Nel romanzo di Macaluso il Crocifisso di Petralia parla. Ma quella voce, dice l’autore, cerca tutti noi

Mario Macaluso risponde ai lettori di “La donna che non esisteva” sul capitolo ambientato a Petralia Soprana

Da quando “La donna che non esisteva” è uscito, a Mario Macaluso arriva sempre la stessa domanda. Non riguarda il finale, non riguarda l’assassino, non riguarda il medaglione. Riguarda un capitolo: quello in cui la protagonista sale a Petralia Soprana, entra in chiesa, e il Crocifisso di fra Umile le parla. Glielo chiedono i lettori, glielo scrivono in privato, glielo domandano i colleghi. Perché quel capitolo? Perché proprio lì? E soprattutto: parla davvero, o è lei che se lo immagina?

Sono così tanti ad averlo chiesto che abbiamo deciso di farne un articolo, e di girargli la domanda direttamente.

Il capitolo, per chi non l’ha ancora letto, è il punto in cui il romanzo cambia respiro. Fino a lì è un thriller: un’app che legge il respiro nei dipinti, il Ritratto d’Ignoto al museo di Cefalù, una scuola, dieci ragazzi, una sorveglianza che stringe. Poi la professoressa Francesca Finelli sale verso i paesi alti senza averlo davvero deciso. Le mani sul volante sono ferme, lo stomaco no. Arriva a Petralia poco dopo l’una, una piazza quasi vuota, l’odore di fumo da qualche camino nascosto, l’aria tagliente di quota. Parcheggia accanto al muro della chiesa. Entra.

E davanti al grande Crocifisso di fra Umile qualcosa le risponde. Non un pensiero. Non una suggestione. Una voce, bassissima, vicina, come se qualcuno avesse parlato a un palmo dal suo orecchio, in una chiesa dove non c’è nessuno. Francesca cerca un altoparlante, un filo, una fessura. Non trova niente. E il niente, invece di calmarla, la inquieta di più.

Da quel dialogo nasce la frase attorno a cui ruota tutto il libro: «Non devi salvare il mondo. Devi salvare il linguaggio.»

Cominciamo dalla domanda che le fanno tutti: parla per davvero, quel Crocifisso, o è la protagonista che immagina?

Parla per davvero. E capisco che spiazzi, perché me lo chiedono quasi sempre con la stessa faccia, come se aspettassero da me una scappatoia. Sarebbe stato comodo scrivere una scena ambigua, una di quelle in cui alla fine ognuno può dirsi “era la stanchezza, era la paura, era il suo inconscio”. Non l’ho fatto, e non l’ho fatto apposta. Francesca quella voce la sente con le orecchie, nello spazio, fuori da sé. Cerca la spiegazione peggiore, come fa sempre, e non la trova. Ed è proprio quella concretezza sottovoce a gelarle il sangue, perché un pensiero lo puoi credere tuo, ma una voce nell’aria, in una chiesa vuota, no.

Perché il Crocifisso di fra Umile e non un altro?

Perché quello non è un Cristo che consola con la bellezza. Chi lo ha davanti se ne accorge subito: il capo ricade all’indietro e di lato, abbandonato, come se l’ultimo respiro lo avesse appena lasciato. La corona non è un cerchio ordinato di spine, è una sterpaglia annerita che gli avvolge il cranio come un nido di rovi. Il petto è segnato dai colpi del flagello uno per uno. Accanto alla spalla un piccolo angelo di legno, le ali aperte, veglia su quella resa. È un Dio che tace con tutto il corpo. Nel romanzo c’è una donna che ha passato la vita a diffidare delle voci comode: non potevo metterle davanti un’immagine rassicurante. Le ho messo davanti l’unica a cui, in quel momento, poteva ancora credere.

Chi era fra Umile?

Un frate francescano nato lì, tra quelle pietre a mille metri, nel Seicento. Ha intagliato crocifissi che stanno sparsi in mezza Sicilia, e ancora oggi sono quelli davanti a cui la gente si ferma più a lungo, senza sapere spiegare perché. Non era un artista di corte. Era un uomo che passava mesi con le mani dentro un pezzo di legno e ci lasciava dentro qualcosa che dopo quattrocento anni non se n’è ancora andato. Mi interessava proprio questo: che quel volto non nasca da una committenza importante, ma da un paese delle Madonie.

Nel libro Francesca non ci arriva per caso.

No, anche se quella mattina se lo dice. Petralia Soprana è il paese di suo nonno. È lì che è nato, ed è lì che lui la riportava da bambina, tenendola per mano su per i tornanti, raccontandole di ogni curva. In quella chiesa, davanti a quel Crocifisso, si fermava ogni volta più a lungo che altrove, in silenzio, con un’attenzione che la piccola Francesca non capiva ma rispettava. Nei giorni della festa la portava alla processione, le metteva una candela in mano, la teneva sulle spalle perché vedesse il simulacro scuro passare lento tra la gente. Quel Crocifisso è stato il primo volto di Dio che lei abbia conosciuto. Lo aveva amato prima ancora di capirlo, con l’amore semplice dei bambini per le cose dei nonni. Poi, come tutto il resto, lo aveva archiviato. Ci torna dopo trent’anni e non sa più se sta cercando il nonno o sta cercando Dio, e comincia a sospettare che sia la stessa ricerca.

Nel titolo di questo articolo abbiamo scritto che quella voce cerca tutti noi. È così?

È così, e non è una figura retorica. Nel romanzo la voce risponde a Francesca che gli rinfaccia il silenzio di Dio: «Io non ho mai smesso di parlare. È l’uomo ad aver cambiato frequenza.» Non è Dio che si è zittito. Siamo noi ad aver alzato il volume di tutto il resto. Viviamo dentro un rumore continuo, e quel rumore non è innocente: serve proprio a coprire il silenzio in cui certe cose si potrebbero ancora ascoltare. Francesca non è un’eletta. È una che, per una volta, si è trovata in un posto dove il rumore non arrivava.

E allora come si fa?

Ci si avvicina. Nel romanzo la voce lo dice con una precisione che ha sorpreso me per primo mentre la scrivevo: non cercarla dove tutti gridano, la mia voce non alza il tono. È bassa. Si sente solo se ti avvicini. E infatti Francesca la coglie perché è a un passo da quel volto. Tre metri più indietro, forse, non avrebbe sentito niente. Ecco, io credo che sia esattamente così anche fuori dal libro. Non manca la voce. Manca la distanza giusta, e manca il silenzio attorno.

Nel capitolo c’è anche un criterio per distinguere una voce vera da una falsa.

Ed è la cosa a cui tengo di più. Tutto ciò che ti gonfia viene dal basso, tutto ciò che ti svuota e ti rende libero viene dall’alto. Se quello che ascolti ti rende più responsabile e meno innamorato di te stesso, non è un’illusione. Non è un dettaglio devozionale: è uno strumento. E infatti Francesca lo userà come un’arma, perché di lì a poco qualcuno comincerà a falsificare quella voce.

È un libro sulla tecnologia. Non stona, un crocifisso di legno, in mezzo a server e backdoor?

Al contrario, è l’unica cosa che non si può manomettere. La scena dopo è proprio questa: Francesca esce dalla chiesa, sale in macchina, registra a voce alta quello che ha vissuto, e scopre che qualcuno la sta ascoltando in tempo reale. Anche chi prega, oggi, viene ascoltato mentre prega. Il sacro stesso è diventato un dato. E lì lei capisce la cosa più amara del romanzo: il deserto dei padri antichi non esiste più, la sabbia in cui si andava per stare soli con Dio è stata colonizzata, e l’ultimo posto rimasto per ascoltare è il proprio corpo. Per questo, prima di uscire, si toglie le calze. Non per liturgia. Per contatto.

Cosa risponde, allora, a chi le chiede perché ha messo quel capitolo?

Che senza quel capitolo il libro non stava in piedi. Un romanzo sulla sorveglianza che non si chieda mai cosa resta di sacro quando tutto diventa un dato è un romanzo a metà. E poi, se posso essere sincero: quel capitolo è l’unico che non ho costruito. Gli altri li ho progettati, spostati, riscritti. Quello è venuto giù tutto insieme, e mentre lo scrivevo avevo la sensazione precisa di essere io a scrivere sotto dettatura. Chi me lo chiede, di solito, a quel punto sorride. Ma nessuno ha ancora smesso di chiedermelo.

Cosa spera che facciano i lettori dopo averlo letto?

Che salgano a Petralia e ci vadano davanti. Da soli, possibilmente in un giorno feriale, quando la chiesa è vuota e non c’è niente da fare. Che spengano il telefono e restino fermi due minuti a un passo dal legno. Non chiedo di credere: chiedo di fare silenzio. Il resto non dipende da loro, e non dipende nemmeno dal libro.

Il romanzo è dedicato ai suoi studenti.

A tutti quelli che ho incontrato e che incontro ogni giorno tra i banchi, dal 1981 a oggi. Sono loro che mi insegnano a guardare, prima ancora che io insegni qualcosa a loro. E non è un caso che, nel romanzo, la voce dica di parlare proprio lì: nei ragazzi che scrivono nel buio dei loro schermi e cancellano tutto prima di premere invio. Nelle frasi lasciate a metà. Nelle domande che scorrono via troppo in fretta perché qualcuno le legga. Parla dove nessuno pensa di cercarla, perché è lì che non c’è ancora chi vuole venderla.

La donna che non esisteva, di Mario Macaluso, è disponibile su Amazon in edizione Kindle (https://www.amazon.it/dp/B0H24JPNXN) e cartacea (https://www.amazon.it/dp/B0H4RY2JRD).

La donna che non esisteva

il nuovo thriller di Mario Macaluso — ambientato a Cefalù

Tra i vicoli di Cefalù, dove tutti credono di conoscersi da sempre, qualcuno non è mai esistito. Chi era davvero la donna di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai incontrato? Un intreccio di segreti, silenzi e verità sepolte, sotto un sole che acceca e non lascia scampo.

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