Cefalù, ventiquattro anni fa il vescovo Sgalambro lanciò l’allarme emigrazione

Era il 23 giugno 2002 quando il vescovo di Cefalù, monsignor Francesco Sgalambro, incontrò la redazione della rivista diocesana per affrontare un tema che, in quel momento, quasi nessuno aveva il coraggio di nominare: l’emigrazione dalle Madonie. Un fenomeno silenzioso, fatto di giovani che lasciavano i paesi dell’entroterra per cercare lavoro altrove, e di famiglie che si svuotavano un pezzo alla volta.

Quel giorno il vescovo arrivò con i dati alla mano. Numeri che, a leggerli bene, raccontavano un territorio in difficoltà. E quei numeri, disse, lo preoccupavano molto.

Un allarme lanciato con i numeri

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Sgalambro non parlò per sensazioni o impressioni. Mostrò cifre concrete che fotografavano una migrazione reale e in crescita, di cui però l’opinione pubblica sembrava non accorgersi. Era questo, forse, l’aspetto che più lo allarmava: un esodo che avveniva nel silenzio, senza dibattito, senza progetti, senza nessuno che ne parlasse davvero.

Il vescovo chiese alla redazione un impegno preciso: avviare una serie di indagini e di inchieste giornalistiche capaci di portare il problema fuori dalle stanze della Chiesa. Voleva che il tema arrivasse nell’opinione pubblica, tra le istituzioni civili e dentro la stessa comunità diocesana. In altre parole, voleva che se ne discutesse apertamente.

La radice del problema: la terra dimenticata

Per Sgalambro la causa di fondo era chiara. Alla base dell’emigrazione c’era l’assenza di progetti capaci di rimettere al centro la terra e l’agricoltura, attività da sempre fondamentali in quei territori. Senza un’idea di sviluppo legata alle risorse vere delle Madonie, i giovani non avevano motivo di restare.

Era una visione semplice e profonda allo stesso tempo: se un territorio non investe su ciò che sa fare e su ciò che ha, è destinato a spopolarsi. E le Madonie avevano nella terra, nell’agricoltura e nel paesaggio una ricchezza che rischiava di essere lasciata morire.

L’impegno del vescovo e della rivista

Da quel giorno Sgalambro prese un impegno doppio. Dentro la Chiesa diocesana avrebbe affrontato l’argomento in prima persona. Fuori, invece, affidava alla rivista il compito di rompere il silenzio e di portare il problema davanti a tutti.

E così è stato. Dopo quell’incontro la rivista diede vita ad alcune inchieste, dando voce a un fenomeno fino ad allora ignorato. Un esempio di giornalismo che nasce dall’ascolto del territorio e che prova a trasformare un allarme in dibattito pubblico.

Chi era Francesco Sgalambro

Francesco Sgalambro era nato a Lentini il 16 aprile 1934. Aveva compiuto gli studi a Messina, prima all’Istituto Salesiano San Luigi e poi nel Seminario Arcivescovile, distinguendosi presto per la sua formazione culturale. Ordinato sacerdote nel 1957, aveva conseguito la licenza in Teologia a Posillipo e il dottorato alla Pontificia Università Gregoriana.

Per anni era stato docente di filosofia nei seminari di Messina e aveva guidato la cappellania del monastero delle Clarisse di Montevergine per oltre quarantadue anni. Aveva partecipato a importanti processi di canonizzazione, tra cui quello di Santa Eustochia Calafato di Messina.

Nominato vescovo nel 1986 da Giovanni Paolo II, era stato per anni ausiliare a Messina. Il 18 marzo 2000 lo stesso papa lo aveva nominato vescovo di Cefalù, dove fece il suo ingresso l’11 giugno di quell’anno. Resse la diocesi fino al 2009, ordinando in nove anni tredici sacerdoti diocesani e otto diaconi permanenti. È morto a Messina l’11 agosto 2016, all’età di 82 anni. Oggi riposa nella Cripta dei Vescovi a Cefalù.

Un allarme ancora attuale

A ventiquattro anni di distanza, quelle parole pronunciate il 23 giugno 2002 suonano quasi profetiche. Lo spopolamento dei paesi dell’entroterra siciliano non si è fermato: molti comuni delle Madonie continuano a perdere abitanti, le scuole si svuotano, i giovani partono e l’età media cresce. Il legame tra terra, lavoro e permanenza nei territori resta uno dei nodi centrali per il futuro di queste comunità.

Rileggere oggi l’allarme di Sgalambro significa ricordare che il problema era stato visto in anticipo, e che la soluzione indicata — investire sull’agricoltura e su progetti che valorizzino la terra — non ha perso nulla della sua attualità.

Quel vescovo, con i suoi dati e la sua preoccupazione, aveva chiesto una cosa semplice: non voltarsi dall’altra parte. Un invito che, ancora oggi, vale la pena raccogliere.