Cefalù 1706, il sinodo del vescovo francescano: tre giorni in Cattedrale per rimettere ordine tra scomuniche e scrupoli

Il 30 novembre 1706, festa di Sant’Andrea apostolo, la Cattedrale di Cefalù si riempì di preti. Erano arrivati da tutta la diocesi, dalle Madonie e dalla costa, convocati dal vescovo per un sinodo che si sarebbe svolto in tre giornate: quel martedì, poi giovedì 2 dicembre e infine domenica 5 dicembre. Gli atti furono stampati l’anno dopo, nel 1707, e sono arrivati fino a noi. Raccontano una Chiesa locale alle prese con un problema molto concreto: troppe scomuniche, troppe sospensioni, e un clero che non sapeva più come orientarsi.

A guidare il sinodo era fra Matteo da Santo Stefano, francescano, lettore giubilato di sacra teologia e già ministro generale dell’Ordine dei Minori. Il nome che gli attribuiscono le serie episcopali è Matteo Muscella: nato nel 1652 a Saint-Étienne, in Francia, era stato nominato vescovo di Cefalù nel 1702 e consacrato a Roma, nella chiesa di Santa Maria in Aracoeli. Avrebbe retto la diocesi fino alla morte, nel 1716. Un francese sulla cattedra di Cefalù, dunque, e la cosa lascia qualche traccia anche nel testo del sinodo: quando parla dei quattro custodi della Cattedrale, chiamati “Malangreri”, il vescovo fa derivare il nome dal francese marguillier, il sagrestano laico delle parrocchie d’Oltralpe.

Perché convocare un sinodo

Nell’esordio il vescovo spiega le sue ragioni, scrivendo in prima persona plurale come era d’uso. Dice di non voler abolire né aggiungere decreti oltre quelli richiesti dai sacri canoni, tanto più che il “suono” del sinodo celebrato dal suo predecessore fra Matteo de Orlando, vescovo dal 1674 al 1695, non sembra ancora uscito dalle orecchie del clero. Ma ha constatato alcuni mali e vuole liberare molti dalle “reti degli scrupoli”.

Il passaggio più forte riguarda proprio le censure ecclesiastiche. Nelle costituzioni e negli editti precedenti, ammette, sono comminate molte scomuniche e sospensioni. E il risultato è un disordine che il vescovo descrive con precisione: ha sorpreso alcuni sacerdoti che incorrono in quelle pene senza saperlo, altri che le sopportano di malavoglia e non ne tengono alcun conto, altri ancora che restano volontariamente legati a esse, al punto da non farne alcuna differenza nell’amministrare i sacramenti. Glielo hanno fatto presente, dice, “alcuni timorati e dubbiosi” che insistevano per avere chiarezza. Il vescovo non intende allentare la disciplina, ma riservare al proprio giudizio la dichiarazione delle censure più gravi. E alla fine del sinodo compie il gesto risolutivo: revoca tutte le censure e le pene inflitte con i propri editti e con i sinodi precedenti, salvo quelle previste dal diritto. Un colpo di spugna che azzera la confusione accumulata negli anni.

Pietre squadrate e buoni costumi

Il tono cambia quando fra Matteo si rivolge direttamente ai vicari e ai prefetti convocati. Li chiama “coadiutori nella dignità e figli carissimi nell’amore” e chiede loro di correggere i costumi “con gli esempi più che con le parole”. Segue un’immagine che riassume l’intero programma del sinodo: i sacerdoti sono pietre squadrate dallo scalpello delle virtù, connesse tra loro dalla calce dei buoni costumi, costruite sopra la pietra di Pietro. Non è solo retorica. Nelle norme i vicari foranei vengono definiti “speculatores”, sentinelle della vita e dei costumi del clero, tenuti a riferire al vescovo ogni delitto.

Chi sedeva in Cattedrale

Gli atti si chiudono con l’elenco dei padri presenti che apposero la firma. Per Cefalù firmarono il decano, a nome di tutto il Capitolo; Giovanni Maria Fana, parroco ossia cappellano della Cattedrale; e Francesco Cefalù e Rossino, comuniere, a nome di tutto il clero cefaludese e in rappresentanza anche dell’abate di Montemaggiore. Tra gli esaminatori sinodali compaiono le altre dignità: Paolo Signorino, vicario generale e arcidiacono; Pietro Antonio Forti e Spinola, cantore; l’abate Giuseppe Pitarra, titolare della prebenda teologale. Con loro un domenicano, fra Domenico Majo, e un lettore e predicatore francescano.

Poi i paesi, uno per uno, ciascuno con il proprio vicario o procuratore: Polizzi, Tusa, Pettineo, Caltavuturo, Sclafani, Isnello, Pollina, Motta d’Affermo, Gratteri, Castelluccio, Reitano, Valledolmo, Vallelunga, Roccella, Lascari, Mistretta, Collesano, Santo Stefano, Montemaggiore, Alia. Ventuno località oltre Cefalù, più le due abbazie di Montemaggiore e di Santa Maria dello Sparto. È la fotografia della diocesi di allora, che si allungava verso Mistretta e Santo Stefano di Camastra e scendeva nell’entroterra fino a Vallelunga e Alia.

Tra le righe emergono dettagli di vita quotidiana: i comunieri eletti nel giorno di Sant’Agostino, patrono della Cattedrale; le processioni per la città e nel circuito del Santissimo Salvatore Trasfigurato; il decano titolare del Priorato di Gibilmanna, l’arcidiacono di San Biagio, il cantore abate di Santa Maria; una Curia composta da vicario generale, giudice assessore, avvocato fiscale e maestro notaio. Un mondo intero, riunito per tre giorni sotto i mosaici del Duomo, per rimettere in ordine le regole della propria casa.