La malattia … non solo limite

A seguito della XXIII Giornata Mondiale del Malato appena trascorsa, vorrei condividere nell’odierno articolo alcuni spunti di riflessione sugli aspetti psicologici della malattia.

Credo che il confronto con la malattia sia uno dei momenti più delicati e difficili che una persona possa attraversare poiché un fattore fisico o psicologico viene ad interferire sulle condizioni generali, creando instabilità o squilibrio dello stato di salute.

La malattia in quanto brusca interruzione del proprio consueto modo di vivere è spesso vissuta come una “battuta d’arresto”; le reazioni ad una diagnosi di patologia ancor più se cronica, possono essere destabilizzanti: preoccupazione, ansia, impotenza, rabbia, tristezza, senso di perdita, confronto col limite, sono alcune delle possibili emozioni con cui ci si misura nella sofferenza.

La malattia è un cambiamento e la scommessa di ogni cambiamento cui la vita ci mette di fronte è l’adattamento a nuove condizioni, attraverso un soggettivo processo di riequilibrio a volte molto lungo.

Cambiamento significa riuscire a concepire nuovi pensieri, dare un senso diverso alla malattia, assumere una prospettiva altra scoprendo aspetti di sé e delle proprie risorse, di cui forse in condizioni “normali” non avremmo pensato di disporre.

Spesso un problema di salute ci mette in “crisi”, ma cosa vuol dire essere in crisi? L’accezione più comune assimila il termine a qualcosa di negativo o problematico, tuttavia dall’etimologia greca il verbo “krino” vuol dire separare e decidere con un significato pro-attivo che purtroppo si è perso.

La crisi scuote, destabilizza ma ci costringe ad una scelta; la persona allora può guardare a ciò che gli è accaduto come se fosse la fine, una sconfitta, un evento senza significato in cui si sente intrappolato dicendosi sterilmente “perché proprio a me …”, oppure può provare a scorgere nel suo nuovo stato un’opportunità per riprogettare la propria vita all’insegna di nuove priorità, con la consapevolezza di dover ridimensionare i propri obiettivi, ma con la fiducia di non aver perduto se stesso.

«Le crisi avvengono per evitarci il peggio. … Il peggio è aver attraversato la vita senza naufragi, è essere rimasti sempre alla superficie delle cose … è non essere mai andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sé e delle relazioni …» (C. Singer).

Per concludere, una riflessione la dedico alla metafora di K. Jaspers sulla malattia della conchiglia che genera una perla (Atti del III Convegno SIPG – “Il dolore e la bellezza” – Pa 2011).

Dalla bellezza di questa gemma è difficile immaginare che essa nasca da una ferita dell’ostrica, eppure il mollusco viene invaso da un corpo estraneo che arreca molto fastidio ma che non può essere espulso, così l’ostrica comincia a produrre una sostanza madreperlacea che nel tempo ricopre l’intruso, crea strati concentrici che lo separano dal resto dell’organismo, producendo infine una purissima perla.