Il derby della Mole è stato rinviato di un’ora a causa delle minacce di invasione di campo da parte degli ultras bianconeri. Una decisione senza precedenti che riapre il dibattito sul potere delle tifoserie organizzate nel calcio italiano.
Sono i tifosi, e non più la Lega Serie A, a decidere quando si gioca. È questa la sensazione amara che resta dopo quanto accaduto a Torino la sera del 24 maggio 2026, quando il derby tra Torino e Juventus è stato posticipato di un’ora a causa delle tensioni esplose dentro e fuori lo stadio.
Il calcio d’inizio spostato alle 21.45
Il fischio d’inizio era previsto alle 20.45. Ma alle 21.15 le squadre erano ancora chiuse negli spogliatoi, mentre la curva juventina minacciava l’invasione di campo. A quel punto la Lega Serie A, attraverso il suo ufficio stampa, ha comunicato all’ANSA la decisione: «Il derby di Torino si gioca questa sera e avrà inizio alle 21.45, dopo un ulteriore riscaldamento delle due squadre».
Una scelta presa sotto pressione, con la curva bianconera che si stava svuotando e i tifosi del Toro che, nella curva Maratona, avevano già smontato la coreografia e tolto gli striscioni in segno di protesta. Il coro era uno solo: «Sospendete la partita».
Cosa ha scatenato la tensione
A far precipitare la situazione è stata la notizia, circolata rapidamente tra gli spalti, di un ultras juventino di 45 anni ferito gravemente alla testa durante gli scontri del pomeriggio. L’uomo è stato trasportato in codice rosso prima all’ospedale Mauriziano, poi alle Molinette, dove è entrato in sala operatoria con un grave trauma cranico. Le indagini sono in corso per capire cosa l’abbia colpito.
Anche il tentativo del calciatore Locatelli di riportare la calma avvicinandosi alla curva non ha sortito effetti. I tifosi ospiti, intanto, hanno iniziato ad abbandonare lo stadio.
La contemporaneità dell’ultima giornata salta
La conseguenza più immediata della decisione della Lega è stata la perdita della contemporaneità dell’ultimo atto del campionato di Serie A. Una regola pensata proprio per garantire la regolarità della competizione nelle ultime giornate, quando si decidono scudetto, Europa e retrocessioni, e che invece è saltata in nome dell’ordine pubblico.
Un precedente che fa discutere
Il caso di Torino non è solo cronaca sportiva. È un precedente che pesa. Quando una Lega calcio è costretta a modificare l’orario di una partita perché un gruppo di ultras minaccia di invadere il campo, il messaggio che passa è chiaro: a comandare, in quel momento, non sono né le istituzioni sportive né le forze dell’ordine, ma chi grida più forte dalla curva.
Il bilancio della giornata parla da solo: quattro poliziotti feriti durante i tafferugli, diversi ultras fermati (soprattutto bianconeri), un tifoso in prognosi riservata. E una partita che si è giocata con un’ora di ritardo, sotto il ricatto della violenza.
Resta ora da capire quali provvedimenti adotteranno la Lega Serie A, la Federcalcio e la Procura di Torino. Perché se passa il principio che basta minacciare per cambiare le regole, il calcio italiano ha un problema molto più grande di un derby rinviato.















