Cefalù e la letteratura: una città tra sguardi, sorrisi e pagine

C’è un volto che domina, più di qualunque altro, l’immaginario letterario di Cefalù: è il volto dell’uomo ritratto da Antonello da Messina intorno al 1470, custodito oggi nelle sale del Museo Mandralisca. Un dipinto minuscolo — appena una trentina di centimetri — e tuttavia abbastanza potente da generare, attraverso i secoli, un piccolo cosmo di scritture. Parlare di Cefalù e letteratura significa, prima di tutto, partire da lì: da quella piazza luminosa davanti al Duomo normanno e dalla stradetta che porta al museo, dove tra libri, conchiglie e quadri legati per testamento del barone Enrico Pirajno di Mandralisca al Comune di Cefalù, campeggia isolato il ritratto virile più misterioso e inquietante della produzione antonelliana conosciuta.

Il romanzo che ha reso Cefalù un luogo della letteratura

L’opera che ha fissato Cefalù nella geografia della letteratura italiana contemporanea è Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, pubblicato da Einaudi nel 1976. Il romanzo prende avvio dal barone Enrico Pirajno di Mandralisca, che in navigazione verso Cefalù nota in un marinaio sconosciuto una sorprendente somiglianza con il ritratto dell’uomo vestito di nero dipinto da Antonello da Messina, da lui appena acquistato nella bottega di uno speziale di Lipari. Mondadori Da quell’incontro la narrazione si dispiega tra le Eolie, Cefalù, Messina e Palermo, con sullo sfondo la stagione garibaldina e i moti del 1860.

Consolo, siciliano di Sant’Agata di Militello trapiantato a Milano, scelse per il suo libro un impasto linguistico denso e stratificato, che alterna italiano letterario, dialetti, documenti d’archivio veri o verosimili. Attraverso Mandralisca l’autore si fa portavoce del malessere delle genti siciliane e dello spirito popolare tradito dalle strutture politiche, inserendo nella narrazione documenti dell’epoca spesso manipolati, in una commistione costante tra arte e narrativa, tra storia e attualità. Il sorriso enigmatico del marinaio diventa l’emblema di una consapevolezza amara: quella di chi vede la Storia compiersi sempre a discapito degli ultimi.

Vale la pena ricordare che il quadro, oggetto di studi più recenti, non ritrarrebbe affatto un marinaio. Un sigillo vescovile rinvenuto sul retro della tavola avrebbe portato a identificare il soggetto in Francesco Vitale, originario della Puglia, vescovo-ambasciatore precettore di Ferdinando II d’Aragona, che resse la diocesi di Cefalù dal 1484 fino alla morte nel 1492. Eppure l’invenzione letteraria ha prevalso: quel sorriso continua ad appartenere, nell’immaginario collettivo, a un marinaio ignoto.

Sciascia, il viaggiatore fra le vetrine del Mandralisca

Anche Leonardo Sciascia fu catturato dal ritratto e dalla città. In un saggio poi raccolto in Cruciverba, dedicato al libro dell’amico Consolo, Sciascia entra nel romanzo — significativamente — dalla porta del museo. Non prende le mosse dalle sollecitazioni engagé della narrazione consoliana, ma si pone piuttosto dal punto di vista del viaggiatore straniero catturato dalle preziose collezioni del Museo Mandralisca di Cefalù. È una chiave interpretativa che dice molto sul modo in cui Cefalù ha funzionato per gli scrittori: come soglia, come luogo di sguardo, come vetrina in cui la Sicilia si concentra e si lascia leggere.

Cefalù prima di Consolo: da Cicerone a Fogazzaro

Il legame della città con la scrittura è però molto più antico. Già nel mondo classico Cefalù — la greca Cephaloedion — compariva nei versi di Silio Italico e nelle pagine di Cicerone, che nelle Verrine la cita tra le località vessate dagli abusi di Gaio Verre. In età moderna, Cefalù appare anche in un luogo inatteso della narrativa italiana: un romanzo di Antonio Fogazzaro, dove la città viene usata con funzione simbolica negativa, come luogo di confino ed esilio interiore per una protagonista infelice costretta lontano dai grandi centri. È una curiosa spia di come la stessa Cefalù potesse essere, al Nord, percepita come remota provincia mediterranea — assai prima che il turismo ne facesse una meta desiderabile.

Nel Novecento, lo scrittore inglese Lawrence Durrell — fratello del naturalista Gerald e autore del celebre Quartetto di Alessandria — pubblicò nel 1947 un romanzo intitolato proprio Cefalù. Il libro, poi ripubblicato nel 1958 col titolo The Dark Labyrinth, racconta la storia simbolica e visionaria di un gruppo di viaggiatori che si perdono a Creta in un labirinto sotterraneo, forse quello del minotauro, e fu adattato per la televisione nel 1963. Il titolo siciliano, slegato dall’ambientazione cretese, dice molto del potere evocativo del nome di Cefalù nell’immaginario mediterraneo anglosassone del dopoguerra.

Gli echi recenti

La vocazione letteraria del luogo non si è spenta. Continuano a uscire romanzi storici ambientati in città o che ne usano il patrimonio monumentale come innesco narrativo: è il caso, tra le pubblicazioni più recenti, di un romanzo di Mario Macaluso che ricostruisce il progetto grandioso di Ruggero II a Cefalù, invitando a interrogarsi su quali siano le verità da cui la Sicilia e i suoi abitanti sono stati privati e su come queste influenzino la modernità. Il Duomo arabo-normanno, i suoi mosaici, la Rocca, la memoria di Ruggero II continuano insomma a funzionare come materia per la finzione.

Perché Cefalù è una città letteraria

C’è una ragione, in fondo, per cui Cefalù funziona così bene nella letteratura. È una città raccolta, chiusa tra la Rocca e il mare, e dunque leggibile come un piccolo teatro: ogni angolo ha una misura umana, ogni vicolo è una scena. Ma è anche una città depositaria di stratificazioni — bizantina, araba, normanna, borbonica — che ne fanno un campione perfetto della complessità siciliana. Gli scrittori lo hanno capito: da Cefalù si può guardare all’intera Sicilia, e al Mediterraneo, senza perdere il vantaggio di un punto d’osservazione intimo, quasi domestico. Il sorriso del marinaio, in fondo, dice proprio questo: che in uno sguardo piccolo può starci tutto il mondo.