Lawrence Durrell e quel romanzo intitolato “Cefalù”: un vero mistero letterarrio

Nelle biblioteche inglesi di mezzo mondo esiste un romanzo dal titolo Cefalù. È un libro del 1947, la prima edizione uscì a Londra per un piccolo editore di poesia, e l’autore era un giovane inglese di trentacinque anni, nato nell’India coloniale, reduce dagli anni difficili della Seconda guerra mondiale passati tra il Cairo, Alessandria d’Egitto e Rodi. Si chiamava Lawrence Durrell, e sarebbe diventato celebre dodici anni dopo con il Quartetto di Alessandria, una delle opere narrative più ammirate della letteratura inglese del Novecento. Ma prima di Alessandria, prima del suo capolavoro, Durrell scrisse un romanzo breve e curioso che porta il nome di una città italiana in cui non aveva mai ambientato una riga. Perché Cefalù di Durrell, paradosso letterario divertente, è un romanzo ambientato a Creta.

Chi era Lawrence Durrell

Lawrence Durrell era nato a Jalandhar, nell’India britannica, nel 1912, da una famiglia di coloniali inglesi di origine irlandese. La sua infanzia trascorse tra le Himalaya e il Bengala, poi l’adolescenza in Inghilterra, che però detestò sempre. Sarebbe vissuto tutta la vita inseguendo il Mediterraneo: prima Corfù negli anni Trenta — insieme al fratello minore Gerald, il celebre naturalista e autore di La mia famiglia e altri animali — poi l’Egitto durante la guerra, poi Rodi, poi Cipro, poi infine la Provenza.

Aveva pubblicato qualche volume di poesia e un paio di romanzi giovanili quando, nel 1945, alla fine della guerra, fu nominato direttore delle relazioni pubbliche per le isole del Dodecaneso e si trasferì a Rodi. Furono anni fertili. Scrisse La cella di Prospero, un libro di memorie dedicato a Corfù, l’isola amatissima della giovinezza. E immediatamente dopo aver finito quello squisito studio su Corfù, compose questo romanzo mediterraneo: la storia è ambientata a Creta subito dopo la guerra, quando un’assortita compagnia di viaggiatori inglesi sbarca da una nave da crociera per esplorare l’isola e in particolare per esaminare un pericoloso labirinto locale.

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Il libro uscì nel 1947 a Londra per Editions Poetry. Non portava il titolo con cui oggi è conosciuto nel mondo anglosassone, The Dark Labyrinth. Portava il titolo Cefalù, punto e basta.

La trama

La storia è semplice nell’ossatura e complicata nei ritratti psicologici, come quasi tutti i romanzi di Durrell. Una nave da crociera inglese si ferma a Creta. Racconta la storia di un piccolo gruppo di turisti britannici in crociera nel giugno del 1947, che visitano un labirinto a Cefalù, a Creta. Il labirinto sarebbe stato scoperto da un celebre archeologo, Juan Angelos, anche se, come si scoprirà, era noto alla gente del posto da tempo. Durante la visita, si verifica una frana e il gruppo viene separato. Sembra che solo uno riesca a uscire — Lord Graecen. Gli altri — il capitano John Baird, un pittore di nome Campion, i signori Truman, Olaf Fearmax, Virginia Dale e la signorina Dombey — restano intrappolati. Il romanzo racconta le loro storie, come sono arrivati sulla crociera, cosa è successo durante la crociera e cosa è successo dopo.

È un libro dai tratti allegorici evidenti. Ciascuno dei personaggi intrappolati nel labirinto incarna un tipo umano — il pittore bohémien, la zitella protestante, lo spiritualista, il militare con i fantasmi della guerra, la convalescente, la coppia bizzarra. Ciascuno porta con sé una storia irrisolta. Il labirinto non è solo il cuore mitico di Creta: è una discesa interiore, una prova, un rito di passaggio.

Perché il titolo Cefalù?

La domanda, per un lettore italiano, è inevitabile. E anche i critici inglesi se la sono posta. Il secondo romanzo di Lawrence Durrell, The Dark Labyrinth, fu originariamente pubblicato come Cefalu nel 1947. Non è chiaro perché utilizzi il nome del villaggio siciliano per la sua ambientazione immaginaria a Creta. Nel romanzo, “Cefalù” è il nome della cittadina cretese fittizia dove si svolge l’azione, sopra il labirinto. È, in altri termini, un toponimo trasportato.

Perché Durrell sentì il bisogno di rubare il nome di una cittadina siciliana per battezzare una località immaginaria a Creta? Le risposte possono essere solo congetturali. La prima, la più semplice, è che Durrell cercava un nome mediterraneo potente, carico di eco classica, che suonasse bene all’orecchio inglese. “Cefalù” — dal greco kephalê, testa, promontorio — è un nome geograficamente generico quanto suggestivo: rimanda a un capo roccioso, a una città fortificata sul mare, a un paesaggio egeo o tirrenico indifferentemente.

La seconda ipotesi è più letteraria. Durrell era un lettore vorace di letteratura di viaggio, e nella nota finale del suo libro citò come ispirazione un volume ottocentesco: nell’appendice, Durrell dice di essersi ispirato a un resoconto di un labirinto tratto da Islands of the Aegean di Henry Fanshawe Tozer, pubblicato nel 1875. È possibile che in qualche pagina della letteratura di viaggio ottocentesca — inglese o francese — Cefalù comparisse come riferimento di paragone per siti mediterranei remoti, e che il nome fosse entrato nell’immaginazione dell’autore insieme ad altre suggestioni dell’area.

Una terza ipotesi, più intrigante ancora, chiama in causa l’occultismo. Negli anni Venti, la cittadina siciliana era stata sede dell’Abbazia di Thelema di Aleister Crowley, esperimento esoterico che aveva fatto scandalo internazionale e che era stato chiuso da Mussolini nel 1923. Il nome di Cefalù era, nella cultura anglosassone del primo Novecento, associato all’idea di un luogo mediterraneo “misterioso”, carico di vibrazioni magiche e di ombre. Durrell, che aveva interessi filosofici e una sensibilità per il sacro antico, potrebbe aver captato quell’alone e averlo usato come tonalità di sfondo. È solo una supposizione, ma suggestiva: il nome di Cefalù, nell’Inghilterra del dopoguerra, poteva davvero suggerire a un lettore colto un labirinto dello spirito.

Il cambio di titolo

Il libro ebbe una vita editoriale complessa. La prima edizione del 1947, intitolata Cefalù, circolò in ambienti letterari ma non divenne un successo popolare. Poi, nel 1957, esplose il Quartetto di AlessandriaJustine, Balthazar, Mountolive, Clea — e Durrell divenne improvvisamente una star della letteratura mondiale. Faber, il suo editore di punta, decise di recuperare il romanzo giovanile e ripubblicarlo. Il libro fu ripubblicato sotto il titolo attuale quando Faber lo acquisì nel 1958. Il nuovo titolo, The Dark Labyrinth, era commercialmente più efficace — evocava mistero, avventura, minotauro — e sfruttava meglio l’ambientazione cretese.

Ma il titolo originale, Cefalù, non scomparve mai del tutto. Molte edizioni successive, in Inghilterra e negli Stati Uniti, hanno continuato a riportarlo come sottotitolo o come titolo alternativo. Esistono biblioteche in cui il romanzo è ancora catalogato sotto quella voce. E per generazioni di lettori inglesi appassionati di Durrell, “quel romanzo intitolato Cefalù” è rimasto un riferimento riconoscibile.

Cefalù nella mente degli anglosassoni

Che conseguenze ha avuto, per Cefalù, questa strana operazione letteraria? Diverse, a ben guardare.

La prima, più concreta, è che dal 1947 in poi il nome di Cefalù ha circolato nell’editoria anglofona con una forza inaspettata, associato a un autore di prestigio internazionale. Quando il Quartetto di Alessandria divenne un fenomeno mondiale, chi voleva ricostruire la traiettoria di Durrell finiva prima o poi per imbattersi in Cefalù, e quel nome si imprimeva nella memoria. Per il turismo letterario inglese del dopoguerra, la Sicilia era spesso ancora una terra semisconosciuta; Durrell, involontariamente, aveva piantato nell’immaginario del lettore colto britannico un segnale geografico che prima o poi portava lì.

La seconda conseguenza è più sottile. Il fatto che Durrell avesse scelto proprio quel nome per designare un luogo mitico e labirintico della sua finzione conferma che, già negli anni Quaranta, “Cefalù” funzionava nella cultura anglosassone come un evocatore di Mediterraneo antico. Non era un nome qualunque. Era un nome che suonava iniziatico, arcaico, denso di storie non dette. In questo senso, il romanzo di Durrell è la testimonianza di un fenomeno culturale più ampio: la percezione esterna della cittadina siciliana come luogo dell’immaginazione, prima ancora che come destinazione turistica.

Un autore scomodo

Val la pena ricordare, per onestà, che Lawrence Durrell è oggi una figura oggetto di discussione critica. La sua prosa ricchissima, barocca, piena di digressioni filosofiche, ha perso terreno rispetto alla sensibilità contemporanea. Anche la sua biografia ha zone d’ombra — complessi rapporti familiari, comportamenti personali problematici — che sono state riesaminate severamente da alcuni biografi recenti. The Dark Labyrinth non è, oggi, il suo libro più letto. Ma è un testo importante nel percorso creativo dell’autore: scritto immediatamente dopo La cella di Prospero, a dieci anni esatti dall’inizio della stesura del Quartetto di Alessandria, rappresenta il passaggio dal Durrell memorialista al Durrell romanziere maturo.

Per Cefalù, comunque, resta un’eredità curiosa e preziosa: essere stata, per alcuni lettori inglesi, non una città ma un labirinto. Non un luogo che si visita, ma un luogo in cui ci si perde. È forse la più singolare tra le consacrazioni letterarie che questa città abbia ricevuto nel corso del Novecento, e certamente la meno conosciuta in Italia. Vale la pena, oggi, riscoprirla.

Una coincidenza che continua

C’è un dettaglio finale che rende questa storia letteraria ancora più interessante. Cinque decenni dopo Durrell, un altro scrittore — italiano, questa volta, e siciliano vero — avrebbe usato il nome di Cefalù in chiave di labirinto morale: Vincenzo Consolo, che nel Sorriso dell’ignoto marinaio (1976) costruì un romanzo strutturato a chiocciola, a spirale, secondo un’immagine che i critici hanno sempre avvicinato all’idea di labirinto interiore. Le due Cefalù letterarie — quella cretese di Durrell e quella storica di Consolo — si incontrano così, inaspettatamente, sullo stesso terreno simbolico. La cittadina dai due nomi — Cephaloedion in greco, Cefalù in italiano — continua a essere, anche per gli scrittori più lontani, un nome che chiama a pensare la discesa, la chiocciola, la ricerca nel buio.