I pregiudizi

Il pregiudizio è un’opinione o convinzione che scatta verso qualcuno o qualcosa in modo preventivo, cioè senza un’esperienza diretta che ne dia conferma; inoltre pregiudicare significa compromettere l’esito di qualcosa o creare danno attraverso un agire incauto o avventato.

 E in ambito psicologico, cosa indica il pregiudizio? Per primo mi viene in mente la differenza tra il pensiero “convergente” e quello “divergente”: il primo come pensiero rigido che si adegua, che indica convenzionalità e conformismo; il secondo, come flessibilità, originalità, pensiero capace di elaborare soluzioni nuove e inedite, come rischio dunque in un’accezione positiva e di creatività.

In psicologia sociale, i preconcetti attengono alla dimensione del timore verso ciò che è diverso; secondo lo psicologo statunitense G. Allport, viene preferito ciò che è “familiare”, ciò con cui si riconosce una certa appartenenza, mentre ciò che è “estraneo” viene visto come meno valido o inferiore.

Questo alimenta la difficoltà ad accettare l’innovativo, l’atipico, ciò che è discorde da sé, dai propri convincimenti o schemi, perlopiù assorbiti dalla cultura e dalla tradizione e quasi mai “masticati” o comprovati da riscontri personali. I pregiudizi toccano o meglio intaccano tantissimi aspetti, come le etnie, le religioni, l’orientamento sessuale, le professioni, i comportamenti, le idee, le scelte di vita e perfino l’aspetto esteriore di alcune persone, i cui modi di pensare, di agire e di mostrarsi non rientrano nei canoni cui la società ci ha abituati o a cui l’“educazione” ci ha assuefatti.

In altri termini ciò che accade è una semplificazione – generalizzazione, per cui anziché tener conto di tutte le variabili, in un processo complesso e che richiede dispendio di energie, la mente crea tipologie riconducibili a rigidi dualismi in base ai quali si è “dentro” o “fuori” da un gruppo.

Il pregiudizio (posizione di favore-sfavore rispetto a gruppi o individui) ha perlopiù i tratti della critica e del “pensar male”, è un atteggiamento cui risulta molto difficile sottrarsi, ed è pernicioso poiché non indica solo un modo di pensare, ma anche un modo di essere che propende verso l’autoritarismo e l’inflessibilità; così esso produce anche un condizionamento dei comportamenti e del modo di relazionarsi, in cui sovente si riscontra discredito, ostilità, aggressività, ed evitamento dei contatti con l’altro … “diverso”.

Ma dietro a un comportamento aggressivo si cela la frustrazione e la frustrazione induce sempre qualche forma di aggressività (Dollard, Miller et al. 1939). Allora potremmo chiederci: siamo una società di frustrati? A ciascuno di noi, la propria risposta.

In ogni caso, purtroppo credo che la strada culturale da percorrere verso l’accettazione rispettosa dell’altro, verso l’accoglimento del “nuovo” come opportunità, ancora verso la capacità di cogliere nella differenza una risorsa, sia molto, molto lunga.