La Targa Florio a memoria: quando Eliška Junková fece a piedi i 108 chilometri della corsa

Era il 1928. La pilota cecoslovacca arrivò in Sicilia con un mese d’anticipo, per memorizzare le diecimila curve del circuito. Insieme al marito e a un addetto stampa palermitano, percorse a piedi i 108 chilometri della corsa, lasciando segni col gesso su muri, pali e alberi. Fu una delle prime piloti al mondo a usare questo metodo. E ci andò vicinissima a vincere la corsa più antica del mondo.

C’è un’immagine, della Targa Florio del 1928, che vale più di mille parole. Una donna minuta, di soli ventotto anni, cammina lungo una strada di montagna delle Madonie. In mano ha un pezzo di gesso bianco. Si ferma davanti a un muretto, lo segna. Poi davanti a un palo, lo segna. Poi davanti a un albero, lo segna. La accompagnano il marito e un signore palermitano. Camminano per ore, in silenzio, sotto il sole di aprile. Quella donna si chiama Eliška Junková, viene dalla lontana Moravia, ed è una delle prime piloti al mondo a fare una cosa che oggi è normalissima ma che allora era una rivoluzione: prepararsi una gara studiandone il percorso a piedi, metro per metro, prima di affrontarlo in macchina.

Una donna che amava i dettagli

Per capire questa storia bisogna conoscere Eliška Junková. Era nata a Olomouc, in Moravia, il 16 novembre 1900. Soprannominata “Smíšek” (“sorriso”) per la sua espressione sempre allegra, era la sesta di otto figli di un fabbro. Una donna minuta, ma con una determinazione incredibile.

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Sposando il banchiere Vincenc “Čeněk” Junek, era entrata nel mondo delle Bugatti. Aveva iniziato a correre come meccanico-passeggero del marito, ma quando un infortunio di guerra gli impedì di cambiare bene le marce, fu lei a passare al volante. Talento puro: dopo la prima gara nel 1923, vittoria di classe alla cronoscalata Lochotín-Třemošná nel 1924, primo posto a Zbraslav-Jíloviště nel 1925. In tutta Europa cominciarono a chiamarla la “Regina del Volante“.

La sfida impossibile delle Madonie

Nel 1926 e nel 1927 Eliška aveva già corso la Targa Florio. La prima volta era finita in un fossato per la rottura dello sterzo. La seconda era arrivata quarta dopo il primo giro e aveva persino preso la testa della corsa per qualche minuto, prima di un nuovo problema meccanico. Ma aveva capito una cosa fondamentale: il vero avversario sulle Madonie non erano gli altri piloti. Era il tracciato.

Il Medio Circuito delle Madonie del 1928 era un mostro di 108 chilometri, da percorrere cinque volte. Una distanza totale di 540 chilometri su strade di montagna piene di curve, salite, discese, tornanti. Gli appassionati di motori lo chiamavano semplicemente “il circuito delle diecimila curve” (una stima approssimata ma significativa) e tra Cefalù, Cerda, Caltavuturo, Polizzi Generosa, Collesano e Campofelice di Roccella, il tracciato era un mistero da decifrare.

Memorizzarlo era impossibile per la maggior parte dei piloti. Si entrava in curva “alla cieca”, confidando nei riflessi e nel coraggio. Si usciva spesso di strada. Si guidava sull’istinto.

Eliška Junková invece decise di affrontare il problema in un modo completamente diverso. Decise di imparare a memoria il circuito. Tutto. Curva per curva.

Un mese di “vacanza” sulle Madonie

Aprile 1928. La piccola Eliška, accompagnata dal marito Čeněk e da una governante, arriva in Sicilia. Si stabilisce per un mese intero nella zona delle Madonie, ben prima dell’inizio della gara fissato per il 6 maggio.

Per accompagnarla nel suo lavoro di studio del tracciato, le viene affiancato un personaggio del posto: Vincenzo Gargotta, uno degli addetti stampa della Targa Florio, palermitano, che conosce le strade come le proprie tasche. Insieme i tre formano una squadra strana e affascinante: il marito Čeněk, alto e silenzioso; la pilota minuta dal sorriso sempre stampato in faccia; il giornalista palermitano che fa da guida.

Il loro metodo è semplice e geniale insieme. Una parte del lavoro la fanno in macchina, con la Bugatti che Eliška userà in gara. Ma una parte importantissima, quella per “memorizzare i punti critici”, la fanno a piedi.

Le tracce di gesso sulle Madonie

Le cronache dell’epoca, e gli stessi ricordi della pilota nel suo libro autobiografico “La mia memoria è Bugatti“, raccontano la scena. Eliška cammina lungo il tracciato con un pezzo di gesso bianco in mano. Ogni volta che incontra un punto critico – un dosso da affrontare in un certo modo, una curva cieca, un cambio di pendenza – si ferma e fa un segno.

Sui muretti a secco delle Madonie. Sui paracarri. Sui pali. Sui tronchi degli alberi.

Ogni simbolo significa qualcosa solo per lei: una marcia da inserire, una velocità da rispettare, un punto da prendere “stretto” o “largo”. Sono le sue “note di gara” prima ancora che si parlasse di “note di gara”.

A confermare la stravaganza del metodo è anche il rivale René Dreyfus, che nel suo libro autobiografico “My Two Lives” racconta: “La sua tenacia e determinazione erano notevoli. Per questo evento si è recata in Sicilia con una governante e un’auto come quella con cui avrebbe gareggiato, un mese intero prima della gara. Ha iniziato lentamente, un giro un giorno, due giri il successivo e così via – deve aver fatto trenta o quaranta giri in quella macchina.”

Trenta o quaranta giri di prova. Più di tremila chilometri di ricognizione. Più i chilometri fatti a piedi, che nessuno ha mai contato.

Una donna in mezzo agli uomini

Per capire fino in fondo quanto fosse rivoluzionario quello che Eliška stava facendo bisogna ricordare il contesto. Nel 1928 le donne, nella maggior parte d’Europa, non potevano nemmeno entrare negli automobile club. Erano viste come “ospiti” delle gare, non come professioniste.

Vederla camminare sulle strade delle Madonie con il gesso in mano, mentre i suoi rivali maschi – Louis Chiron, René Dreyfus, Luigi Fagioli, Tazio Nuvolari – se ne stavano in albergo a Cefalù o a Termini Imerese, era qualcosa di clamoroso. Molti la prendevano in giro. Pensavano che fosse una stranezza, un capriccio, un metodo da “donna ingenua”.

Sarebbe arrivato il momento in cui avrebbero capito quanto si erano sbagliati.

L’impresa del 6 maggio 1928

Il giorno della gara, finalmente. Eliška al volante della sua Bugatti Type 35B, partita ben oltre la metà della griglia. Sembra impossibile rimontare. Ma lei conosce ogni curva. Ogni dosso. Ogni dettaglio.

Dopo il primo giro è quarta. Nel secondo giro succede l’impensabile: passa in testa alla Targa Florio. Per la prima volta nella storia, una donna è in testa a una delle più importanti gare automobilistiche del mondo.

Resterà al comando fino alla fine del terzo giro. Solo nell’ultimo giro, sfortuna nera: due rocce comparse improvvisamente sulla carreggiata la costringono a rallentare. Chiude quinta assoluta, ma a soli un minuto dal vincitore Albert Divo. Dietro di lei, in classifica, ben venticinque uomini. Tra i battuti: Luigi Fagioli, René Dreyfus, Ernesto Maserati e Tazio Nuvolari.

Il metodo “a piedi” aveva funzionato. La piccola Eliška, con il suo gesso bianco, aveva sfidato l’impossibile.

La memoria che resiste

Eliška Junková non corse mai più alla Targa Florio. Pochi mesi dopo, al Nürburgring, il marito Čeněk perse la vita in un incidente. Distrutta, lei smise per sempre di gareggiare.

Ma il suo legame con la Sicilia non si interruppe. Nel 1966, in occasione dei 50 anni della Targa Florio, tornò a Cerda come ospite d’onore. Sfilò a bordo di una Laurin & Klement del 1911 sul circuito che, come scrissero allora, “conosceva come le proprie tasche, per averlo fatto anche a piedi“. E sul lungomare di Cefalù fu fotografata felice, con in mano il poster celebrativo della 50ª edizione.

Quella foto di Eliška a Cefalù è oggi una delle immagini più belle e meno conosciute della storia della Targa Florio. Una donna minuta, di sessantasei anni, sorridente come una bambina, in una città che le aveva voluto bene.

Il primo “pace notes” della storia

Negli anni Trenta e Quaranta, i grandi piloti del rally avrebbero perfezionato il metodo: i sopralluoghi a piedi prima delle gare, le note dettagliate consegnate al navigatore, il “pace notes” che ancora oggi è il pane quotidiano del rallismo mondiale. Tutto questo, in un certo senso, è iniziato lì. Sulle Madonie. Con una donna cecoslovacca che camminava al sole d’aprile con un pezzo di gesso in mano.

Quando dal 14 al 16 maggio 2026 si correrà la 110ª edizione della Targa Florio, i piloti delle moderne vetture da rally avranno tutto: telemetria, navigatori con block notes, ricognizioni in macchina, mappe digitali, simulatori. Ma se camminate per il centro di Cefalù o lungo le strade tra Collesano e Castelbuono, fermatevi un attimo a guardare i muretti a secco delle Madonie. Su qualcuno di quei muri, novantotto anni fa, una signora gentile dal sorriso facile lasciò il primo segno bianco col gesso della storia del motorsport. E ci andò vicinissima a vincere la corsa più antica del mondo.