in questa memoria tanto amata di Santa Rita da Cascia, la liturgia ci invita a volgere lo sguardo a una donna la cui vita è stata interamente segnata dalla croce, ma anche trasfigurata dalla speranza. Non una speranza generica, ma una speranza pasquale, che nasce dalla fede in Cristo crocifisso e risorto.
Rita ha conosciuto la durezza della vita: sposa in un matrimonio difficile, madre preoccupata, vedova ferita. Eppure, proprio lì, nelle lacerazioni familiari e nella solitudine del dolore, Rita si è fatta donna di pace. Non ha gridato vendetta, ma ha pregato per il perdono. Non ha cercato giustizia umana, ma la giustizia che viene da Dio.
Nel Vangelo di oggi, Gesù ci dice: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Santa Rita è una mite forte, capace di trasformare il male in bene, di mettere pace dove regnava l’odio.
Forse il segno più noto della sua santità è quella ferita sulla fronte, simile a una spina della corona di Cristo. Ma quella ferita è anche immagine della sua preghiera incessante, della sua unione profonda con il Signore. Rita ci ricorda che la sofferenza, vissuta in Cristo, può diventare luce per gli altri.
Quante volte anche noi portiamo spine nel cuore: conflitti familiari, tradimenti, malattie… Rita ci dice: “Non fuggire. Affida tutto a Cristo. Lascia che Lui ti plasmi nel dolore.”
Viviamo in tempi in cui il perdono sembra una parola dimenticata. Nelle famiglie, nelle comunità, persino nella Chiesa, il rancore può diventare veleno che spegne la carità. Santa Rita ci invita a fare un passo diverso: a non rispondere al male con il male, ma a lasciare che l’amore faccia il primo passo.
Oggi più che mai abbiamo bisogno di figure come lei: donne e uomini che pregano in silenzio, che perdonano nel segreto, che portano pace dove c’è divisione. Rita è la santa delle cause impossibili perché sa che niente è impossibile a Dio, quando un cuore si apre alla grazia.















