A Cefalù c’è un secondo scarabeo egizio, e fino al 2021 nessuno l’aveva mai studiato

Sta dentro il Museo Mandralisca, lo stesso del Ritratto d’Ignoto. Era nella collezione del Barone. Per oltre un secolo era esposto ma nessuno l’aveva esaminato in modo specialistico

Quando si parla dello scarabeo egizio di Cefalù, di solito ci si riferisce a quello trovato sulla Rocca nell’inverno del 1939-1940 da un liceale, Andrea Calderazzo. Quel reperto oggi è al Museo Salinas di Palermo. Ne abbiamo già scritto.

Quello che a Cefalù in pochi sanno è che in città c’è un secondo scarabeo egizio. Anche questo è quello che gli studiosi chiamano “scarabeo del cuore”, cioè uno di quegli amuleti che gli antichi egizi mettevano sul petto del defunto, fra le bende della mummia. Sta dentro il Museo Mandralisca — lo stesso museo che custodisce il famoso Ritratto d’Ignoto di Antonello da Messina — ed è registrato col numero d’inventario 520.

E fino al 2021 nessuno lo aveva mai pubblicato in uno studio scientifico.

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Com’è fatto

È più piccolo di quello del Salinas. Lungo poco meno di cinque centimetri, largo poco meno di tre, pesa solo 44 grammi. È fatto di una pietra che si chiama steatite, una pietra tenera, di colore giallo-bruno. In Egitto la steatite si usava molto per amuleti e scarabei: era facile da lavorare e si poteva incidere con strumenti semplici.

Sulla parte piatta dello scarabeo — la base — sono incisi dei geroglifici. Una volta erano colorati di rosso, e in un punto piccolissimo si vede ancora la traccia originaria del colore. Per il resto, il rosso si è ossidato col tempo ed è diventato marrone scuro.

Le righe di geroglifici sono quattro. Gli studiosi notano una cosa curiosa: lo scriba che le ha incise ha tracciato le linee in modo un po’ incerto, tornandoci sopra più volte. Non era, insomma, un lavoro fatto da un artigiano di corte, ma una produzione più modesta, anche se di buona qualità.

Chi era la donna

Il testo inciso comincia con il nome e i titoli della persona a cui lo scarabeo era destinato. Era una donna. Si chiamava Tadikhonsu.

Aveva due titoli importanti: era una “signora della casa” — una specie di “donna di rango” diremmo oggi — e soprattutto era una cantatrice del dio Amun-Re Re degli Dei. In pratica faceva parte del personale religioso di un tempio, e durante le cerimonie sacre cantava in onore della divinità.

Amun-Re era uno dei più importanti dèi egizi. Il suo grande santuario era a Tebe, città dell’Egitto del sud, quella che oggi conosciamo come Luxor. Gli studiosi che hanno esaminato l’iscrizione dicono che con tutta probabilità Tadikhonsu veniva proprio da quella zona del paese.

Essere una cantatrice di un dio non era poco. Una studiosa di nome Suzanne Onstine, in un libro pubblicato nel 2005, ne ha catalogate 861 in tutta la storia egizia. Si trattava di un ruolo legato alla gerarchia religiosa di Stato.

Il testo inciso

Dopo il nome e i titoli, sulla base dello scarabeo c’è inciso una versione molto breve di un testo egizio famoso: il Capitolo 30B del Libro dei Morti.

Il Libro dei Morti era una specie di guida che gli egizi mettevano nelle tombe per aiutare il defunto nel suo viaggio nell’aldilà. Il Capitolo 30B in particolare serviva a una cosa precisa: il defunto chiedeva al proprio cuore di non testimoniare contro di lui nel giorno del Giudizio, quando il cuore veniva pesato su una bilancia davanti al dio Osiride. Se il cuore era leggero, il defunto era giusto e poteva entrare nell’aldilà. Se era pesante di colpe, era condannato.

Sullo scarabeo del Mandralisca questo testo è inciso in una versione molto corta, ridotta all’essenziale. Sullo scarabeo del Salinas, invece, è scritto in modo molto più esteso e con una variante rara del capitolo.

Quando è stato fatto

Proprio dal modo in cui il testo è inciso, e dalla forma dello scarabeo, gli studiosi riescono a datarlo. Quel modo di scrivere il Capitolo 30B abbreviato, con quel tipo di linee fra le righe, era tipico di un periodo preciso della storia egizia: il Terzo Periodo Intermedio, e in particolare la XXI-XXII dinastia.

Tradotto in date: lo scarabeo del Mandralisca è stato fatto intorno al 950-800 avanti Cristo. Cioè ha all’incirca duemilanovecento anni.

È quasi della stessa epoca dello scarabeo del Salinas, che è datato al periodo immediatamente successivo (910-720 a.C.).

Come è arrivato a Cefalù?

Qui sta il mistero. Dello scarabeo del Salinas sappiamo tutto: trovato sulla Rocca, sotto il Tempio di Diana, dopo giorni di pioggia, nell’inverno del 1939-1940. Andrea Calderazzo lo raccolse da terra.

Dello scarabeo del Mandralisca, invece, non sappiamo niente di sicuro sulla sua origine.

Quello che sappiamo è che apparteneva al Barone Enrico Pirajno di Mandralisca, l’uomo che fondò il museo. Era nato a Cefalù nel 1809 ed è morto nel 1864. La sua collezione di antichità è la base di tutto quello che oggi vediamo dentro il museo.

Il primo documento che cita lo scarabeo è del 1888: era stato registrato in un inventario della collezione fatto da Antonino Salinas, uno dei più grandi archeologi siciliani dell’Ottocento — lo stesso a cui oggi è dedicato il museo di Palermo dove sta l’altro scarabeo cefaludese.

Su come il Barone si fosse procurato lo scarabeo, gli studiosi sono onesti: non lo si sa. Ci sono tre possibilità:

  • Può averlo comprato. Il Barone aveva una rete documentata di corrispondenti per acquisti antiquari.
  • Può averlo ricevuto in regalo.
  • Può averlo trovato durante gli scavi che lui stesso aveva fatto a Lipari, in una contrada chiamata appunto “Contrada Diana”.

L’ultima ipotesi sarebbe la più affascinante. Però gli studiosi la considerano la meno probabile, perché nei rapporti di quegli scavi non si parla mai di oggetti egizi.

Centocinquantasette anni di silenzio

Dalla morte del Barone, nel 1864, fino alla pubblicazione scientifica del 2021, sono passati centocinquantasette anni.

In tutto questo tempo lo scarabeo è stato lì, nelle vetrine del Mandralisca, esposto ai visitatori ma non sottoposto a uno studio specialistico. Non compare nella prima grande pubblicazione sullo scarabeo della Rocca, che Ernesta Bacchi fece nel 1942. Non compare in uno studio sulla presenza egizia in Sicilia pubblicato nel 1973 da Giulia Sfameni Gasparro. Non compare nemmeno nel libro di riferimento internazionale sugli scarabei del cuore, scritto da Michel Malaise nel 1978.

La prima pubblicazione scientifica completa dello scarabeo è del 2021. È firmata da due egittologi, Claude Laroche della Sorbona di Parigi e Gloria Rosati dell’Università di Firenze, ed è uscita sulla rivista del Museo Egizio di Torino. Rosati è venuta a Cefalù di persona, ha esaminato l’oggetto, ha riletto i geroglifici, ha proposto la datazione che oggi è quella di riferimento.

Nei ringraziamenti dell’articolo gli studiosi citano tre persone della Mandralisca che le hanno aperto le porte: il presidente della Fondazione Augusto Purpura, il segretario Vincenzo Cirincione, e il maestro Sandro Varzi. È stato Sandro Varzi a fornire l’informazione decisiva: il dato che lo scarabeo era già registrato nell’inventario di Antonino Salinas del 1888.

Due scarabei in una piccola città

Mettiamola così. Cefalù ha due scarabei del cuore egizi. Uno al Salinas di Palermo, l’altro al Mandralisca in città. Sono entrambi del periodo libico, quasi della stessa epoca. Sono entrambi appartenuti a donne, entrambe cantatrici di una divinità egizia: la prima della dea Bastet, la seconda del dio Amun.

C’è una differenza importante fra i due. Quello del Salinas è stato trovato in uno scavo, cioè ha una provenienza archeologica certa: sappiamo per certo che era a Cefalù in antichità. Quello del Mandralisca, invece, era già in una collezione ottocentesca, e nessuno sa da dove venga.

Resta un dato che vale la pena fissare. Sulla base dei numeri forniti dal corpus mondiale degli scarabei del cuore curato da Claude Laroche, Cefalù è una delle pochissime città al mondo, fuori dall’Egitto, a conservare due scarabei del cuore di questo tipo. Possibilmente l’unica.

Fonti

  • Claude Laroche, Gloria Rosati, “Two Egyptian Heart-Scarabs from Sicily and a Parallel from Berlin”, in Rivista del Museo Egizio 5 (2021). Open access: rivista.museoegizio.it.
  • Inventario della collezione Mandralisca, redatto da Antonino Salinas, 1888.
  • Suzanne Onstine, The Role of the Chantress in Ancient Egypt, Oxford 2005.