“Dieci Specchi per l’Anima”: il viaggio etnofavolistico di Santina Gatto tra vizi, virtù e mondi senza tempo

In un’epoca in cui il fantasy si mescola spesso alla frenesia del presente, Santina Gatto sceglie di rallentare, di scavare nell’anima e nelle tradizioni millenarie con Dieci Specchi per l’Anima. Questa raccolta di favole – intense, brevi, scolpite nel simbolismo di antiche radici cristiane, pagane e mediorientali – dà voce a vizi e virtù come fossero personaggi reali. È un’opera che parla ai ragazzi e non solo, con una lingua che sa essere arcaica e moderna, spirituale e narrativa, dolce e tagliente. Un invito alla riflessione che, tra ombre e luci, apre dieci porte verso la consapevolezza di sé.
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Abbiamo incontrato l’Autrice, Santina Gatto, gratterese cresciuta in Friuli. “Il mio stile di scrittura – dice – è diretto e senza fronzoli, riflettendo la mia essenza pragmatica.”

Cosa ti ha ispirato a scrivere questo libro?

Sin da ragazza ho avuto una specie di devozione per Tolkien. Non solo per l’immensità del suo universo, ma per quel modo così profondo e umano di raccontare il Bene e il Male, la lotta interiore, le scelte. Ma c’era qualcosa che mancava. O forse qualcosa che io sentivo il bisogno di fare mio: costruire un mondo fantasy che potesse arrivare ai ragazzi non con l’intenzione di stupirli, ma di accoglierli. Un mondo che parlasse anche la loro lingua, che non fosse distante o irraggiungibile. È da lì che nasce questa raccolta. Dall’urgenza di raccontare l’incanto con parole semplici, ma vere.

Qual è il messaggio principale che vuoi trasmettere ai lettori?

Correttezza. Una parola fuori moda, quasi timida, che oggi suona meno forte di “coraggio” o “ribellione”. Ma è nella correttezza, nella capacità di scegliere il giusto anche quando non conviene, che si nasconde la vera forza. Ai ragazzi voglio dire questo: che essere giusti non è un atto neutro. È una posizione. Una ribellione silenziosa contro il caos. Un modo per restare umani.

C’è un personaggio o una scena a cui sei particolarmente legato?

Ira. Un bambino. Forse perché un po’ mi somiglia. Perché ha quel miscuglio di domande e slanci che mi porto dentro da sempre. Ira non è un eroe, ma è vero. Si arrabbia, sbaglia, si perde. E proprio per questo, trova. E quando trova, non tiene niente per sé. È in questo che sento la sua forza.

Qual è stata la sfida più grande durante la scrittura?

La scrittura, paradossalmente, no. Le parole uscivano con naturalezza, come se aspettassero solo di essere chiamate. La vera fatica è arrivata dopo: nell’impaginare, nel dare forma concreta a ciò che fino a quel momento era stato solo un respiro, un sogno. È lì che ho sentito il peso delle scelte, delle misure, dei margini. Come se stessi cercando di incastrare il vento in una cornice.

Se dovessi descrivere il tuo libro con tre parole, quali sceglieresti?

Fantasia. Leggerezza. Sogni.
Tre parole semplici. Ma che contengono tutto. Perché la fantasia è ciò che ci permette di oltrepassare il reale, la leggerezza è l’arma segreta contro la gravità del mondo, e i sogni… i sogni sono ciò che ci tiene vivi, anche quando tutto ci spinge a chiudere gli occhi.