Realtime blog trackingRealtime Web Statistics Festa di Gibilmanna: Omelia del Vescovo
Cefalunews

Festa di Gibilmanna: Omelia del Vescovo

Carissimi fratelli e sorelle, vi saluto tutti con affetto.

Ringrazio il Guardiano della Comunità di Gibilmanna, P. Salvatore Vacca O.F.M. Capp., per le parole che ha usato nei confronti della Comunità diocesana.

Ringrazio tutti i frati Cappuccini di Gibilmanna per il servizio reso ai pellegrini del Santuario e per l’opera straordinaria a servizio dei poveri nella casa di accoglienza.

Saluto il Sindaco di Castellana Sicula, Francesco Calderaro, il Parroco, Don Francesco Richiusa, e tutta la Comunità di Castellana Sicula che si è preparata al gesto dell’offerta dell’olio con una missione popolare; un evento ricco di frutti e soprattutto un momento di gioia per tutta la comunità. Saluto anche la Comunità di Gratteri che lo scorso anno ha offerto l’olio.

Saluto il Sindaco di Cefalù, Rosario Lapunzina, e i rappresentati delle forze militari e delle associazioni di volontariato qui presenti.

Il primo segno che Gesù offre ai suoi è quello della festa delle nozze: dopo aver chiamato i primi discepoli, Gesù li conduce a una festa di nozze; dà inizio al suo ministero con una festa. Sarà questa – quella della festa – la cifra della Sua missione. Seguire Gesù è andare alla festa: così si dovrebbe vivere ogni celebrazione eucaristica come l’esperienza di una festa. Gesù inizia il Suo ministero in terra con una festa e lo concluderà in cielo con una festa finale: quella delle nozze dell’Agnello, com’è scritto nel libro dell’Apocalisse: «Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché son giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta» (Ap 19,7).

Attraverso il segno delle nozze di Cana, Gesù inaugura una nuova alleanza, significata dal vino nuovo.

Cos’è l’alleanza se non uno sposalizio?

Quando celebriamo le nozze diciamo infatti che tra gli sposi si crea un’alleanza. Quella che inaugura Gesù non è un patto giuridico fondato su delle norme, sulla legge (rappresentato dalle sei giare vuote), ma una relazione d’amore come quella sponsale. Per noi Cristiani, infatti, il matrimonio non è semplicemente un atto giuridico, anche se a livello canonico e civile è regolato da norme giuridiche, ma essenzialmente è un’alleanza d’amore; un’autentica relazione d’amore. Solo una relazione d’amore può riempire del vino nuovo le giare della legge dell’antica alleanza; solo l’amore può riempire una relazione.

Dio in Gesù diventa lo sposo dell’umanità e da queste nozze nasce la nuova umanità. La Chiesa ne è il sacramento, il segno e strumento di un’umanità nuova. La storia del mondo si concluderà col banchetto delle nozze eterne dell’Agnello.

Notiamo ora un fatto particolare: penso che gli sposi siano parenti di Maria e Gesù . Maria non va da sola alla festa delle nozze, porta con sé Gesù che non cammina mai da solo, ma con i discepoli. Qualcuno azzarda l’idea che il vino è finito perché i discepoli di Gesù erano tanti, quasi a dire che non bastava il vino per quante persone aveva portato Gesù a quella festa di nozze.

Maria e Gesù sono le due presenze che assicurano l’amore in questa festa: averli. Avere la loro presenza nelle nostre feste, in ogni nostra relazione, è avere amore assicurato; nel banchetto della vita le loro presenze portano l’amore, garantiscono la gioia.

Non c’è festa se la si celebra da soli perché in essa è importante la compagnia che assicura l’allegria. La comunità degli amici dà senso alla festa. Ecco perché Gesù e Maria non vanno soli, ma portano la comunità.

C’è ora un secondo punto: l’attenzione ai bisogni, specialmente dei più indigenti, appunto dei più bisognosi. L’attenzione è sinonimo di amore: solo una madre la possiede in forma connaturale alla maternità, essa è viscerale perché aperta ad accogliere la vita di un altro.

La parola “attenzione” viene da ad-tendere: tendere verso. Solo se c’è apertura del cuore all’altro c’è la vera attenzione. Se c’è chiusura, dagli altri si pretendono solo doveri e quindi manca l’attenzione, ma c’è solo pretesa.

Non accorgersi del bisogno dell’altro, significa privarlo del soccorso. E accorgersi e non soccorrerlo significa ucciderlo: ecco perché ad esempio non si può rifiutare in modo assoluto il soccorso in mare ai naufraghi. Non soccorrere o abbandonare una persona che ha avuto un incidente per strada, o peggio, che tu stesso hai provocato, equivale ad ucciderlo: è un omicidio.

La Chiesa si batte con forza per il rispetto di questi valori perché sono i valori di un vero umanesimo ispirato al Vangelo.

L’esperienza della casa di accoglienza di Gibilmanna è un esempio vivo di attenzione ai naufraghi della vita. La carità della Chiesa come una mamma si accorge, dei bisogni soprattutto dei più poveri e diseredati e, come Maria, non chiude la porta di casa a chi bussa, non respinge chi chiede asilo e accoglienza perché disperato.

Noi tutti siamo qui perché bisognosi e ci rivolgiamo con fiducia a Lei, a bedda matri, a gran Signura.

L’uomo – scusate il termine – è un essere “deficiente” vale a dire che manca sempre di qualcosa, non si regge da solo, ha sempre bisogno dell’altro. L’autosufficienza è una bugia, è un grande inganno dire: non ho bisogno degli altri.

Si cita spesso un aforisma di Luciano De Crescenzo “Gli uomini sono angeli con un’ala sola. Possono volare solo abbracciati”. Un’immagine quanto mai eloquente.

Don Tonino Bello penso faccia riferimento a questo aforisma quando scrisse la preghiera : “Dammi, Signore, un’ala di riserva”. Mi piace riproporla in questo contesto:

A volte, nei momenti di confidenza, oso pensare, Signore, che anche tu abbia un’ala soltanto.

L’altra, la tieni nascosta: forse per farmi capire che anche tu non vuoi volare senza di me.

Per questo mi hai dato la vita: perché io fossi tuo compagno di volo.

Insegnami, allora, a librarmi con te.

Perché vivere non è “trascinare la vita”, non è “strappare la vita”, non è “rosicchiare la vita”.

Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebbrezza del vento.

Vivere è assaporare l’avventura della libertà.

Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come te!

Maria si accorge di questo bisogno radicale dell’umanità e lo presenta al Figlio: “non hanno più vino”.

L’umanità senza le fede si annacqua, l’umanità senza il vino della parola di Gesù, senza l’amore di Dio è una povera umanità, fino a divenire una disumanità.

Maria chiede al Figlio il primo segno: trasformare l’acqua in vino. Trasformare la nostra religiosità in fede. Perché la fede porti la festa della comunione.

È festa solo se si esce dall’isolamento, dalla chiusura, dall’egoismo.

Cos’è, infatti, quell’ insoddisfazione che fa da background alla mia, alla tua vita?

Insoddisfazione che resta anche se mi dico religioso? È la chiusura verso l’altro.

Posso anche dichiarare di credere in Dio, ma se mi riferisco a un Dio solitario senza accogliere l’altro, allora quella fede, anche se osservante di un elenco di precetti e di doveri, è un inganno perché non genera vita.

Solo se accetto Dio, accompagnato dagli altri, la fede potrà colmare il vuoto che c’è in me.

Così, se accetto l’altro senza la compagnia di Dio, prima o poi mi stancherò dell’altro, perché comincerò a trovarne i limiti, i difetti, i peccati, i tradimenti, le delusioni. Solo Dio potrà reggere e sostenere l’accoglienza dell’altro. Diceva il grande Papa, San Paolo VI: “Ogni uomo è mio fratello”.

Oggi c’è una pandemia ancora più pericolosa del COVID-19, è la pandemia dell’individualismo, dell’intolleranza verso chi è diverso. È la pandemia del razzismo strisciante che produce la morte della convivenza pacifica tra gli uomini e crea nuovi bisognosi, nuove povertà, nuovi scarti umani.

In questa festa della Madonna di Gibilmanna auguro a tutti l’attenzione e l’apertura del proprio cuore a Gesù e alla sua compagnia.

✠ Giuseppe Marciante

Vescovo di Cefalù