La “casa abitata”: riflessioni tra spazi fisici ed emotivi

Avete fatto caso che il termine “abito” rimanda sia ad un capo d’abbigliamento che alla prima persona singolare dell’indicativo presente del verbo abitare?

Non si tratta di una curiosità, ma di un’affinità linguistica e di concetti; come gli abiti che indossiamo rappresentano il nostro stile, il nostro modo di apparire nel mondo, così la casa che abitiamo racconta della nostra personalità. Essa, come un vestito che si adatta alle forme del corpo, è conforme alla psiche dell’individuo e ne è espressione.

Etimologicamente, abitare vuol dire «avere consuetudine in un luogo» cioè avere abitudini che nella continuità del tempo, sono rese possibili da certe caratteristiche degli spazi.

Essi influiscono sui nostri comportamenti e stati d’animo in rapporto ai loro requisiti: ri-contattiamo le nostre emozioni nel trovarci in luoghi molto piccoli e angusti o troppo ampi e dispersivi; le sensazioni che proviamo in ambienti pieni di luce o scarsamente illuminati e con colori a tinte forti oppure in tonalità pastello; ancora l’effetto di arredi strapieni di oggetti o al contrario essenziali e minimalisti, in perfetto ordine ovvero nella più totale confusione.

Questi esempi al di là dei nostri gusti personali, rivelano quali condizioni ci creano comfort o disagio, dove preferiamo stare, di cosa abbiamo bisogno o cosa desideriamo che ci circondi per sentirci bene. Non si tratta di “estetica” nel senso del bello (A.G. Baumgarten), ma risalendo all’origine del termine, di “aistetikos” cioè sensibile, ovvero della capacità di percepire e di provare sentimenti a partire dai nostri sensi.

Lo spazio fisico e materiale allora, è “luogo mentale ed emotivo” divenuto oggetto di un singolare e interessante dialogo tra architettura e psicologia; «Ciascuno ha bisogno del suo posto quale casa per l’anima, e non quale scatola per il corpo», «(…) Oltrepassata la porta, (…) è dentro di sé che si entra» scrive O. Marc, architetto interessato di psicoanalisi.

La casa, luogo intimo in cui ritrovarsi da soli e/o in relazione con gli altri, è espressione della nostra interiorità e ogni cosa che la distingue, che la riempie o che in essa non viene ammessa, ha un forte valore simbolico e di riconoscimento della persona che la abita.

Una polarità tipica si muove dalla riservatezza alla condivisione, nella casa ci sono zone molto private e angoli della propria tranquillità come stanze per così dire di rappresentanza, ma il punto credo sia un altro: la nostra casa è veramente vissuta? L’ordine, la pulizia, l’attenzione ai particolari, la cura che ne abbiamo, lasciano spazio alla nostra vitalità e creatività o esprimono il bisogno di tenere tutto sotto controllo? In altre parole, la casa ci accoglie o ci imprigiona? Ci sentiamo davvero liberi di viverla con pienezza e calore lasciando anche agli altri la medesima sensazione di accoglienza e di naturalezza?

Le risposte fanno una grande differenza, sia rispetto alla nostra qualità di vita che alla spontaneità dei nostri rapporti.