Il giallo del Duomo: chi costruì la cattedrale di Cefalù?

C’è una domanda che ogni cefaludese si è fatto almeno una volta, alzando gli occhi verso le due torri che dominano la città: chi l’ha costruita, questa cattedrale? Chi sono stati gli uomini che, quasi nove secoli fa, hanno tagliato e sollevato quelle pietre? La risposta, sorprendentemente, non esiste. O meglio: non esiste un documento che lo dica. È un piccolo giallo storico, e come ogni buon giallo si può provare a risolverlo per indizi.

Partiamo dai fatti certi. Ruggero II fonda la cattedrale nel 1131, a meno di un anno dall’incoronazione che fa di lui il primo re di Sicilia. La vuole come chiesa regia e, più tardi, come proprio sepolcro. È la sua prima grande opera da sovrano, e sorge in un punto strategico sulla costa, ben visibile dalle navi che passano: una dichiarazione di potenza scolpita nella roccia. Sappiamo questo. Ma sui costruttori — i tagliapietre, i muratori, i capomastri — gli archivi tacciono. Nessun nome, nessun contratto. Il cantiere più importante del giovane regno è, per noi, un cantiere di fantasmi.

Quando mancano i documenti, restano le pietre. E le pietre parlano, se si sa ascoltarle.

Il Segreto del Re - Mario Macaluso

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Il primo indizio arriva da uno studioso di oltre un secolo fa, Émile Bertaux, che notò una cosa semplice ma rivelatrice. Dove conquistavano, i Normanni si comportavano in modi diversi: in Terrasanta si portavano dietro maestranze dalla Francia, mentre in Sicilia e nel Sud Italia si affidavano soprattutto a manodopera del posto. È solo una tendenza generale, e va presa con prudenza — è un’idea di inizio Novecento — ma indica una direzione: a Cefalù è probabile che a lavorare siano state braccia locali.

Il secondo indizio lo offre la fabbrica stessa dell’edificio. Una studiosa americana, Kristin Mortimer, che a Cefalù ha dedicato una tesi di dottorato a Harvard, ha osservato due dettagli. Il primo: la muratura mescola conci ben squadrati a riempimenti di pietrame, una tecnica poco frequente negli altri edifici normanni siciliani dell’epoca. Il secondo: nelle parti più alte e più tarde compaiono segni lasciati dagli scalpellini, come piccole firme di bottega, e non sono tutti uguali. Tradotto: il cantiere cambiò pelle nel tempo. Non un’unica squadra dall’inizio alla fine, ma un gruppo che si modificò.

Qui possiamo aggiungere la nostra ipotesi. Cefalù era la prima opera del re, destinata ad accoglierne la tomba: c’era tutta la fretta di finirla. Più il progetto diventava importante per Ruggero, più lavoratori arrivavano al cantiere — e anche il ricorso al pietrame, anziché tradire scarsa abilità, può raccontare proprio questa corsa contro il tempo. Ma chi erano questi lavoratori in più?

Qui entra il dato più importante, e stavolta non è un’ipotesi. Dopo decenni di dominio normanno, sull’isola viveva ancora una numerosa popolazione musulmana, rimasta grazie alla tolleranza dell’amministrazione di Ruggero. E che maestranze di cultura islamica lavorassero davvero per la corte è certo: il celebre soffitto a “stalattiti” (i muqarnas) della Cappella Palatina di Palermo, voluta dallo stesso Ruggero negli stessi anni, fu eseguito da artisti di tradizione islamica. Non è una supposizione: è lì, sopra le teste dei fedeli, ancora oggi.

Se i musulmani decoravano la cappella privata del re a Palermo, perché non avrebbero dovuto lavorare anche alla cattedrale di Cefalù? È il cuore del nostro giallo. Mettendo in fila gli indizi — la consuetudine normanna di usare maestranze locali, un cantiere mutevole e in crescita, una popolazione musulmana qualificata e già al servizio della corte — la conclusione più ragionevole è che il Duomo sia stato innalzato da un’équipe mista: latini, greci e musulmani al lavoro sullo stesso monumento. Le stesse mani diverse che componevano la Sicilia di quel tempo.

Attenzione, però: è una ricostruzione probabile, non una verità documentata. E c’è un motivo molto concreto per cui il giallo resta aperto. Oggi la muratura della cattedrale è quasi ovunque coperta dall’intonaco: le pietre che potrebbero raccontarci di più sono nascoste alla nostra vista. Finché restano lì sotto, i costruttori di Cefalù continueranno a essere, in parte, fantasmi.

Nei prossimi articoli seguiremo gli indizi più lontani — un dettaglio architettonico che da Il Cairo arriva fino a Cefalù — e racconteremo chi erano davvero gli uomini di quel cantiere.

Lo spunto di questa serie nasce dalla tesi di dottorato di Heather Hoge, The Cathedral of Cefalù and Roger II’s Patronage in a Multicultural Context (Pennsylvania State University, 2019).