Nel mondo dell’arte medievale copiare i modelli era la norma. Le grandi chiese si ispiravano l’una all’altra, ripetendo schemi collaudati. Cefalù no. Secondo gli studiosi, i mosaici del suo Duomo sono un’invenzione originale, che non deriva da alcun modello preciso. E per spiegare quanto siano audaci, uno studioso è arrivato a paragonarli a un artista contemporaneo famoso per dipingere le figure a testa in giù. Vediamo perché.
Il paragone spiazzante con Baselitz
Georg Baselitz è un noto pittore contemporaneo, celebre per una scelta provocatoria: dipinge le sue figure capovolte, a testa in giù. È un modo per rompere le abitudini dello sguardo, per costringere chi guarda a vedere le cose in modo nuovo.
Lo studioso Beat Brenk, in uno studio del 2018, usa proprio questo paragone per descrivere i mosaici di Cefalù. Non perché le figure siano capovolte, ovviamente, ma per rendere l’idea della libertà inventiva del progettista normanno. Come Baselitz ha stravolto le regole della pittura, così chi progettò Cefalù ha stravolto le regole dei mosaici bizantini, riordinando gli elementi tradizionali in un modo mai visto prima. È un paragone provocatorio, ma efficace: serve a farci capire quanto Cefalù sia audace.
Cosa faceva di solito l’arte bizantina
Per capire l’originalità di Cefalù bisogna sapere cosa prevedeva la tradizione bizantina, quella che ispirò i mosaici siciliani.
C’era una regola quasi ferrea: il Cristo Pantocratore, “colui che tutto governa”, non compariva mai nell’abside. Il suo posto era la cupola, oppure lo spazio sopra la porta d’ingresso, nel nartece. In un famoso monastero greco, Hosios Loukas, il Cristo si trova proprio sopra la porta, affiancato dagli apostoli, dalla Vergine tra gli arcangeli Michele e Gabriele e dal Battista. Ogni elemento aveva la sua collocazione fissa.
Cosa ha fatto Cefalù
Il progettista normanno conosceva bene tutti questi elementi bizantini. Ma invece di ripeterli così com’erano, li ha presi, riordinati e condensati nell’abside. Ha portato il Pantocratore nel punto più importante e visibile della chiesa — il grande semicatino dell’abside — dove la tradizione non lo metteva mai. E gli ha radunato intorno la Vergine, gli arcangeli, gli apostoli, i profeti, i santi, componendo la “Città di Dio”.
Curiosamente, la serie di apostoli di Cefalù corrisponde proprio a quella di Hosios Loukas. Segno che il progettista aveva davanti quei modelli, ma li ha usati con totale libertà, spostandoli e ricombinandoli. Il risultato è un’iconografia senza precedenti: non la copia di uno schema, ma una creazione nuova.
Perché questo conta
Per Brenk il programma di Cefalù è un’unità concettuale, eseguita tutta insieme e di una novità sorprendente, che non rimanda ad alcun modello precedente. Non è un dettaglio da poco. Significa che chi entra nel Duomo non sta guardando la ripetizione di qualcosa visto altrove, ma un’opera unica, pensata da zero.
È anche la ragione per cui certe letture tradizionali sono state corrette. Per anni si è pensato che l’abside raffigurasse l’Ascensione o la Pentecoste, cioè scene note dell’arte cristiana. Ma Brenk mostra che non è così: mancano gli elementi tipici di quelle scene, e siamo invece davanti a qualcosa di inedito. Proprio perché Cefalù non copia nessuno, non si lascia incasellare nelle categorie abituali.
In sintesi
I mosaici di Cefalù non derivano da un modello preciso: sono un’invenzione originale. Il progettista normanno prese gli elementi della tradizione bizantina — dove il Pantocratore stava sopra la porta e non nell’abside — e li ricombinò con una libertà mai vista, portando il Cristo nel cuore dell’abside. Per rendere l’idea di questa audacia, Brenk li paragona alle figure capovolte di Baselitz. Un accostamento provocatorio, ma che coglie il punto: Cefalù è un capolavoro che non copia nessuno.















