Cefalù e Berlino, due reperti egizi gemelli, una famiglia di sacerdoti vissuta nel Delta del Nilo intorno al IX secolo a.C. La ricerca del 2021 ricostruisce un legame insospettabile
Per ottant’anni nessuno l’aveva mai detto, ma lo scarabeo egizio raccolto sulla Rocca dal liceale Andrea Calderazzo nell’inverno del 1939-1940 — quello custodito oggi al Museo Salinas di Palermo, di cui abbiamo già scritto — aveva un fratello. Lo sappiamo dal luglio del 2020, quando un egittologo francese di nome Claude Laroche ricevette dal Museo Egizio di Berlino un gruppo di fotografie. Erano immagini di scarabei del cuore inediti, mai pubblicati prima, che il museo tedesco gli aveva mandato perché lui le inserisse nel grande catalogo mondiale di questi reperti che stava preparando. Un catalogo che, oggi, raccoglie più di 1.600 esemplari sparsi in 128 musei e collezioni private del mondo.
Tra quelle fotografie una saltava all’occhio. Mostrava un piccolo scarabeo del cuore in pietra verde scura, di cinquantasei millimetri di lunghezza, conservato al Museo di Berlino con il numero d’inventario ÄM 34343. Era arrivato lì nel 1973, comprato dal museo insieme alla collezione di antichità egizie messa insieme da Georges Michaelides. Era stato registrato, archiviato, e poi dimenticato. Nessuno l’aveva mai studiato. Nessuno l’aveva mai pubblicato.
Quel piccolo scarabeo aveva sulla base un’iscrizione geroglifica organizzata in sei righe più una lunetta in cima. La lunetta mostrava il dio Anubi sotto forma di sciacallo accovacciato. Il testo era il Capitolo 30B del Libro dei Morti, quello con cui gli antichi egizi chiedevano al proprio cuore di non testimoniare contro di loro nel giorno del Giudizio. Solo che il testo era combinato con una variante rarissima, una versione che nessuno scarabeo del cuore al mondo riportava — tranne uno. Quello trovato ottant’anni prima da Calderazzo sulla Rocca di Cefalù.
Laroche si rese conto immediatamente di avere fra le mani il “gemello” del reperto siciliano.
Quello che stavano scrivendo
Per spiegare bene la portata della scoperta bisogna sapere cosa stava facendo Laroche in quei mesi. Insieme a una collega italiana, Gloria Rosati, egittologa dell’Università di Firenze, stava preparando un articolo scientifico dedicato proprio ai due scarabei del cuore conservati in Sicilia: quello del Salinas, trovato sulla Rocca di Cefalù, e un secondo scarabeo dello stesso tipo, custodito non al Salinas ma a Cefalù stessa, dentro il Museo Mandralisca. Quel secondo reperto, di cui parleremo a parte, non era mai stato pubblicato. Rosati lo aveva esaminato di persona insieme al primo, ne aveva ricontrollato l’iscrizione, e stava preparando la prima edizione scientifica.
L’articolo era praticamente pronto per essere inviato in pubblicazione, scrivono gli stessi autori, quando arrivarono le fotografie da Berlino. A quel punto tutto cambiò. L’articolo venne riscritto da capo per includere il “gemello” tedesco, perché senza quel confronto la ricostruzione storica del reperto cefaludese sarebbe rimasta incompleta. Lo studio è uscito nel 2021 sulla Rivista del Museo Egizio di Torino con il titolo Two Egyptian Heart-Scarabs from Sicily and a Parallel from Berlin, ed è oggi il punto di riferimento internazionale per i due scarabei cefaludesi.
Chi era il proprietario del reperto di Berlino
L’iscrizione dello scarabeo berlinese si chiude con il nome e i titoli del proprietario. Si chiamava Shedsubastet. Era un sacerdote, e ricopriva diverse funzioni religiose specifiche: padre del dio, maestro dei segreti, sacerdote ptH-wn, secondo profeta della Casa del Giuggiolo. Sono titoli che hanno un significato geografico preciso, perché legati al culto di un’antica città egizia del Delta orientale chiamata Per-Sopdu — oggi il sito archeologico di Saft el-Henna, qualche decina di chilometri a nord-est del Cairo. La “Casa del Giuggiolo” era il santuario centrale di quella città.
E qui c’è un dettaglio importante. Quei titoli sacerdotali, e quel modo di scrivere il nome del santuario, sono attestati nei documenti egizi non prima della XXII dinastia. Cioè non prima del periodo libico, il momento storico in cui l’Egitto era governato da dinastie di origine libica installatesi nel paese intorno al X secolo a.C. È un’informazione che servirà fra poco.
Il testo prosegue nominando un genitore di Shedsubastet, indicato col nome Maat-Bastet. Per chi non lo conosce, esiste un’opera di riferimento fondamentale per chi studia i nomi personali dell’antico Egitto: il dizionario di Hermann Ranke, pubblicato in più volumi tra il 1935 e il 1977. Tutti i nomi egizi documentati nelle iscrizioni del mondo finiscono lì. Bene: il nome Maat-Bastet non compare in Ranke, e gli studiosi del 2021 confermano che non risulta attestato in nessun’altra fonte conosciuta. È un nome raro.
La stessa famiglia
A questo punto Laroche e Rosati hanno guardato con occhi nuovi l’iscrizione dello scarabeo trovato sulla Rocca di Cefalù.
La proprietaria di quel reperto si chiamava — anche se, va detto onestamente, parte dell’iscrizione è abrasa e gli studiosi del 2021 mantengono una riserva filologica — Tekhet. Era una donna, una “signora della casa” che ricopriva il ruolo di cantatrice di Bastet. Bastet era la dea-gatta egizia, una delle divinità più antiche e popolari del paese. Il suo culto aveva la sua sede principale in una città del Delta orientale che si chiamava Bubasti, e che si trovava a meno di otto chilometri da Per-Sopdu, cioè quasi sull’uscio della città dove Shedsubastet faceva il sacerdote.
Alla fine dell’iscrizione dello scarabeo cefaludese, esattamente come in quello berlinese, è inciso il nome di un genitore. Il nome è Maat-Bastet.
Lo stesso nome del genitore di Shedsubastet a Berlino. Lo stesso nome raro che il dizionario di Ranke non registra.
Gli autori dell’articolo del 2021 non gridano alla certezza, e fanno bene. Scrivono che la coincidenza «sembra molto probabile» indichi un legame familiare. Non si possono fare il test del DNA su un’iscrizione di pietra. Però la combinazione di tre elementi — stesso nome raro del genitore, stessa area geografica nel Delta orientale, datazione vicina — porta gli studiosi a concludere che con tutta probabilità Tekhet di Bubasti e Shedsubastet di Per-Sopdu erano due parenti. Membri della stessa famiglia di funzionari religiosi, vissuti nel Delta del Nilo intorno al IX secolo a.C.
I loro due scarabei del cuore, realizzati per essere sepolti con loro, si sono separati nella storia. Uno è finito in Sicilia, a Cefalù, chissà come e chissà quando. L’altro è finito in mano a un collezionista, Michaelides, e poi è arrivato a Berlino nel 1973. Per quasi tremila anni le due iscrizioni non si sono più viste. Si sono ritrovate per caso nel luglio del 2020, sulla scrivania di un egittologo francese che apriva fotografie da Berlino.
Una datazione che cambia di cinque secoli
C’è ancora una cosa importante che la scoperta del 2020 ha permesso di sistemare, e riguarda la datazione del reperto cefaludese.
Nel 1942 l’egittologa torinese Ernesta Bacchi, di cui abbiamo parlato in un articolo precedente, aveva pubblicato per la prima volta lo scarabeo della Rocca, e lo aveva datato al Nuovo Regno egizio. Più precisamente, lo accostava al regno del faraone Thutmosi IV, intorno al 1400 a.C., il quattordicesimo secolo prima di Cristo. Quella datazione era rimasta in vigore per ottant’anni, anche se mai realmente verificata, perché mancava qualunque parallelo serio per giudicarla.
Il reperto berlinese ha cambiato tutto. Confrontando le caratteristiche tecniche del reperto, gli stili decorativi, i titoli sacerdotali del proprietario e le iconografie usate nella lunetta, gli studiosi del 2021 hanno datato lo scarabeo di Berlino al periodo libico, intorno al 910-720 a.C., XXII dinastia. Per arrivarci si sono basati su tre tipi di indicatori: il confronto stilistico con i cinque scarabei del cuore portati alla luce dalla missione archeologica spagnola nella necropoli di Herakleopolis Magna, città egizia governata appunto da dinasti libici; il fatto che i titoli sacerdotali di Shedsubastet siano attestati solo dalla XXII dinastia in poi; e il fatto che la figura di Anubi nella lunetta superiore trovi paralleli solo in uno scarabeo del cuore del faraone Osorkon II, anche lui della XXII dinastia, conservato al Brooklyn Museum.
E siccome i due scarabei — quello di Berlino e quello di Cefalù — sono iconograficamente gemelli, e i loro proprietari sono con tutta probabilità parenti, anche il reperto cefaludese va spostato alla stessa epoca. Non più Nuovo Regno, dunque, non più Thutmosi IV, non più 1400 a.C. Ma periodo libico, IX-VIII secolo a.C., circa cinque secoli più tardi di quanto si era pensato per ottant’anni.
Resta una domanda
La nuova datazione apre però una domanda a cui per ora non si sa rispondere bene: come ha fatto un oggetto rituale-funerario, realizzato nel Delta del Nilo intorno al IX secolo a.C. per accompagnare nella tomba una cantatrice di Bastet, ad arrivare sulla Rocca di Cefalù?
L’ipotesi più ragionevole, quella che gli studiosi del 2021 confermano senza ardire troppe certezze, è quella dei commerci fenicio-punici. I Fenici sono stati per tutto il primo millennio a.C. i grandi mediatori commerciali tra l’Egitto e il Mediterraneo occidentale. Erano loro a trasportare oggetti egizi e oggetti egittizzanti — i cosiddetti aegyptiaca — fino in Sicilia, in Sardegna, in Spagna, fino alle Colonne d’Ercole. La Sicilia occidentale era area di scalo fenicia documentata.
Quanto tempo sia passato fra l’Egitto della XXII dinastia e l’arrivo dello scarabeo sulla Rocca, oggi non si sa dire con precisione. Possono essere stati secoli. Quello che sappiamo è che il piccolo dischetto di pietra verde, dopo un viaggio lunghissimo nello spazio e nel tempo, è finito su un pendio sotto il Tempio di Diana, è stato seppellito dalla pioggia e dal fango, ed è rimasto lì in attesa che qualcuno, una mattina d’inverno alla fine degli anni Trenta del Novecento, lo trovasse.
Quel qualcuno, come sappiamo, è stato un liceale di Cefalù. E senza quel ragazzo, oggi non sapremmo nulla né di Tekhet di Bubasti, né di Shedsubastet di Per-Sopdu, né del nome Maat-Bastet che li tiene insieme attraverso ventinove secoli.















