Nel 1940, quando lo scarabeo trovato sulla Rocca da Andrea Calderazzo arrivò finalmente al Museo Nazionale di Palermo dopo la trafila burocratica che abbiamo raccontato qui, nessuno aveva ancora pubblicato uno studio scientifico del reperto. La prima a farlo, due anni più tardi, fu una giovane egittologa torinese di nome Ernesta Bacchi.
Il suo articolo uscì nel 1942 sulla Rivista degli Studi Orientali, volume 20, alle pagine 211-227. Il titolo era “Lo scarabeo del cuore di Thutmòse IV”. È un dettaglio interessante: il titolo non parlava di Cefalù. L’articolo era dedicato in primo luogo a un altro scarabeo del cuore, quello del faraone Thutmosi IV, che apparteneva al Museo Egizio di Torino con il numero supplementare 17133. Quel reperto era arrivato a Torino nel 1853, acquistato da Nicolò Musso assieme ad altri oggetti, e proveniva — circostanza già allora ritenuta straordinaria — dagli scavi di Tharros, in Sardegna. Era cioè uno dei pochi scarabei del cuore mai trovati fuori dall’Egitto.
Bacchi aggiunse in coda all’articolo, come addendum, la presentazione di un secondo scarabeo dello stesso tipo, anch’esso trovato fuori dall’Egitto: quello scoperto pochi mesi prima sulla Rocca di Cefalù. Senza accorgersene, pubblicava insieme gli unici due scarabei del cuore mai ritrovati in Italia provenienti da contesti archeologici extra-egiziani. Il loro essere parenti per condizione — entrambi anomalie statistiche nel corpus mondiale — non venne segnalato da lei.
Chi era Ernesta Bacchi
Le notizie biografiche su Ernesta Bacchi sono frammentarie. L’articolo del 2021 di Claude Laroche e Gloria Rosati la definisce «giovane collaboratrice e allieva di Giulio Farina». Era cioè inserita nel cerchio scientifico del Museo Egizio di Torino, di cui Farina era allora direttore. Pubblicava nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale: la Rivista degli Studi Orientali, edita a Roma dall’Università La Sapienza, era una delle poche sedi scientifiche italiane che continuasse a pubblicare regolarmente in quegli anni.
Il suo articolo è oggi reperibile nelle principali biblioteche universitarie italiane e nei cataloghi internazionali di egittologia. È il punto di riferimento canonico per lo scarabeo di Cefalù fino al 2021, citato regolarmente in tutti gli studi successivi sul reperto, compresi quelli di Michel Malaise (1978), e nelle opere di sintesi sulla presenza egizia in Sicilia, come I culti orientali in Sicilia di Giulia Sfameni Gasparro (Leiden, 1973).
Come lavorava Bacchi
Gli autori del 2021 sono espliciti su un punto: Bacchi non aveva il reperto sotto gli occhi. Lavorava su fotografie scattate poco dopo la scoperta e su calchi — sia in ceralacca, sia in gesso — ricavati dall’originale. È una circostanza non eccezionale per gli studi di scarabei degli anni Trenta e Quaranta: la riproduzione fotografica era spesso integrata da calchi che permettevano di leggere meglio i geroglifici incisi sulla base. Ma il limite del metodo è evidente: alcune sfumature dei segni si perdono nella riproduzione, e l’interpretazione dipende dalla qualità della copia.
Gli studiosi del 2021, lavorando sull’originale conservato a Palermo, hanno potuto correggere alcune letture geroglifiche di Bacchi. Le correzioni non sono marginali: riguardano la lettura di interi termini del Capitolo 30B del Libro dei Morti iscritto sulla base dello scarabeo, e segnali grafici che Bacchi non aveva riconosciuto correttamente. In un caso, Bacchi aveva trascritto come Hwt (un segno che indica una struttura architettonica chiusa) quello che oggi viene letto come la rappresentazione di una bilancia con un solo piatto, segno raro ma documentato in un piccolo numero di scarabei del cuore. La differenza è sostanziale per il senso del testo.
La datazione sbagliata
Il punto su cui Bacchi sbagliò più clamorosamente è la datazione. Lei attribuiva lo scarabeo di Cefalù al Nuovo Regno egizio, e più precisamente lo accostava all’epoca di Thutmosi IV, ottavo faraone della XVIII dinastia, regnante intorno al 1400-1390 a.C.
Per arrivare a quella datazione faceva un paragone con un altro scarabeo torinese (C. 5993), datato all’età di Amarna, cioè al regno di Akhenaton, immediatamente successivo a Thutmosi IV. Gli studiosi del 2021 hanno mostrato che il paragone era debole: lo scarabeo torinese che Bacchi citava ha tre linee incise di sutura fra prothorax ed elytra, mentre quello di Cefalù ne ha due, e ha caratteristiche delle zampe diverse. «Difficilmente può essere considerato un parallelo stretto», scrivono Laroche e Rosati.
La datazione corretta è di circa cinque secoli più tarda. Lo scarabeo di Cefalù appartiene non al Nuovo Regno ma al Terzo Periodo Intermedio, e precisamente alla XXII dinastia, periodo libico, intorno al 910-720 a.C. A questa nuova datazione gli studiosi del 2021 arrivano grazie a un confronto reso possibile solo nel luglio 2020, quando emerge un parallelo iconografico ed epigrafico nelle collezioni del Museo Egizio di Berlino — un reperto fino ad allora sconosciuto. Ma di quel ritrovamento e delle sue conseguenze parleremo a parte.
Quello che Bacchi vide bene
Non sarebbe giusto chiudere parlando solo degli errori. Alcune intuizioni di Bacchi reggono ancora oggi.
Bacchi capì che lo scarabeo di Cefalù era un reperto eccezionale per via della provenienza extra-egiziana. Lo collegò correttamente al contesto dei contatti commerciali fenici e punici nel Mediterraneo, ipotesi che gli studi successivi — incluso quello di Sfameni Gasparro del 1973 e gli scavi della necropoli ellenistico-romana di Cefalù condotti da Amedeo Tullio negli anni Settanta e Duemila — hanno confermato come la più plausibile.
Riconobbe inoltre l’appartenenza al gruppo dei scarabei del cuore, ovvero degli oggetti rituali-funerari iscritti col Capitolo 30B del Libro dei Morti. Comprese che la proprietaria era una donna e ne lesse correttamente la qualifica di cantatrice, anche se l’identificazione precisa della divinità servita — Bastet, dea-gatta del Delta egizio — sarebbe stata stabilita con sicurezza solo dagli studi recenti.
In assenza di paralleli stretti — e nel mondo allora noto non ce n’erano — Bacchi fece quello che la disciplina dell’epoca permetteva. La sua datazione era sbagliata, ma il suo articolo aveva almeno il merito di portare il reperto cefaludese all’attenzione degli specialisti internazionali, dove sarebbe stato citato per i decenni successivi.
Cosa succede dopo Bacchi
Dopo il 1942 lo scarabeo di Cefalù viene citato regolarmente nella bibliografia egittologica internazionale. La traduzione del testo geroglifico viene ripresa da Michel Malaise nel suo studio Les scarabées de cœur dans l’Égypte ancienne (Bruxelles, 1978), che però accetta integralmente le letture di Bacchi e non lavora sull’originale. La datazione al Nuovo Regno rimane quella canonica. Per ottant’anni nessuno la mette davvero in discussione, anche perché non esistono confronti che permettano di farlo.
Quella possibilità di confronto arriverà soltanto nel luglio 2020. E non da Palermo, e nemmeno da Torino. Da Berlino.
Fonti
- Claude Laroche, Gloria Rosati, “Two Egyptian Heart-Scarabs from Sicily and a Parallel from Berlin”, in Rivista del Museo Egizio 5 (2021). Open access: rivista.museoegizio.it.
- Ernesta Bacchi, “Lo scarabeo del cuore di Thutmòse IV”, in Rivista degli Studi Orientali 20 (1942), pp. 211-227.
- Michel Malaise, Les scarabées de cœur dans l’Égypte ancienne (Monographies Reine Élisabeth 4), Bruxelles 1978.
- Giulia Sfameni Gasparro, I culti orientali in Sicilia (EPRO 31), Leiden 1973.
- Amedeo Tullio, “Presenze puniche nella necropoli ellenistico-romana di Cefalù”, in Atti del V Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, Marsala-Palermo 2-8 ottobre 2000, vol. II, Palermo 2005, pp. 837-848.















