo un radicale ammodernamento prestò servizio nella Marina Militare fino a metà degli anni ‘60.

 

Note:

(*) Michele Nigro, Sottotenente in congedo della Guardia di Finanza, nel corso della carriera ha ricoperto incarichi vari a Trieste ed alla sede di Palermo. Riveste, in atto, la carica di Sindaco nel Consiglio Direttivo della Sezione A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia) di Palermo. Ha pubblicato, sul sito interno della Guardia di Finanza e sulle riviste del Corpo, vari articoli sulla costituzione e sviluppo di alcuni reparti con sede a Palermo e sull’attività della Finanza in Sicilia in diversi periodi storici.

(2) Virginio Trucco è nato a Roma, ha frequentato l’Istituto Tecnico Nautico “Marcantonio Colonna”, conseguendo il Diploma di Aspirante al comando di navi della Marina Mercantile. Nel 1979,frequenta il corso AUC (Allievo Ufficiale di Complemento) presso l’Accademia Navale di Livorno, prestando servizio come Ufficiale dal 1979 al 1981. Già dipendente di Trenitalia S.p.A. lo storico navale Virginio Trucco è membro dell’Associazione Culturale BETASOM (www.betasom.it).

Foto di copertina: Mariano La Malfa scuola cannonieri Messina (Archivio La Malfa)

 

Si ringraziano:

Michele Nigro, Mariano La Malfa, Virginio Trucco e Alessandro Bellomo.

 

Bibliografia sitografia

Giorgio Giorgerini, La guerra italiana sul mare. La marina tra vittoria e sconfitta, 1940-1943, Mondadori, 2002.

Marina Militare Italiana – Almanacco Storico Navale Classe Maestrale.

Cacciatorpediniere Maestrale, trentoincina.it.

 

Giuseppe Longo
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