C’è stato un momento preciso, forse verso la metà degli anni Duemila, o magari quando qualcuno ha deciso che la sagoma del Duomo normanno stesse benissimo sulle foto di copertina delle agenzie di viaggio di mezza Europa, in cui Cefalù ha smesso di essere quel posto tranquillo dove andare a mangiare del pesce fresco senza dover prenotare tre settimane prima. Improvvisamente i vicoli pensati per i calessini e le vespe degli anni Sessanta si sono ritrovati a dover gestire suv a noleggio lunghi quattro metri e mezzo, valigie con le ruote di plastica dura che grattano sul basolato a qualunque ora della notte, autobus di linea incastrati nei tornanti, scooter parcheggiati sui marciapiedi e una pressione costante che manda in tilt la raccolta della spazzatura prima ancora dell’ora di pranzo.
Capita a tutti i posti bellissimi di rischiare di affogare sotto il peso imprevisto della propria attrattiva. Succede a Dubrovnik, succede sulle scalinate strette di Santorini, capita ad Hallstatt, e succede pure a Mykonos. In Sicilia sta capitando in quei borghi marinari dove l’intero sistema era tarato su ritmi e volumi decisamente diversi. Quando la fama internazionale arriva tutta insieme, un comune non fa in tempo a comprare abbastanza cassonetti o ad allargare le vie d’accesso.
L’altra faccia dell’affollamento
Guardare la coda per una granita che si allunga fino a bloccare il passaggio dei soccorsi fa salire il nervoso a chiunque cerchi di fare la spesa alle otto del mattino. Ma la pressione fisica sulle pietre del centro storico è soltanto l’aspetto più evidente del problema.
C’è infatti tutta una questione più invisibile che riguarda la tecnologia. Quando una cittadina da diecimila abitanti viene sommersa da cinquantamila visitatori in un solo fine settimana estivo, le reti telefoniche vanno subito in saturazione. Bar, affittacamere, lidi balneari e ristoranti aprono reti Wi-Fi libere senza troppi accorgimenti, creando un calderone digitale dove telefoni sconosciuti galleggiano sulla stessa frequenza. Per i residenti e per le attività del posto, questo andirivieni continuo di estranei crea rischi reali per la riservatezza e la sicurezza dei propri dati. Chi vuole capire come proteggere la propria navigazione quotidiana in queste circostanze trova tutte le informazioni su questo servizio VPN qui senza dover impazzire tra impostazioni complicate.
Il ritmo della città che si spezza
Nessuno di noi vorrebbe vedere le storiche botteghe alimentari del centro spazzate via dall’ennesima rivendita di souvenir in serie, o assistere alla produzione di pane e cibo locale piegata a ritmi industriali da catena di montaggio, pensati solo per sfamare centinaia di passanti tra uno scatto sul molo e l’altro. La tentazione di cedere a questa spinta c’è ed è comprensibile, ma garantire che la città non trasformi la propria identità in una scenografia usa e getta rimarrà un equilibrio parecchio delicato nei prossimi anni. Significa far convivere chi lavora grazie all’accoglienza con chi quelle strade le vive anche a febbraio, quando i riflettori si spengono e i vicoli ritornano silenziosi.
Se parli con chi abita nel centro storico tutto l’anno, senti chiaramente la stanchezza profonda di chi si ritrova a fare lo straniero a casa propria da maggio a ottobre. Ogni angolo della città sembra ormai orientato a soddisfare il consumo rapido e distratto di chi si ferma un giorno, scatta qualche foto sul molo, compra un magnete e riparte per la tappa successiva.
L’economia della zona trae un beneficio immediato da questo flusso ed è del tutto naturale che molti cerchino di cogliere le opportunità economiche del momento. Resta soltanto una sensazione strana quando si cammina verso il mare al tramonto: l’idea di stare dentro una cartolina meravigliosa che ha deciso di scambiare la propria anima quotidiana per qualche mese all’anno di caos completo e di traffico incontrollabile.















