Prima dei social e dei videogiochi: come si costruiva l’immaginario dei ragazzi negli anni Settanta

La morte di Guido De Maria, disegnatore, pubblicitario, autore televisivo e regista, riporta indietro di mezzo secolo e apre una finestra su un mondo che oggi sembra remoto. Un mondo senza smartphone, senza console, senza piattaforme di streaming. Un mondo in cui l’immaginario dei ragazzi si costruiva con pochi materiali, ma con una intensità che chi c’era ricorda ancora perfettamente.

L’età dell’analogico

Prima dei social, prima dei videogiochi e anche prima delle televisioni commerciali, i fumetti la facevano da padrone nell’immaginario collettivo dei più giovani. Insieme alle figurine dei calciatori, erano l’oggetto che passava di mano in mano nei cortili, negli intervalli a scuola, sui banchi. Si compravano in edicola, si scambiavano, si conservavano.

Non esisteva la possibilità di rivedere una storia a comando. Non esisteva il “salta l’intro”. Chi perdeva una puntata, l’aveva persa. Ed è proprio questa scarsità a spiegare perché quei riferimenti si siano fissati nella memoria di una generazione intera con una tenacia che i contenuti di oggi, disponibili sempre e ovunque, faticano a eguagliare.

Quando le strisce arrivarono in televisione

La svolta arrivò quando i fumetti sbarcarono in tv. Non su una rete secondaria e non in una fascia marginale: sulla Rai, e per giunta in prima serata. Non era più la “Tv dei Ragazzi”, era qualcosa di diverso. Cominciò allora un’altra fase, quella disegnata letteralmente da Gulp prima e da SuperGulp poi.

L’esordio è del 1972. Guido De Maria fu coinvolto da Giancarlo Governi nella realizzazione di un programma di “fumetti in tivvù”, come cantava l’inconfondibile sigla. A tenere a battesimo la trasmissione furono due mostri sacri della comicità surreale, Cochi e Renato.

I tormentoni prima dei meme

Oggi si direbbe che quel programma era virale. Allora si diceva semplicemente che sfornava tormentoni a raffica. «E l’ultimo chiuda la porta», rispondeva Patsy. «Dice il Saggio, tutto è bene ciò che finisce bene», sentenziava Ten. E poi l’immancabile «ebbene sì, maledetto Carter, hai vinto anche stavolta» di Stanislao Moulinsky, il mago dei travestimenti puntualmente smascherato.

Erano frasi che circolavano a scuola il giorno dopo, ripetute e reinterpretate, esattamente come oggi circolano i meme. Con una differenza sostanziale: non c’era un algoritmo a diffonderle, ma il passaparola tra ragazzini.

Nick Carter, il furbissimo detective con i suoi due assistenti, era il protagonista di una striscia creata apposta per l’occasione. A dargli voce fu Carlo Romano, uno dei grandi del doppiaggio italiano, la voce di Don Camillo e di Eli Wallach ne “Il buono, il brutto, il cattivo”.

Il salto del colore

Bisognerà attendere il 1977 e la televisione a colori per l’upgrade a SuperGulp. Stavolta non più immagini statiche delle tavole, ma vere animazioni. E con esse arrivarono Tintin, Alan Ford, Sturmtruppen, Corto Maltese, i Fantastici Quattro, L’Uomo Ragno. Poi Cocco Bill, Mandrake, Lupo Alberto, Thor.

Un catalogo che mescolava l’universo Marvel con i capisaldi della scena umoristica italiana, molti dei quali restano ancora oggi dei veri e propri cult. Per un ragazzino degli anni Settanta, quella era una finestra su universi narrativi diversissimi tra loro, tutti concentrati in una sola trasmissione.

Una chiusura scelta

Si andò in onda fino al 1981, sempre su Rai2. La versione corrente è che si decise di chiudere i battenti prima che l’onda dei cartoni animati giapponesi finisse per intaccare gli ottimi ascolti. In altre parole, la porta la chiusero loro stessi prima ancora di rischiare di diventare gli ultimi.

Cosa resta di quel modo di crescere

A distanza di decenni, la differenza più evidente non è tecnologica ma culturale. Negli anni Settanta l’immaginario giovanile era condiviso: tutti guardavano le stesse cose nello stesso momento, e quel poco che circolava diventava patrimonio comune. Oggi l’offerta è sconfinata e personalizzata, e proprio per questo più difficilmente si trasforma in memoria collettiva.

Guido De Maria è stato anche un maestro della pubblicità, autore di spot rimasti nella storia, come quello della “camicia con i baffi” con Maurizio Costanzo. Ma il suo lascito più duraturo resta quel programma che ha insegnato a una generazione che il fumetto poteva stare in prima serata e reggere il confronto con qualunque altro linguaggio.

Un immaginario condiviso anche a Cefalù e nelle Madonie

Chi è cresciuto in questi anni a Cefalù, a Castelbuono, a Polizzi Generosa o in uno qualsiasi dei centri madoniti ha vissuto la stessa esperienza dei coetanei di Milano o Roma. Le edicole del corso, i fumetti scambiati d’estate sulla spiaggia, la televisione accesa alla stessa ora in tutte le case. In un territorio fatto di piccoli borghi spesso distanti tra loro, quei riferimenti condivisi erano un linguaggio comune che accorciava le distanze. È forse questo il motivo per cui, oggi, la notizia della scomparsa di Guido De Maria tocca una corda che va ben oltre l’ambito televisivo.

La donna che non esisteva

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Tra i vicoli di Cefalù, dove tutti credono di conoscersi da sempre, qualcuno non è mai esistito. Chi era davvero la donna di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai incontrato? Un intreccio di segreti, silenzi e verità sepolte, sotto un sole che acceca e non lascia scampo.

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