Un tempio della lirica di 7.730 metri quadrati, che la musica rinnova stagione dopo stagione
Non tutti i teatri diventano simboli per la città che li ospita. Alcuni lo diventano perché trasformano un edificio in un tempio. In Sicilia esiste un teatro che concentra in 7.730 metri quadrati la storia, la musica e l’identità di un’intera città, raccontate da una facciata che sembra uscita dall’antichità classica.
Un tempio della lirica nel cuore di Palermo
Quando si pensa al teatro d’opera per eccellenza, la mente corre a Milano e al Teatro alla Scala. Eppure il più grande edificio teatrale lirico d’Italia si trova in Sicilia, affacciato su piazza Verdi a Palermo: è il Teatro Massimo Vittorio Emanuele, intitolato al primo re d’Italia. Con i suoi circa 7.730 metri quadrati di superficie — che comprendono, oltre alla sala, ambienti di rappresentanza, gallerie e scale monumentali — è anche uno dei più grandi d’Europa: terzo per dimensioni architettoniche dopo l’Opéra National di Parigi e la Staatsoper di Vienna.
Ventidue anni di cantiere per un teatro che sfidava l’Europa
L’idea nacque da un concorso internazionale bandito nel 1864, vinto dall’architetto palermitano Giovan Battista Filippo Basile, che immaginò un teatro capace di competere con i più importanti del continente. La prima pietra fu posata il 12 gennaio 1875, ma i lavori conobbero una lunga interruzione tra il 1878 e il 1890 e furono costruiti con la calcarenite di Carini. Alla morte di Basile, nel 1891, subentrò il figlio Ernesto, anch’egli architetto e tra i massimi interpreti del Liberty europeo, che accettò di completare l’opera paterna su richiesta del Comune. Per fare spazio al colosso furono demoliti alcuni complessi religiosi, tra cui la chiesa delle Stimmate e quella di San Giuliano. L’inaugurazione avvenne il 16 maggio 1897, dopo oltre vent’anni di cantiere, con il Falstaff di Giuseppe Verdi — opera fino ad allora mai eseguita a Palermo — diretto da Leopoldo Mugnone.
Il «vezzo» che lo rese unico: la cupola e il soffitto che si apre
Di gusto neoclassico-eclettico, il Teatro Massimo appare a chi giunge in piazza come un vero tempio: una scalinata monumentale conduce a un pronao con sei grandi colonne corinzie sormontate dal frontone classico. Ai lati della scalinata vegliano due leoni bronzei, opera di Benedetto Civiletti e Mario Rutelli, che incarnano le allegorie della Tragedia e della Lirica. A coronare l’edificio è una grande cupola emisferica del diametro di 28,73 metri, con struttura in ferro rivestita di squame bronzee. Ma la vera particolarità è nascosta nella Sala Grande, a ferro di cavallo e celebre per l’acustica: il suo soffitto è decorato da undici tele che raffigurano il Trionfo della Musica e che, grazie a un ingegnoso sistema di funi, possono aprirsi come petali per consentire il ricambio dell’aria.
Le sale e i segreti: la Sala Pompeiana dell’eco
Il teatro è anche uno scrigno di ambienti raffinati. Il più curioso è la Sala Pompeiana, di forma circolare e in origine riservata, nota come «Sala dell’eco» per un singolare effetto acustico: chi si pone esattamente al centro percepisce la propria voce amplificata in modo sorprendente, mentre dall’esterno della rotonda è difficile comprendere ciò che viene detto al suo interno. Non manca il sontuoso Palco Reale, riservato un tempo alle autorità. La sala principale, progettata in origine per accogliere fino a tremila spettatori, oggi ha una capienza di poco inferiore ai 1.400 posti, ridotta per ragioni di sicurezza.
La bellezza alla prova del futuro
Ciò che mantiene vivo questo monumento non è la pietra, ma la musica che torna a riempirlo. La sua storia recente lo dimostra: nel 1974 il Teatro Massimo chiuse per lavori di ristrutturazione che si trascinarono per ben ventitré anni, tra ritardi e difficoltà. La rinascita arrivò il 12 maggio 1997, quando il teatro riaprì, tra grande commozione dei palermitani, con un concerto diretto nella prima parte da Franco Mannino e nella seconda da Claudio Abbado con i Berliner Philharmoniker. Da allora il Massimo ha ripreso la sua vocazione originaria, ospitando ogni anno stagioni liriche, sinfoniche e di balletto.
Per molti, il vero valore del Teatro Massimo non sta nei suoi primati di grandezza, ma nell’essere un tempio che torna a vivere ogni volta che si alza il sipario. Lo ricorda l’epigrafe incisa sull’architrave del portico: «L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita». Un patrimonio che non si custodisce nel silenzio, ma si rinnova nota dopo nota, stagione dopo stagione.















