C’è stato un tempo in cui, ogni estate, i grandi nomi della moda italiana scendevano dal treno alla stazione di Cefalù. Non per una vacanza, ma per lavorare: sfilare in piazza Duomo, allestire vetrine su corso Ruggero, presentare al pubblico i costumi, i foulard e le acconciature che l’anno dopo avrebbero invaso le spiagge di mezzo mondo. Quella stagione durò otto anni, dal 1964 al 1971, e si chiamava “Cefalù Moda Mare”. A ricostruirla con precisione, anno per anno, è il libro Cefalù in venti parole di Mario Macaluso, che nel capitolo “Modamare” ha rimesso in fila cronache e articoli d’epoca restituendo alla città una pagina di storia che rischiava di ridursi a un elenco di nomi.
L’intuizione di un trentaseienne
Dietro la manifestazione, racconta Macaluso, c’è un giovane cefaludese: Enzo Barranco, trentasei anni nel 1964. Cefalù stava vivendo quello che il libro chiama, senza esitazioni, “il miracolo”: il Club Méditerranée aveva portato i treni speciali da Parigi, gli alberghi spuntavano sul lungomare, la Targa Florio riempiva la costa di piloti e meccanici. Mancava però un’idea capace di legare il nome della città a qualcosa che non fosse soltanto il mare e la Cattedrale. Barranco la trovò nel binomio sole-mare e la tradusse in una rassegna di moda balneare con un premio annuale, il “Cefalù Moda Mare”. Pochi mesi dopo, il 17 gennaio 1965, sarebbe stato eletto primo presidente dell’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo: la manifestazione e l’ente nascevano insieme, e insieme avrebbero portato Cefalù sui giornali nazionali.
Il libro colloca l’esordio in un 1964 che l’Italia ricorda per altri motivi: Gigliola Cinquetti vince Sanremo con Non ho l’età, si inaugura l’Autostrada del Sole, Saragat sale al Quirinale. E Cefalù ha un suo atleta alle Olimpiadi di Tokyo, il canottiere Francesco Glorioso, sesto in finale con l’otto azzurro. È in questo clima di fiducia che la prima Moda Mare vede la luce.
Il “blu Cefalù” e la canzone di Curreri
La seconda edizione, nel 1965, è quella che lascia le tracce più durature. Gli esperti del settore presentano un colore battezzato “blu Cefalù”, destinato a circolare nell’abbigliamento estivo di quegli anni. Sul palco, il maestro Vincenzo Curreri propone la canzone Benvenuti a Cefalù, in uno spettacolo condotto da Nuccio Costa con la partecipazione di Nini Rosso, il trombettista che quell’anno era al Cantagiro. Arrivano in città acconciatori, sarti e “visagistes” a costruire, come scrive Macaluso, il prototipo della donna raffinata che sarebbe uscita in estate sulle spiagge di tutto il mondo; Helena Rubinstein lancia un rossetto dal nome evocativo, il “rosa-bosco”.
Nel frattempo la città si attrezza: nel 1966 Stefano Cimino apre l’Hotel Riva del Sole sul lungomare, Pasquale Curcio investe nel Kalura.
1966: la minigonna in piazza Duomo
La terza edizione è quella del salto internazionale. L’elenco dei nomi arrivati a Cefalù nel 1966, ricavato dal libro, dice da solo che cosa fosse diventata la rassegna: Antonelli, Baratta, Biki, le sorelle Fontana, Forquet, Fratti, Galitzine, Galliani, Marucelli, Naka, Pucci, Roberta di Camerino, i Vergottini. Sono le firme che stavano cambiando il modo di vestire degli italiani. E quell’anno, in piazza Duomo, sfila per la prima volta la minigonna: corta, cortissima, spregiudicata. L’estate del 1966 è quella in cui le ragazze italiane la indossano per la prima volta, e Cefalù, annota Macaluso, diventa protagonista di quelle dinamiche di sfida e di emancipazione femminile, polemiche comprese.
1967: lo slogan e il Cantagiro
L’edizione del 1967 porta in città Oleg Cassini, il sarto di Jacqueline Kennedy, insieme a Krizia e Roberta. Si elegge la “Fotomodella del mare” e si lancia lo slogan che ancora oggi qualcuno ricorda: “L’estate comincia a Cefalù”. È un’estate densa: passa il Cantagiro con Walter Chiari, Rita Pavone, Bobby Solo, Los Marcellos Ferial, Nicola Di Bari e Ricky Gianco, e nelle stesse settimane Elio Petri gira A ciascuno il suo con Gian Maria Volonté e Irene Papas. La moda, la canzone e il cinema lavorano nella stessa direzione: far girare il nome di Cefalù.
1968: le vetrine di Cheli
Il libro indica la quinta edizione, quella del 1968, come una delle più riuscite. Il merito è soprattutto di due scenografi, Lalla e Franco Cheli, chiamati ad allestire le vetrine di corso Ruggero. Franco Cheli era allora in procinto di collaborare stabilmente con le stagioni liriche della Fenice di Venezia, in contatto con Chagall e Mongiardino; anni dopo avrebbe costruito il costume del Gabibbo e i pupazzi di Giochi senza frontiere. Che un nome simile lavorasse alle vetrine di un corso siciliano dà la misura dell’ambizione della rassegna. Lo stesso 1968, ricorda Macaluso, è l’anno del Piano Regolatore approvato dal consiglio comunale, dell’apertura dell’Astro inaugurato da Vittorio Gassman e della prima cronoscalata Cefalù-Gibilmanna: la città correva su tutti i fronti.
1969: pellicce, bikini e i premi
La cronaca del 1969 è la più ricca di dettagli. Ad aprire la rassegna sono pellicce e bikini, in una Cefalù che i giornali descrivono con i vicoli lavati dai pescatori con l’acqua di mare. Per alcuni giorni indossatrici, sarti e creatori di acconciature propongono la moda dell’estate successiva, tra “nude look” e bikini di metallo. I premi vanno a BikiFaini per i costumi, allo scultore Pietro Gentili per i gioielli, a Fauzian’s per la cosmesi, a Barocco e Cadette per l’alta moda femminile, a Indelicato per quella maschile, a Enza Cordaro per i materiali sorprendenti delle sue creazioni da boutique. La stampa si incuriosisce per un bikini di breitschwanz, la pelle d’agnello persiano karakul, per accappatoi in ermellino e mantelli leggerissimi di visone, giaguaro e cincillà “per le lunghe sere d’agosto”. In passerella il sarto Ferina presenta l’uomo classico con la fronte fasciata da fazzoletti, Mario Russo veste gli indossatori con giacchette rosse alla Sammy Davis, Roberta di Camerino resta fedele ai suoi foulard geometrici e Paola Davitti rende omaggio alla Sicilia con seta dipinta ispirata alle ceramiche e ai carretti.
Tra i nomi di quegli anni Macaluso ricorda anche un artigiano di casa: Ciccio Liberto, il calzolaio che la Moda Mare valorizzò e che sarebbe diventato il “calzolaio dei piloti” della Formula 1.
1971: l’ultima sfilata
L’ultima edizione, secondo la ricostruzione del libro, si tiene nel 1971, non nel 1970 come riportano alcune fonti locali. A presentarla arriva una giovanissima Enrica Bonaccorti; sul palco Rosa Balistreri e i grandi cantastorie del tempo, Ciccio Busacca, Orazio Strano e Otello Profazio. È un finale che dice molto: la rassegna nata per portare Cefalù nel mondo chiude guardando alla Sicilia più autentica. Ma negli stessi mesi, ricorda Macaluso, i giornali cominciano a parlare di “scempio ambientale” per gli alberghi tirati su a ridosso del golfo. Il miracolo mostrava il suo rovescio, e con esso finiva anche la stagione dell’alta moda a Cefalù.
Perché ricordarla
Otto edizioni, i nomi più grandi della moda italiana, un colore e uno slogan che portano il nome della città: Cefalù Moda Mare fu, per quasi un decennio, la prova che una piccola città poteva competere con Taormina in notorietà e mondanità, come scrive Macaluso a proposito di quegli anni. Riscoprirla attraverso Cefalù in venti parole significa anche restituire un nome all’idea, quello di Enzo Barranco, e rimettere nelle date giuste episodi che la memoria collettiva aveva confuso. È la storia di come, per una stagione, l’estate cominciava davvero qui.
Questo articolo è tratto, con l’autorizzazione dell’autore, dal volume “Cefalù in venti parole” di Mario Macaluso, di cui riprende dati, cronologia e citazioni. Il testo del libro è protetto dal diritto d’autore: la riproduzione, anche parziale, di brani è consentita solo con citazione della fonte e per finalità di cronaca o critica, ai sensi dell’art. 70 della legge 22 aprile 1941 n. 633.
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