Cefalù: come un liceale salito sulla Rocca ha cambiato l’archeologia cittadina

C’è una cosa che chi sale oggi sulla Rocca non immagina. Tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940, in quel tratto di pendio occidentale che scende dalle mura verso la città, un ragazzo del liceo di Cefalù raccolse da terra un oggetto verde scuro grande come una moneta. Quel ragazzo si chiamava Andrea Calderazzo. L’oggetto era uno scarabeo egizio del cuore. Oggi si trova al Museo Archeologico Salinas di Palermo, dove è inventariato col numero 18405, ed è uno dei pochissimi scarabei di questo tipo mai trovati al di fuori dell’Egitto.

Quella scoperta, di cui per anni a Cefalù si è raccontato in modo approssimativo, talvolta sbagliato, è stata ricostruita con esattezza solo di recente, grazie a un articolo scientifico pubblicato nel 2021 dagli egittologi Claude Laroche (Paris IV – Sorbonne) e Gloria Rosati (Università di Firenze) sulla Rivista del Museo Egizio di Torino. Da quell’articolo, e dalla corrispondenza privata che Rosati ha potuto consultare grazie al lavoro di archivio del compianto professor Rosario Ilardo, possiamo finalmente raccontare come andarono le cose.

L’abitudine

Andrea Calderazzo era allora uno studente del liceo cefaludese. Aveva l’abitudine, assieme ad alcuni compagni di scuola, di esplorare la Rocca cercando piccoli reperti antichi. Non era una passeggiata domenicale, era un’esplorazione sistematica: lo scrive lui stesso, ormai anziano, in una lettera del 5 maggio 2004 indirizzata al professor Rosario Ilardo, lo studioso che lo aveva rintracciato a Piombino dove Calderazzo si era stabilito da decenni. È un dettaglio che gli egittologi del 2021, con onestà metodologica, hanno sottolineato: la “scoperta fortuita” è la versione ufficiale, ma le ricognizioni sulla Rocca erano più di una e avevano uno scopo preciso, non casuale.

Va detto subito che nel 2004, quando Calderazzo scrisse la lettera, non era più in grado di recuperare i suoi appunti di gioventù e si affidava alla memoria. Era certo di una cosa sola: la scoperta era avvenuta nel 1939 o nel 1940.

Il giorno della scoperta

L’episodio che ci interessa avvenne dopo alcuni giorni di pioggia. Calderazzo e i suoi compagni stavano salendo lungo il versante occidentale della Rocca, ciascuno seguendo uno dei rivoli d’acqua che scorrevano verso valle, a un livello inferiore rispetto al cosiddetto Tempio di Diana. È in uno di quei rivoli che lo studente vide a terra qualcosa che attirò la sua attenzione. Lo descrive lui stesso così, nella lettera del 2004: «la mia attenzione fu attratta da un dischetto, grande come una moneta, di colore verde scuro».

Lo raccolse. Lo portò a casa. Ci vollero alcuni giorni per ripulirlo dalle incrostazioni di terra e calcare. Quando le incrostazioni vennero via, sotto comparvero, incise nella pietra verde, figure egizie e geroglifici. La notizia si sparse rapidamente nel liceo.

L’insegnante

A questo punto della storia entra in scena una figura cefaludese che merita di essere ricordata: Giuseppe Li Vecchi. Era insegnante di storia e filosofia al liceo e ricopriva anche un incarico onorario di ispettore della Soprintendenza archeologica. Esaminò personalmente lo scarabeo. Capì immediatamente che si trattava di un oggetto antico ed egizio, anche se non era in grado di datarlo con precisione: l’egittologia non era la sua specialità.

Li Vecchi fece però una cosa che oggi sembra ovvia ma allora non lo era: scrisse un articolo sulla scoperta e lo pubblicò sul Giornale d’Italia, uno dei grandi quotidiani romani dell’epoca. È il primo testo a stampa mai apparso sullo scarabeo di Cefalù. In quale numero del giornale uscì, questo è uno dei misteri ancora irrisolti: gli stessi egittologi del 2021 hanno ammesso di non essere riusciti a identificarlo. Sappiamo solo che dovette uscire fra la scoperta (fine 1939 – inizio 1940) e i primi mesi del 1940. Su questo torneremo in una delle prossime puntate, perché vale la pena cercarlo davvero.

Lo scarabeo in custodia

Mentre Li Vecchi si occupava di dare alla notizia rilievo a stampa, lo scarabeo veniva lasciato in custodia al padre del ragazzo, in attesa di decisioni ufficiali. Quelle decisioni sarebbero arrivate poco dopo, da Roma e da Palermo, e avrebbero portato l’oggetto fuori dalla famiglia Calderazzo per sempre.

Ma quella, la storia burocratica dello scarabeo, fatta di stime errate, premi rifiutati e una soprintendente piuttosto irritata, è materia per la prossima puntata.

Dove è oggi

Lo scarabeo trovato da Andrea Calderazzo si trova oggi al Museo Archeologico Regionale “Antonino Salinas” di Palermo, dove è registrato col numero d’inventario 18405. Misura 71 × 51 × 28 millimetri, pesa 168 grammi ed è in pietra verde scura, probabilmente peridotite, secondo le analisi più recenti. Sulla base, incisi in geroglifico, ci sono sette righe di testo e una lunetta superiore con la figura del dio Anubi sotto forma di sciacallo accovacciato. È un scarabeo del cuore: un oggetto rituale che gli antichi egizi collocavano sul petto del defunto, riportando inciso il Capitolo 30B del Libro dei Morti, in cui il cuore viene esortato a non testimoniare contro il proprio possessore durante il Giudizio di Osiride.

A chi appartenne, in quale dinastia egizia fu fabbricato, come arrivò a Cefalù, sono domande a cui solo studi recentissimi hanno saputo rispondere, smentendo quasi tutto quello che per ottant’anni si era pensato di sapere. Tra le risposte, ce n’è una che è arrivata a sorpresa da Berlino nel luglio del 2020. Ma anche questo lo racconteremo a suo tempo.

Quello che resta, per ora, è l’immagine di un ragazzo del liceo cefaludese che, una mattina d’inverno di ottantasei anni fa, dopo giorni di pioggia, segue un rivolo d’acqua giù dalla Rocca e si china a raccogliere qualcosa che brilla appena, verde scuro, in mezzo al fango. Non sapeva di tenere in mano un pezzo dell’Egitto della XXII dinastia, arrivato a Cefalù chissà come e chissà quando. Lo avrebbe scoperto il mondo, molto più tardi, anche grazie a lui.

Lo scarabeo trovato sulla rocca di Cefalù (oggi al Museo Salinas di Palermo, inv. 18405) compare in due figure che vi mostriamo.