C’è un filo sottile ma saldissimo che lega tre scrittori siciliani del secondo Novecento al piccolo museo di via Mandralisca. Il primo è Vincenzo Consolo, che dal ritratto di Antonello trasse nel 1976 il suo capolavoro. Il secondo è Leonardo Sciascia, che in Cruciverba (1983) dedicò alla tavola pagine memorabili. Il terzo, meno conosciuto al grande pubblico ma altrettanto legato a Cefalù, è Matteo Collura: giornalista e scrittore agrigentino, per vent’anni redattore culturale del Corriere della Sera, biografo di Sciascia e di Pirandello, autore di libri sulla Sicilia tradotti in cinque lingue. Anche Collura ha scritto del Mandralisca. E lo ha fatto con parole che restano — perché chiunque abbia varcato la soglia di quel museo può riconoscersi in ciò che ha scritto.
Un agrigentino a Milano
Matteo Collura è nato ad Agrigento il 14 agosto 1945, da padre grottese — da Grotte, paese in provincia di Agrigento — e madre nata in Libia da genitori siciliani di Favara. La Sicilia occidentale, profonda, radicata, è la sua patria d’origine. Ma la sua carriera di giornalista lo portò altrove, come era accaduto a molti suoi conterranei prima e dopo di lui. Cominciò al Giornale di Sicilia di Palermo, passò al quotidiano L’Ora, fu corrispondente da Milano per Il Mattino. Per un breve periodo fu capo ufficio stampa della Rizzoli editoriale libri. Dal 1985 al 2005 è stato redattore culturale del Corriere della Sera, per il quale ha scritto fino al 2016.
Vent’anni di pagine culturali al Corriere, la testata più letta e autorevole del paese: è in quelle colonne che lettori di tutta Italia — e anche di Cefalù, probabilmente — si sono abituati a leggere la sua firma su recensioni, inchieste e reportage dedicati alla Sicilia. Chi a Cefalù ricorda «un giornalista del Corriere» che negli anni Ottanta e Novanta scriveva della cittadina tirrenica pensa quasi certamente a lui. Collura è stato, in quegli anni, uno dei principali “ambasciatori” della cultura siciliana nella grande stampa milanese.
L’esordio con una scheda di Calvino
La sua biografia letteraria contiene un dettaglio che vale da sé un articolo. Il suo dattiloscritto d’esordio, Associazione indigenti, fece la sua trafila come gli altri: fu letto da un professore di cui non gli fu fatto il nome, poi da Italo Calvino, che stilò una scheda entusiasta, e fu Vincenzo Consolo, allora lettore per Einaudi, a portarla a Milano dove Collura nel frattempo si era trasferito in attesa di essere assunto al Corriere della Sera. La scheda di Calvino si chiude con queste parole: «Ottimo libro, da pubblicare subito». Associazione indigenti — il titolo fu suggerito dallo stesso Consolo, che per Einaudi scrisse anche il risvolto di copertina non firmato — uscì nell’autunno del 1979.
È un particolare che dice molto. Consolo, l’autore del Sorriso dell’ignoto marinaio, fu insieme l’editor che presentò Collura a Einaudi e il padrino letterario di quel libro. Da quel momento i due siciliani a Milano divennero amici e compagni di strada. Collura, poi, avrebbe coltivato per tutta la vita un’altra grande amicizia letteraria: quella con Leonardo Sciascia, di cui è diventato uno dei più importanti biografi e studiosi. A Leonardo Sciascia, di cui è stato amico, ha dedicato la biografia Il maestro di Regalpetra (1996-2019), che gli è valsa numerosi premi e riconoscimenti.
Consolo, Sciascia, Collura: tre nomi, due amicizie, un unico triangolo siciliano che ha attraversato la letteratura italiana dall’epoca del Gattopardo fino ai nostri giorni. E tre scrittori che, ciascuno a suo modo, hanno scritto del Museo Mandralisca di Cefalù.
L’isola senza ponte: il volto ritrovato ogni volta
Nel 2007 Collura pubblicò per Longanesi un volume intitolato L’isola senza ponte. Uomini e storie di Sicilia. È una raccolta di scritti che alternano reportage, memoria personale, ritratti d’autore, meditazioni sulla storia e sull’antropologia siciliana. Una pagina di quel libro è dedicata al Mandralisca e al ritratto di Antonello. Ed è una pagina che si distingue, tra le molte scritte sull’argomento, per il suo tono privato, intimo, quasi diaristico.
«Non so quante volte sono andato in quella piccola galleria, lascito di un nobile benefattore come soltanto nell’Ottocento ve ne furono, per rivedere quel volto. E sempre un’emozione nuova, una impressione differente; e ogni volta la sensazione di riprendere un filo, come di dialogo muto, come di complicità in qualche modo nata e mantenuta tra Lui e me»: così scrive Collura.
Sono parole che non somigliano a quelle di Consolo né a quelle di Sciascia. Consolo, col suo romanzo, aveva fatto del ritratto un personaggio storico e politico: lo sguardo di Antonello era diventato, nel Sorriso, una chiave per leggere il Risorgimento tradito e la violenza di classe in Sicilia. Sciascia, più ironico, aveva invece usato il volto come specchio antropologico: «somiglia, ecco tutto», aveva scritto nel famoso passo di Cruciverba. Collura sceglie una terza strada, più quieta e più personale. Il ritratto, per lui, è un interlocutore. Qualcuno a cui si torna come si torna da un amico. Un dialogo che non si conclude mai, che ogni visita ricuce e rinnova.
Un dialogo muto
È proprio questa l’espressione che resta. «Dialogo muto». «Complicità». «Riprendere un filo». Collura, pur nella brevità del suo passo, offre ai visitatori del Mandralisca una chiave di lettura che altri scrittori non avevano offerto: la ripetizione, il ritorno, l’abitudine. Non si va al Mandralisca una volta sola e si conclude l’esperienza. Ci si torna. Si cresce con quel volto. Lo si rivede in fasi diverse della propria vita, e ogni volta dice cose diverse — perché chi lo guarda, non lui, è cambiato.
Questa sensibilità è tipica dello scrittore che ha trascorso la vita lontano dalla sua terra, tornandoci come pellegrino. Collura vive a Milano da più di quarant’anni, eppure la Sicilia è rimasta il suo laboratorio letterario. «Arrivando a Milano e abitandoci stabilmente», ha spiegato in un’intervista, «ho potuto guardare la Sicilia dalla giusta lontananza per poterla giudicare. Quando ci si vive molte cose sfuggono, anche i difetti. È come il binocolo rovesciato, si vede piccolo ma molto nitido».
Ecco: il Mandralisca, per Collura, è una delle cose che si vedono meglio col binocolo rovesciato. Una piccola galleria di provincia, silenziosa, in una stradetta laterale, che dalla distanza di Milano acquista un nitore e una potenza che chi vi abita accanto forse non sempre coglie. È una lezione implicita che Collura lascia ai cefaludesi: il loro museo, visto dal continente, è una delle cose più preziose della Sicilia intera.
Sicilia sconosciuta e l’invenzione di una formula
Il libro più popolare di Collura resta però un altro, il suo bestseller del 1984: Sicilia sconosciuta, pubblicato da Rizzoli e più volte ristampato. Era un’operazione editoriale nuova per i tempi: non la solita guida turistica, non il saggio storico, ma un viaggio attraverso i luoghi minori, le cittadine dimenticate, le piccole meraviglie sottratte al flusso del turismo di massa. Collura raccontava una Sicilia laterale, quella dei borghi interni, dei musei provinciali, dei palazzi nobiliari chiusi al pubblico, delle cattedrali sconosciute.
Cefalù — che pur nel 1984 era già una meta turistica affermata — trovò posto in quel libro per la sua dimensione meno ovvia: non la spiaggia, non il Duomo normanno, ma proprio il Mandralisca. Il ritratto di Antonello, letto attraverso gli occhi di Collura, diventava emblema di quella «Sicilia sconosciuta» che l’autore voleva restituire ai lettori: una Sicilia colta, aristocratica nelle sue radici migliori, raccolta nel silenzio di piccole stanze provinciali. Per un lettore settentrionale degli anni Ottanta, scoprire grazie a Collura che in una piccola galleria di Cefalù c’era un capolavoro di Antonello significava ricevere una rivelazione. Sicilia sconosciuta contribuì, in quegli anni, a far ricrescere intorno al Mandralisca un’attenzione nazionale che andava ben oltre la cerchia degli specialisti.
Il cerchio si chiude
C’è un aspetto particolarmente bello di tutta questa storia. Se Consolo, lettore Einaudi, fu l’editor che fece pubblicare Collura; se Sciascia, amico di entrambi, fu il maestro che Collura avrebbe poi raccontato in una grande biografia; allora il ritratto del Mandralisca diventa, in questo triangolo, qualcosa di più di un’opera d’arte. Diventa il luogo fisico dove i tre scrittori si sono, in momenti diversi, incontrati. Tutti e tre lo hanno visto. Tutti e tre ne hanno scritto. Tutti e tre hanno lasciato su quel volto la loro firma di lettori.
Cefalù, insomma, non è stata semplicemente fortunata a essere ritratta da Consolo. È stata parte integrante di un intero sistema letterario siciliano di fine Novecento. E il Mandralisca non è un monumento isolato, ma un crocevia — il luogo dove la letteratura siciliana ha ripetutamente scelto di interrogarsi sulla propria identità. Collura, con la sua pagina sul «dialogo muto», lo ha dichiarato meglio di chiunque altro: il Mandralisca è uno di quei rari posti in Italia dove si torna non per vedere qualcosa, ma per continuare una conversazione.
Oggi, ottant’anni dopo
Nel 2025 Matteo Collura ha compiuto ottant’anni. Le celebrazioni in suo onore sono cominciate ad Agrigento, dove è nato nel 1945, il 25 luglio con un primo appuntamento alla biblioteca Lucchesiana. Continua a scrivere per Il Messaggero, a tenere conferenze, a curare nuove edizioni dei suoi libri. La sua Conversazione (im)possibile tra Luigi Pirandello e Leonardo Sciascia — in cui lo stesso Collura veste i panni di Pirandello — è stata rappresentata nei luoghi simbolo della letteratura siciliana, dal Teatro Antico di Taormina alla casa di Pirandello ad Agrigento alla casa di Manzoni a Milano.
Matteo Collura è uno dei pochi scrittori italiani viventi che possa davvero dire, come fece nel 2007, di aver intrecciato con quel volto cefaludese «un dialogo muto» lungo una vita intera. I cefaludesi, leggendolo, si accorgono che il loro piccolo museo non è soltanto il luogo dove sta il Sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo: è anche il luogo dove generazioni di scrittori siciliani si sono riconosciute, hanno pensato, hanno scritto. Ogni volta riprendendo un filo. Ogni volta, come voleva Collura, nella sensazione di una complicità che non smette mai.















