Immagina un’alba d’estate.
L’aria è immobile, i campi respirano piano, il buio arretra senza opporre resistenza. In mezzo a questa quiete assoluta c’è un casale rosso, isolato, come se il mondo avesse deciso di girargli intorno. Biciclette da bambini appoggiate alla ghiaia, giocattoli dimenticati, panni stesi, animali da cortile che si muovono lenti. Tutto parla di vita. Tutto suggerisce normalità. Poi arriva il silenzio. Un silenzio innaturale. E subito dopo, un urlo.
È da qui che prende forma uno dei meccanismi narrativi più inquietanti costruiti da Donato Carrisi, autore che da anni non si limita a scrivere thriller, ma progetta vere e proprie architetture del dubbio. In questo romanzo, nulla è lasciato al caso: ogni dettaglio è un indizio, ogni certezza una trappola.
C’era una volta una famiglia perfetta. Due genitori amorevoli, tre figli piccoli. E ora non c’è più. Dentro quel casale, in una notte d’agosto, è accaduto qualcosa di irreversibile. Qualcosa di così terribile da imporre una spiegazione immediata. E infatti la spiegazione c’è. È semplice. È logica. È rassicurante. C’è un solo possibile responsabile: l’unico sopravvissuto.
Carrisi gioca con il bisogno umano di ordine. Con il nostro desiderio profondo di mettere le cose a posto, di dare un nome al male, di chiudere il cerchio. Il romanzo ti accompagna dolcemente verso una verità che sembra perfetta: ogni dettaglio combacia, ogni indizio è allineato, ogni domanda ha una risposta. E proprio quando pensi di aver capito tutto, quando senti di poter tirare un sospiro di sollievo, accade qualcosa di molto più disturbante.
La storia non finisce.
La storia comincia.
È qui che il libro mostra la sua vera natura: non un thriller da consumare, ma un dispositivo narrativo che coinvolge direttamente chi legge. Non sei più uno spettatore. Non sei più al sicuro. Sei parte del meccanismo. Sei tu a scegliere cosa credere. Sei tu a decidere dove guardare. E, soprattutto, sei tu a portare il peso della verità.
Non è un caso che questo romanzo sia stato definito da Cristina Taglietti, sul Corriere della Sera, “un gioco metanarrativo, un sortilegio d’identità”. Carrisi costruisce una storia che riflette sulla scrittura stessa, sulla fiducia che accordiamo ai racconti, sull’illusione di poter distinguere con chiarezza il bene dal male. Ogni pagina è una maschera che cade, ogni capitolo sposta il piano della realtà di qualche centimetro, quanto basta per farti perdere l’equilibrio.
Il grande tema non è il crimine, ma la percezione. Quanto siamo disposti a credere a ciò che vediamo? Quanto ci fidiamo delle spiegazioni più comode? Quanto siamo pronti ad accettare che la verità possa essere diversa da quella che desideriamo?
Donato Carrisi conosce bene queste domande. Laureato in giurisprudenza, specializzato in criminologia e scienza del comportamento, giornalista e sceneggiatore, ha sempre lavorato sul confine tra razionale e irrazionale. Nei suoi romanzi il male non è mai solo un atto, ma una zona d’ombra che attraversa le persone comuni. È successo con La ragazza nella nebbia, con Io sono l’abisso, con La casa delle voci. Qui, però, il passo è ulteriore: il lettore non osserva il buio, ci entra.
Il sopravvissuto non è solo un personaggio. È uno specchio. Un luogo narrativo in cui confluiscono sospetto, empatia, rifiuto. Carrisi non chiede mai apertamente da che parte stare, ma costruisce una situazione in cui ogni scelta morale sembra inevitabile. Ed è proprio questa apparente inevitabilità a rendere l’esperienza di lettura così destabilizzante.
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questo romanzo. Viviamo in un’epoca in cui le verità vengono confezionate per essere credibili, non necessariamente vere. In cui le narrazioni contano più dei fatti. Carrisi intercetta questa fragilità e la trasforma in letteratura, mettendo il lettore davanti a una domanda semplice e spietata: e se la verità che stai difendendo fosse solo quella che ti fa sentire meno colpevole?
Alla fine del libro resta una sensazione difficile da definire. Non è paura. Non è sorpresa. È una forma di inquietudine più sottile, che continua anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. Perché il segreto non è solo nella storia. È nel modo in cui la storia ti ha cambiato. In quello che ora sai di te stesso come lettore, come giudice, come essere umano.
Questo romanzo non chiede di essere letto.
Chiede di essere attraversato.
E quando lo fai, qualcosa resta con te. Un dubbio. Un’ombra. Un segreto che, una volta conosciuto, non può più essere restituito.
Sei sicuro di voler sapere fino in fondo da che parte stavi davvero?














