Era il 1998. L’8 marzo si avvicinava e, come ogni anno, arrivava il momento dei comunicati stampa pieni di mimose, parole gentili e frasi già sentite. In quei giorni Vincenzo Lombardo lavorava all’ufficio stampa del Comune di Cefalù. Il sindaco era Simona Vicari (nella foto). Un pomeriggio, quasi per caso, inizia a guardarsi attorno. Non per cercare una notizia, ma per capire cosa raccontare davvero. Fu allora che Lombardo si accorge di qualcosa di strano, quasi invisibile finché non lo mette a fuoco. In quella piccola città sul Tirreno, dove il mare entra nelle strade e la Rocca vigila dall’alto, molti dei ruoli di responsabilità erano occupati da donne. Non una, non due. Tante. Una coincidenza? Forse. O forse il segno silenzioso di un cambiamento che stava già accadendo. Decide di raccontarlo con poche righe, senza retorica. Un semplice comunicato stampa. Non immaginava che da Cefalù quella storia avrebbe iniziato a viaggiare lontano.
Una città dove i ruoli chiave erano al femminile
Bastava fare un giro tra gli uffici e le istituzioni per rendersene conto. Il sindaco era Simona Vicari. Al Commissariato di Polizia il ruolo di responsabilità era affidato a una donna. Anche la stazione ferroviaria aveva una donna alla guida. Nel mondo della giustizia, nei ruoli del Tribunale di Cefalù collegato a Termini Imerese, sedevano magistrate. Nel settore del turismo e dell’economia locale la situazione non era diversa. La presidente degli albergatori era una donna. Anche la direzione dell’azienda del turismo. E lo stesso valeva per l’ufficio di collocamento. Non era una fotografia costruita. Nessuna campagna, nessun progetto politico. Era semplicemente la realtà di quel momento. Una città siciliana, abituata alle sue lente abitudini, che quasi senza accorgersene aveva affidato molte delle sue responsabilità a figure femminili. Nelle strade si continuava a parlare di pesca, di stagione turistica, di barche e di alberghi. Ma dentro gli uffici, nei luoghi dove si decideva, il volto del potere locale stava cambiando.
L’idea di raccontarlo con un comunicato
La notizia non stava in un evento. Stava nella normalità. E proprio per questo meritava di essere raccontata. Non servivano parole grandi. Bastava descrivere quello che c’era. Lombardo scrisse un comunicato semplice. Poche righe, quasi una nota di cronaca: a Cefalù, alla vigilia della festa delle donne, molti dei principali ruoli di responsabilità erano ricoperti da donne. Tutto qui. Nessun slogan. Nessuna celebrazione artificiale. Solo un dato di fatto. L’idea era quella di offrire ai giornali una piccola curiosità. Una storia diversa dalle solite dichiarazioni ufficiali. In fondo il lavoro di un ufficio stampa è anche questo: osservare la realtà e trasformarla in racconto pubblico. Quel comunicato partì come tanti altri. Un invio alle agenzie, ai giornali, alle redazioni. Nulla lasciava immaginare quello che sarebbe successo nelle ore successive. Eppure qualcosa, in quelle righe, aveva colpito nel segno.
Da Cefalù ai giornali di tutta Italia
La notizia cominciò a muoversi. Prima le agenzie di stampa. Poi i giornali. Subito dopo le televisioni. Cefalù comparve nei notiziari come una curiosità: la piccola città siciliana dove i ruoli chiave erano guidati da donne. Le redazioni rilanciavano la storia con sorpresa. Non era una grande riforma politica, non era una protesta. Era semplicemente un fatto. Ma proprio per questo raccontava qualcosa di nuovo. In quegli anni l’Italia iniziava a interrogarsi sul ruolo delle donne nelle istituzioni, nel lavoro, nella società. E improvvisamente una cittadina affacciata sul Tirreno diventava un esempio spontaneo di quel cambiamento. I telefoni dell’ufficio stampa cominciarono a squillare. Giornalisti che chiedevano conferme, dettagli, nomi. Alcuni volevano capire se fosse stato un progetto deliberato. Non lo era. Era accaduto e basta. Forse proprio questa spontaneità rendeva la storia più forte.
Il segnale silenzioso di un tempo che cambiava
Quella vicenda durò pochi giorni nel ciclo veloce delle notizie. Poi arrivarono altri titoli, altre storie. Ma il significato di quel piccolo episodio restò chiaro. A Cefalù, senza proclami e senza manifesti, si era formata una rete di responsabilità femminili in molti settori della vita pubblica. Non una rivoluzione dichiarata. Piuttosto un passaggio naturale. Un segno dei tempi che cambiavano anche nei luoghi dove meno ce lo si sarebbe aspettato. Il comunicato scritto alla vigilia dell’8 marzo aveva semplicemente acceso una luce su ciò che già esisteva. Una fotografia reale di una città che, per un momento, mostrò al Paese un volto diverso della Sicilia. Non quello delle cronache più rumorose, ma quello di una comunità che, quasi senza accorgersene, stava già vivendo una trasformazione. E da quelle poche righe partite da un ufficio del municipio, Cefalù si ritrovò per qualche giorno al centro di una storia che parlava a tutta l’Italia.















