C’è uno zero che non fa rumore. Non apre telegiornali, non provoca assemblee, non genera indignazione immediata. È uno zero che passa sotto traccia, perché non tocca direttamente il portafoglio di oggi, ma scava sotto i piedi di domani. Nei dati ISTAT sui produttori DOP e IGP, Cefalù è zero. Un solo riferimento basta. Il resto non è statistica: è realtà.
In questa sede non serve spiegare cosa sono le certificazioni, né confrontare numeri. Serve a dire ciò che nessuno vuole guardare: uno zero produttivo non è un problema agricolo, è un problema antropologico. Riguarda il modo in cui una comunità sta al mondo, il rapporto che ha con la propria terra, la capacità di generare futuro invece di limitarsi a gestire il presente.
Cefalù oggi vive sospesa. Non nel senso poetico del termine, ma in quello economico e culturale più crudo. Vive senza radici operative. Non radici simboliche, che abbondano nei racconti, nei depliant, nei post. Radici reali: lavoro che nasce dal territorio, filiere che restano, competenze che si trasmettono. Lo zero ISTAT è solo la spia accesa su un cruscotto che nessuno controlla più.
Una città senza radici produttive non muore subito. Anzi, spesso sembra prosperare. Ha flussi, presenze, consumi. Ha un’economia che gira, ma gira a vuoto. Perché non accumula, non sedimenta, non costruisce. Tutto ciò che entra esce. Tutto ciò che viene utilizzato non viene rigenerato. È il modello perfetto per durare poco e apparire molto.
Il punto non è che Cefalù non produca eccellenze riconosciute. Il punto è che non produce più struttura. E senza struttura un territorio diventa fragile anche quando appare forte. La fragilità non si vede nelle stagioni buone, ma emerge quando qualcosa si inceppa: una crisi dei flussi, un cambiamento di mercato, una trasformazione tecnologica. In quei momenti, chi non ha radici non resiste.
Lo zero nei dati non dice che Cefalù è povera. Dice qualcosa di più inquietante: è scollegata. Scollegata dai cicli lunghi dell’economia reale, scollegata dalla terra come risorsa viva, scollegata dalla possibilità di costruire valore che non dipenda dall’arrivo di qualcuno da fuori. È una città che aspetta. Aspetta visitatori, eventi, occasioni. Ma non genera.
Quando un territorio smette di generare, cambia anche il tipo di lavoro che offre. Non più mestieri che richiedono tempo, competenza, continuità, ma occupazioni intermittenti, adattive, precarie. Lavori che non costruiscono identità professionale, ma sopravvivenza. E una comunità che vive di lavori senza identità finisce per perdere identità essa stessa.
Le radici non sono nostalgia. Sono infrastruttura. Sono ciò che permette a una comunità di dire “questo lo sappiamo fare noi”. Quando questo sapere scompare, o non viene più organizzato, certificato, trasmesso, il territorio diventa replicabile. E ciò che è replicabile non è più indispensabile. Può essere sostituito, aggirato, superato.
Cefalù corre questo rischio. Non perché manchi di bellezza, ma perché la bellezza, da sola, non difende. Non difende dall’omologazione, non difende dalla dipendenza, non difende dalla perdita di controllo sul proprio destino. Senza radici produttive, il territorio diventa un contenitore aperto, disponibile a qualunque uso che altri decidano.
Il silenzio attorno a questo zero è il vero problema. Perché segnala una rimozione collettiva. Si preferisce parlare di attrattività, di eventi, di presenze. Tutto vero, tutto legittimo. Ma sono indicatori di superficie. Sotto, manca la massa. Manca ciò che tiene insieme una comunità quando l’entusiasmo cala.
Uno zero produttivo non è un’accusa, è una diagnosi. E come tutte le diagnosi scomode viene ignorata finché non diventa emergenza. Ma quando diventa emergenza, spesso è tardi. Perché ricostruire radici è molto più difficile che mantenerle. Richiede visione, pazienza, conflitto. Richiede anche la capacità di dire no a un modello che sembra conveniente ma consuma tutto.
Cefalù oggi è a un bivio che non viene nominato. Continuare a vivere senza radici, confidando che il nome basti. Oppure accettare la fatica di tornare territorio, non nel senso romantico, ma economico e civile. Tornare a produrre valore che resti, che si possa difendere, che entri nei dati non per vanità, ma per esistere.
Lo zero che nessuno vuole guardare è lì. Non chiede consenso. Non chiede interpretazioni. Chiede solo una cosa: essere preso sul serio. Perché quando una città smette di produrre ciò che la tiene in piedi, il rischio non è la povertà. Il rischio è diventare irrilevante senza accorgersene.
E l’irrilevanza, a differenza delle crisi, non fa rumore. Arriva quando ormai non c’è più nulla da salvare. Cefalù è ancora in tempo. Ma solo se smette di distogliere lo sguardo.















