Un tempo che vale la pena ricordare: la Cefalù del rispetto raccontata attraverso quattro protagonisti

Cefalù ha conosciuto stagioni diverse, ma ce n’è una che oggi torna alla mente con una nitidezza particolare: il tempo in cui la politica era servizio e il confronto non cancellava mai il rispetto. Giuseppe Giardina, Mario Alfredo La Grua, Rosario Ilardo, Domenico Portera: quattro uomini, quattro storie, quattro idee anche lontane tra loro. Eppure, dentro quelle differenze, la città ha imparato una lezione semplice e rarissima: la diversità non divideva, arricchiva. Ognuno ha portato la propria visione, il proprio carattere, il proprio metodo, ma tutti hanno riconosciuto un limite morale che non si oltrepassa: la dignità delle istituzioni, l’attenzione verso la comunità, il riconoscimento dell’avversario come interlocutore e non come nemico. Raccontarli insieme non significa mettere tutto sullo stesso piano, né fare un monumento indistinto al passato. Significa, piuttosto, ricostruire un clima civile che ha lasciato tracce concrete nelle opere, nelle scuole, nella cultura, nel modo stesso di parlare di Cefalù e di immaginarne il futuro.

Giuseppe Giardina, il “sindaco santo” tra cura e comunità

La figura di Giuseppe Giardina attraversa la storia cittadina come una presenza insieme concreta e quasi simbolica: medico, amministratore, uomo di fede vissuta nella quotidianità. Nato a Cefalù nel 1899, cresce in un contesto duro, segnato da povertà ed emigrazione, con una formazione religiosa che lo orienta presto verso l’idea del servizio. La guerra interrompe un possibile percorso ecclesiastico e lo spinge verso una missione diversa: non la distanza del pulpito, ma la vicinanza alle ferite reali delle persone. Negli anni del primo dopoguerra fonda il giornale “L’Idea”, mostrando già allora una politica intesa come strumento di giustizia sociale: riforme, diritti, attenzione agli ultimi. Laureato in Medicina, torna a Cefalù e vive l’ospedale come un avamposto umano prima ancora che sanitario, soprattutto durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la città diventa luogo di accoglienza e sofferenza. Eletto sindaco nel 1946, guida Cefalù fino al 1965 con un’impronta che unisce infrastrutture e coscienza sociale: lungomare, opere pubbliche, attenzioni ai poveri, alle famiglie fragili, ai giovani. Alla fine, la città lo saluta con funerali che sembrano un abbraccio collettivo: non solo a un politico, ma a un uomo che ha fatto della politica un atto di carità civile.

Mario Alfredo La Grua, il giornalista che voleva una città “non muta”

Mario Alfredo La Grua rappresenta un’altra traiettoria: quella di chi vede nella cultura e nell’informazione la prima forma di servizio pubblico. Nato nel 1926 a Castelbuono, legato per vocazione e destino a Cefalù e alle Madonie, porta con sé la disciplina dello studioso e l’ostinazione del cronista. La fondazione nel 1964 del “Corriere delle Madonie” è già una dichiarazione di metodo: una comunità cresce se si racconta, se discute, se si misura con le proprie contraddizioni. “Città senza giornale, città muta”: dietro questa idea c’è la convinzione che il dibattito non sia rumore, ma ossigeno. Da docente, La Grua costruisce rapporti umani e rispettosi con gli studenti, senza mai trasformare l’appartenenza politica in prepotenza. In politica porta determinazione e rigore, anche quando si trova spesso a essere voce di opposizione in anni in cui era più facile irrigidirsi che dialogare. E poi l’elezione a sindaco nel 1993, con un consenso ampio: un mandato vissuto con sobrietà operativa, tra Comune e piazza, tra attenzione ai servizi e cura del patrimonio storico. Il rispetto, per lui, diventa stile: nella parola misurata, nella fedeltà alle proprie idee senza insultare quelle altrui, nella convinzione che Cefalù non sia solo cartolina, ma comunità che pensa e si forma.

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Rosario Ilardo, la politica come costruire: casa, scuola, territorio

Rosario Ilardo incarna la politica come programmazione e responsabilità: una visione che nasce da radici familiari segnate dall’emigrazione e dalla fatica, e matura nella formazione giuridica e amministrativa. Nato nel 1928, cresce con l’idea che il progresso non sia un privilegio, ma un dovere verso chi resta indietro. Lo scautismo diventa una palestra di servizio e di comunità, un luogo in cui il rispetto non è retorica ma pratica quotidiana. Ilardo entra nella vita pubblica giovanissimo, spinto anche dall’incontro con Giuseppe Giardina, e porta nella politica locale una cifra che lo distingue: la concretezza dei piani e la cultura dell’ente pubblico, conosciuto dall’interno grazie alle competenze maturate negli studi e nelle specializzazioni. Da sindaco (1970-1972) lascia un segno forte pur in un tempo breve, puntando su due direttrici che parlano ancora oggi: il Piano della Casa e il Piano della Scuola. Non sono slogan, ma risposte a bisogni reali: abitazioni dignitose per chi vive in precarietà e formazione per i giovani, con l’intuizione che il turismo avrebbe richiesto professionalità e non improvvisazione. La sua frase più ricordata, «In politica non si sale, ma si scende», sintetizza un’etica: governare significa abbassarsi verso i problemi, non elevarsi sopra le persone. Anche quando si dedica alla ricerca storica sulla Rocca e al servizio ecclesiale e civile, resta fedele a quella grammatica del rispetto: ascolto, studio, pazienza, visione.

Domenico Portera, l’educatore e il valore delle istituzioni culturali

Domenico Portera racconta una Cefalù che dialoga con il mondo e poi sceglie di tornare, per costruire a casa propria. Figlio di una famiglia di umili origini, costretto giovanissimo a emigrare negli Stati Uniti, studia e lavora, conosce la realtà operaia e si impegna nel sindacato, facendo esperienza diretta delle difficoltà e delle ingiustizie del lavoro. Rientrato in Italia, attraversa ambienti cooperativistici e sindacali, entra in contatto con figure di rilievo nazionale e con una tradizione repubblicana e mazziniana che segnerà tutta la sua vita. Laureato in Lettere e Filosofia, diventa docente a Cefalù e per decenni vive la scuola come luogo di crescita civile, non solo di istruzione. In politica, da consigliere comunale e poi assessore e vice sindaco, porta una sensibilità particolare: la centralità della formazione. A lui si lega uno dei passaggi più importanti per la città e per il comprensorio: la nascita dell’Istituto Alberghiero di Stato di Cefalù, apertura ufficiale nel 1971, pensata come risposta concreta alla necessità di un turismo di qualità e di opportunità per i giovani madoniti. Portera è anche uomo di biblioteche, musei, accademie, riviste: un tessitore di cultura che considera le istituzioni come patrimoni da custodire con rispetto, competenza e dedizione. La città lo ricorda anche con gesti simbolici, come l’intitolazione di una via, perché in lui il servizio non è stato un capitolo della vita: è stato il filo che l’ha tenuta insieme.

Cefalù, raccontata attraverso Giardina, La Grua, Ilardo e Portera, non è solo una sequenza di mandati, cariche e date. È l’immagine di una comunità che, pur nelle differenze ideali, ha saputo riconoscere un bene più grande: l’interesse collettivo. In quel tempo il confronto non era una guerra di parole, ma un esercizio di responsabilità; l’avversario non era un bersaglio, ma una presenza necessaria; le istituzioni non erano trofei, ma strumenti; la politica non era scalata personale, ma discesa verso i bisogni. Le opere materiali e culturali che hanno lasciato sono importanti, ma ancora più preziosa è la loro lezione di stile pubblico: rispetto, misura, dedizione, visione. Un tempo che vale la pena ricordare non per nostalgia, ma per orientamento. Perché le città crescono davvero quando, prima delle ideologie, scelgono la civiltà.