Esistono città che si visitano, e città che si leggono. Cefalù appartiene alla seconda categoria — anche se molti dei suoi visitatori non lo sanno. Camminare per i suoi vicoli, fermarsi in piazza del Duomo, salire sulla Rocca, affacciarsi al porticciolo: ciascuno di questi gesti, quasi senza che il viaggiatore se ne accorga, ricalca pagine letterarie scritte negli ultimi due secoli. Antonello da Messina, Antonio Fogazzaro, Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia, Matteo Collura, Mario Macaluso, e prima di tutti loro Stesicoro e Cicerone, hanno lasciato sui muri e sulle pietre della città una mappa invisibile. Provare a ricostruirla significa scoprire che Cefalù, oltre ad avere una geografia urbanistica, ne possiede una letteraria altrettanto precisa — fatta di stradette, balconi, panchine, scogli, dipinti. Ecco una possibile passeggiata.
Tappa 1. Piazza del Duomo: il primo passo dei viaggiatori
Si comincia da dove cominciava Sciascia. Il punto esatto è la piazza del Duomo, che lo scrittore di Racalmuto definì in Cruciverba «la piazza luminosa che lo inquadra». È un attacco geografico preciso: chi arriva a Cefalù — ieri come oggi — viene quasi sempre sospinto, dal flusso naturale dei vicoli e delle strade, fino a questa apertura urbana imponente, dove la cattedrale di Ruggero II si presenta in tutta la sua monumentalità arabo-normanna.
Per la letteratura, la piazza del Duomo non è soltanto un punto di passaggio: è la soglia. È il luogo da cui i grandi scrittori hanno sempre cominciato a guardare Cefalù. Sciascia la attraversa diretto al Mandralisca; Collura la attraversa per ritrovare il volto di Antonello, «come di dialogo muto, come di complicità»; Mario Macaluso, nel suo recente Il Segreto del Re, ne fa il cuore della propria ricostruzione narrativa, descrivendo il Duomo come «custode silenzioso di enigmi».
Il monumento è dal 2015 patrimonio UNESCO, parte del sito “Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale”. Per la letteratura, era già patrimonio molto prima: era patrimonio nei versi che Luigi I di Baviera fece incidere a Monaco nel 1830, sotto un affresco che ritraeva il panorama di Cefalù: «Ti chiami Il Capo, o Cefalù, e dalla riva paradisiaca ti protendi bramoso verso il mare infinito». Sostando in piazza del Duomo, oggi, si è esattamente nel punto in cui quel sovrano-poeta tedesco aveva proiettato la sua immaginazione mediterranea.
Tappa 2. Via Mandralisca: la stradetta più letteraria d’Italia
Pochi metri, e si gira a destra. La stradetta è via Mandralisca. Per i visitatori distratti è semplicemente una via di passaggio. Per la letteratura italiana del Novecento, è uno degli indirizzi più importanti.
Sciascia la descrive nella sua celebre apertura come “la stradetta di fronte e a destra”. Sembra una banalità topografica, e invece è uno dei più precisi atti di scrittura urbana che siano stati prodotti su Cefalù. Lo scrittore non concede alla stradetta nemmeno l’enfasi del nome proprio: la cita per la sua posizione, per il suo orientamento, per il suo essere un piccolo vettore tra la grande piazza e il museo. Ma proprio in questa sobrietà sta la potenza del passaggio. Sciascia consegna ai lettori una direttiva: chi vuole capire Cefalù, dalla piazza del Duomo deve voltare a destra. Non è una metafora: è un’indicazione stradale.
Camminare oggi su via Mandralisca, sapendo questo, restituisce alla strada il suo spessore. Sono pochi metri di lastricato in pietra calcarea, palazzi nobili dalle facciate ottocentesche, qualche bottega artigiana. Eppure questi pochi metri sono il punto in cui, nel 1976, Vincenzo Consolo ha fatto camminare immaginariamente il barone Mandralisca verso il proprio museo; sono il punto in cui Sciascia ha messo il piede nel saggio del 1983; sono il punto in cui Matteo Collura, da decenni, torna ogni volta che visita la città «per riprendere un filo».
Tappa 3. Il Museo Mandralisca: davanti al sorriso
A metà di via Mandralisca, sulla sinistra, una porta in pietra introduce al Museo Mandralisca. Sopra di essa, il visitatore attento riconosce le parole di Sciascia incise: questa è la lapide letteraria più importante della città.
Nelle stanze interne, oltre i locali della biblioteca e delle collezioni di conchiglie, c’è la sala che custodisce il Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina — il piccolo dipinto a olio su tavola di noce conosciuto in tutto il mondo come Il sorriso dell’ignoto marinaio. Trenta centimetri scarsi per venticinque. Davanti a questa tavola si sono fermati, in tempi diversi, tutti gli scrittori di cui questa serie ha parlato: Consolo nel 1976, Sciascia in più visite, Collura per decenni.
Per la letteratura, il Mandralisca è il luogo della densità massima. È il punto in cui Cefalù si concentra in pochi metri quadrati e diventa specchio del visitatore. Consolo, nel suo romanzo, lo trasforma in fulcro morale del Risorgimento siciliano: davanti a quel sorriso, il barone Mandralisca matura la propria coscienza politica e si schiera con i contadini di Alcàra Li Fusi. Sciascia, in Cruciverba, lo trasforma in interrogazione antropologica: «al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra… somiglia, ecco tutto». Collura, in L’isola senza ponte, lo trasforma in conversazione personale: «un dialogo muto, una complicità in qualche modo nata e mantenuta tra Lui e me».
Tre scrittori, tre letture diverse di un solo dipinto. Pochi musei al mondo possono vantare una stratificazione letteraria di questa densità.
Tappa 4. Il Lungomare: il balcone del pianto
Si esce dal museo, si torna sulla piazza, si scende verso il mare. Il Lungomare di Cefalù è oggi una delle viste più fotografate della Sicilia: la mezzaluna delle case medievali a strapiombo sull’acqua, le barche, la spiaggia. Per la letteratura, è anche il luogo di una delle pagine più tristi mai scritte sulla città.
Bisogna fare un salto indietro, al 1885, e aprire le pagine di Daniele Cortis di Antonio Fogazzaro. La protagonista, Elena Carrer, contessa veneta sposata controvoglia a un barone siciliano dilapidatore, viene “esiliata” dal marito ricattatore nei suoi possedimenti cefaludesi. In una pagina del romanzo, Fogazzaro scrive: «Ella andò al balcone sul mare come per vedere il tramonto, ma in fatto per piangere, secondo il solito».
Quel “balcone sul mare” è uno qualunque dei balconi che oggi si affacciano sulla costa cefaludese. Lo scrittore non specifica un punto preciso, e in fondo non serve: per Fogazzaro, tutta Cefalù era percepita come terra d’esilio. Ma camminando sul Lungomare con quella riga in mente, qualcosa cambia. Si ripensa al fatto che il mare di Cefalù — oggi simbolo di vacanza, fotografia da cartolina, sfondo Instagram — non era sempre stato letto come bellezza. Per la borghesia colta del Nord ottocentesco, era stato uno sfondo di pianto. Saperlo non rovina il panorama: lo arricchisce di un’altra dimensione, lo storicizza, gli restituisce profondità.
Tappa 5. Il porticciolo e gli scogli: dove arriva Mandralisca
Pochi passi più avanti, lungo la costa, si raggiunge il porticciolo. È uno dei luoghi più suggestivi della città: piccolo, raccolto, con le barche dei pescatori ancora ormeggiate e gli scogli che si protendono verso il mare aperto. Anche qui, una pagina di letteratura siciliana lo aspetta.
In Il sorriso dell’ignoto marinaio, Vincenzo Consolo ambienta proprio in queste acque l’incontro decisivo. Il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, di ritorno da Lipari con il dipinto di Antonello appena acquistato, sta navigando verso Cefalù. A bordo della sua imbarcazione c’è uno sconosciuto marinaio in cui il barone, sorpreso, riconosce una somiglianza inquietante con il volto del ritratto. È da quell’incontro — finzione narrativa, ma resa con tale forza da essere diventata quasi storia — che si dipana l’intero romanzo.
Sostare oggi al porticciolo significa quindi essere nel punto preciso in cui, nell’invenzione consoliana, l’arte e la vita si sono toccate. Il Ritratto d’ignoto, custodito nelle stanze del Mandralisca, è arrivato — letterariamente — a Cefalù via mare, da queste acque. Ed è un dettaglio che cambia il modo di guardare il porticciolo: non più solo paesaggio mediterraneo, ma soglia narrativa, punto di sbarco di un capolavoro destinato a fare la storia della letteratura italiana.
Tappa 6. La Rocca: il gigante pietrificato
Non si lascia Cefalù senza salire sulla Rocca. È un’ascesa di circa un’ora, con sentiero scalinato, panorami che si aprono progressivamente sul golfo, e in cima i resti del Tempio di Diana e delle fortificazioni medievali. Per la letteratura, la Rocca è la pagina più antica di tutte.
Bisogna risalire al VII-VI secolo avanti Cristo, ai versi del poeta greco Stesicoro di Imera. Stesicoro raccontava il mito di Dafni, il pastore-poeta che, accecato dalla ninfa tradita, si gettò nel mare di Cefaledio e fu trasformato in rupe. Il grammatico latino Servio confermava nei suoi commenti virgiliani: «presso la città di Cefaledio si dice infatti che ci sia una roccia che mostra la forma di un uomo».
Ecco: la Rocca di Cefalù è, per la letteratura classica, il corpo pietrificato di Dafni. È il primo “ritratto” della città, ben prima di Antonello — un ritratto di pietra, mostruoso e malinconico, fissato in eterno a guardare il mare in cui si era gettato per disperazione amorosa. Il visitatore che oggi sale sulla Rocca con scarponcini e bottiglietta d’acqua sta calpestando un mito. E quando, dalla cima, guarda giù verso la città, sta vedendo Cefalù dal punto di vista esatto di un dio antico.
C’è, in tutto questo, una bellezza vertiginosa. Significa che Cefalù è una città che ha sempre saputo guardare se stessa — perché ha sempre avuto, dietro di sé, un volto di pietra che la guardava. Significa che, prima ancora che la letteratura cominciasse a raccontarla, Cefalù era già un racconto.
Tappa 7. I vicoli medievali: il labirinto contemporaneo
L’ultima tappa di questa passeggiata è la più dispersiva, e forse la più letteraria di tutte: i vicoli del centro storico medievale. Si entra a caso, perdendosi volutamente. Le strade sono strettissime, le case si toccano, le insegne degli artigiani e delle piccole botteghe si alternano a portoni nobili sopra cui ancora si leggono stemmi sbiaditi.
Per il romanzo storico contemporaneo — quello di Mario Macaluso, soprattutto — questi vicoli sono il cuore pulsante della Cefalù medievale. Il suo Il Segreto del Re (2025) ne fa un labirinto in cui maestranze, monaci, donne, perfino una spia di Federico II si muovono inseguendo il segreto della tomba di Ruggero II. I lettori del romanzo arrivano oggi in città «con il libro in mano, curiosi di riconoscere i luoghi descritti» — ed è qui, nei vicoli, che il libro si lascia leggere meglio.
Ma anche per la letteratura più alta, i vicoli sono importanti. Lawrence Durrell, l’autore inglese del 1947, intitolò “Cefalù” un suo romanzo ambientato in realtà a Creta, intorno a un labirinto sotterraneo: nell’immaginario internazionale, il nome di Cefalù funzionava già come evocatore di un labirinto mediterraneo. E i vicoli di oggi, percorsi senza mappa, restituiscono al visitatore esattamente questa sensazione: un labirinto leggero, circoscritto, in cui ci si perde con piacere e da cui si esce inevitabilmente in piazza, davanti al Duomo.
Cosa resta, a fine passeggiata
Si torna così al punto di partenza: piazza del Duomo. Il cerchio si chiude. Chi ha fatto questa passeggiata letteraria ha attraversato circa tre chilometri di città, e ha attraversato circa duemilaseicento anni di letteratura — da Stesicoro a Macaluso, passando per Cicerone, Fogazzaro, Antonello, Consolo, Sciascia, Collura, Durrell.
Pochi luoghi al mondo, per estensione e densità, possono offrire qualcosa di simile. Cefalù è una piccola città, e proprio per questo funziona così bene: tutto è raggiungibile a piedi, tutto è leggibile come un piccolo teatro. Ogni tappa di questa passeggiata sta a pochi minuti dalla precedente. E ogni tappa, se ci si ferma a pensarci, contiene una pagina, un autore, un’epoca.
C’è una frase di Italo Calvino, in Le città invisibili, che vale per qualunque città degna di essere visitata: «la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano». Cefalù la contiene meglio di altre città, perché ha il vantaggio di essere stata letta e scritta da scrittori di prima grandezza, in lingue diverse e in epoche diverse, sempre con la stessa intensità. La città non racconta da sola le sue stratificazioni: aspetta che qualcuno gliele rilegga.
Per chi abita a Cefalù, fare almeno una volta questa passeggiata con consapevolezza — Duomo, Mandralisca, Lungomare, porticciolo, Rocca, vicoli — significa appropriarsi di un patrimonio letterario che è già proprio. Per chi viene da fuori, significa scoprire che Cefalù non è semplicemente bella: è una città scritta. E camminare in una città scritta è un’esperienza diversa dal camminare in una città qualunque. È un atto di lettura.















