Sciascia a Cefalù. Il museo, la stradetta, lo sguardo del viaggiatore

C’è un modo inatteso di entrare nel romanzo più importante scritto su Cefalù, ed è quello scelto da Leonardo Sciascia. Quando nel 1976 uscì Il sorriso dell’ignoto marinaio di Vincenzo Consolo, lo scrittore di Racalmuto era già uno dei grandi della letteratura italiana, autore di Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, voce civile ascoltata in tutta Europa. Leggere il romanzo dell’amico più giovane era, per lui, un impegno naturale. Il saggio che ne scaturì — pubblicato nel 1983 e ancora oggi una delle chiavi più fini per capire quel libro — è in realtà anche molto di più. È una dichiarazione d’amore a un piccolo museo di provincia, è una passeggiata mentale per le stradette di Cefalù, è una meditazione sul modo in cui la Sicilia guarda se stessa attraverso i suoi ritratti. E spiega, meglio di qualunque altra cosa, perché la città entri nell’immaginario letterario italiano sempre dalla stessa porta: quella del Mandralisca.

Prima del saggio, l’epigrafe

Prima ancora di scrivere su Consolo, Sciascia era già dentro il romanzo di Consolo. Il Sorriso dell’ignoto marinaio si apre infatti con un’epigrafe sciasciana: «Il giuoco delle somiglianze è in Sicilia uno scandaglio delicato e sensibilissimo, uno strumento di conoscenza […] I ritratti di Antonello “somigliano”; sono l’idea stessa, l’arché, della somiglianza […] A chi somiglia l’ignoto del Museo Mandralisca? (Leonardo Sciascia, L’ordine delle somiglianze)». L’epigrafe rimanda a un testo che Sciascia aveva scritto anni prima: «L’ordine delle somiglianze», pubblicato come presentazione del volume L’opera completa di Antonello da Messina uscito per i «Classici dell’Arte» Rizzoli nel 1967, con apparati critici di Gabriele Mandel. Era un saggio nato per accompagnare un album d’arte, ma Consolo lo aveva letto come un testo fondativo: quel ragionamento sulle somiglianze siciliane conteneva già, in nuce, il nucleo filosofico intorno al quale avrebbe costruito il proprio romanzo.

Questo legame tra i due autori spiega una cosa importante. Sciascia non fu soltanto il primo recensore del Sorriso: fu, in qualche modo, uno dei suoi ispiratori. Il romanzo di Consolo, è stato scritto da critici successivi, ha Sciascia come «dedicatario vistosamente implicito». Tra i due c’era un dialogo sotterraneo che durava da anni, e il saggio del 1983 è il punto in cui quel dialogo emerge in superficie.

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Cruciverba, 1983

Nel 1983 Einaudi pubblicò, nella collana «Gli struzzi», il volume Cruciverba di Leonardo Sciascia. Era una raccolta di scritti e saggi che il maestro siciliano aveva disseminato negli anni su riviste, quotidiani, cataloghi d’arte, introduzioni. Tra quei testi figurava anche la riflessione su Antonello e sul romanzo di Consolo, riproposta e aggiornata. Sciascia la considerava evidentemente un tassello importante del suo lavoro: non un semplice articolo di circostanza, ma una pagina destinata a durare.

Il saggio si apre con un gesto che ha il sapore del rito. Anziché partire dalle premesse politiche o letterarie del libro di Consolo — dal Risorgimento tradito, dalla rivolta di Alcàra Li Fusi, dalla funzione civile del romanzo storico — Sciascia, già polemico commentatore della «sublime indifferenza» lampedusiana, introduce all’insegna della contraddizione, a lui così congeniale, la propria personale lettura del Sorriso dell’ignoto marinaio: non prende le mosse dalle sollecitazioni engagé offerte dalla narrazione consoliana, ma si pone piuttosto dal punto di vista del viaggiatore straniero catturato dalle preziose collezioni del Museo Mandralisca di Cefalù.

È una scelta, questa, che dice molto. Sciascia sceglie di entrare nel romanzo dalla porta del museo, e non viceversa. Guarda il libro con gli occhi di chi, dopo aver ammirato il Duomo, imbocca la stradetta di fronte e a destra e si ferma, estasiato, davanti al piccolo dipinto di Antonello. Quella passeggiata diventa, nella sua prosa, la vera chiave interpretativa del libro di Consolo.

La passeggiata di Sciascia

Le righe d’apertura del saggio sono diventate, nel tempo, quasi una guida letteraria alla città. «Non c’è turista che viaggiando per la Sicilia – minimo che sia il suo interesse alle cose dell’arte – tra Palermo e Messina non si senta obbligato o desideroso di fermarsi a Cefalù: e dopo averne ammirato il Duomo e sostato nella piazza luminosa che lo inquadra, non imbocchi la stradetta di fronte e a destra per visitare, fatti pochi passi, il Museo di Mandralisca. Dove sono tante cose – libri, conchiglie e quadri – legati, per testamento del barone Enrico Mandralisca di Pirajno, al Comune di Cefalù: ma soprattutto vi è, splendidamente isolato, folgorante, quel ritratto virile che, tra quelli di Antonello da Messina che conosciamo, è forse il più vigoroso e certamente il più misterioso e inquietante».

Val la pena soffermarsi su questo incipit, perché è un capolavoro di geografia letteraria. Sciascia non descrive Cefalù dall’alto, non la elenca come tappa turistica, non fa la lezione sul Duomo normanno. La attraversa, concretamente, mettendosi in cammino: il Duomo, la piazza luminosa, la stradetta di fronte e a destra, pochi passi, il museo. È la stessa strada che ciascun visitatore compie oggi. E in quella stradetta non più lunga di cento metri — via Mandralisca, il cuore aristocratico della città — Sciascia racchiude l’idea stessa di Cefalù come luogo letterario: una città raccolta, leggibile, dove un capolavoro mondiale si raggiunge a piedi, in silenzio, senza annunci.

Il dialogo col dipinto

Una volta davanti al ritratto, Sciascia non fa ciò che ci si aspetterebbe da un critico. Non analizza la tecnica di Antonello, non discute le datazioni, non ricostruisce le vicende attributive. Si lascia, semmai, interrogare. Il volto dell’ignoto diventa, nella sua pagina, uno specchio vertiginoso. «Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota (ci è stato detto); e certamente assomiglia ad Antonello. E provatevi a stabilire la condizione sociale e la particolare umanità del personaggio. Impossibile. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore un poeta un sicario? Somiglia, ecco tutto».

Quel «somiglia, ecco tutto» è una delle frasi più citate mai scritte sul ritratto di Cefalù. Condensa un’intera visione antropologica. Per Sciascia, il volto dipinto da Antonello non è di qualcuno: è di tutti, ed è di ciascuno. È l’archetipo stesso del siciliano — e forse dell’uomo — nella sua irriducibile ambiguità. Può essere vittima o carnefice, nobile o plebeo, onesto o sicario. Il pittore non ha scelto: ha registrato la verità di uno sguardo che include tutte le possibili traiettorie di vita.

La lettura del romanzo

Tornando al libro di Consolo, Sciascia ne riconosce il valore senza riserve. Scrive che è un libro ben costruito, con dei fatti dentro che sono per il protagonista «cose viste», cose viste che quasi naturalmente assumono qualità, taglio e luce di pittura ma che non si fermano lì, alla pittura: provocano un interno sommovimento, in colui che vede, una inquietudine, un travaglio; sicché infine Enrico Pirajno, barone di Mandralisca, descrittore e classificatore di molluschi terrestri e fluviali, si ritrova dalla parte dei contadini che hanno massacrato i baroni come lui.

È un’analisi finissima. Sciascia coglie il movimento interno del romanzo: il percorso di un intellettuale aristocratico che, partendo dalla contemplazione di un quadro, arriva a prendere coscienza della miseria del suo mondo e a schierarsi con gli ultimi. Il ritratto non è un oggetto di contemplazione: è una scintilla etica. E Mandralisca è il personaggio che, guardando Antonello, impara finalmente a guardare la Sicilia.

Piccolo, Mandralisca, Consolo

In un passaggio particolarmente illuminante, Sciascia arriva a leggere il personaggio di Mandralisca come una sorta di ritratto ideale — o compensativo — di un altro barone che Consolo aveva conosciuto nella vita reale: Lucio Piccolo, poeta di Capo d’Orlando, cugino di Tomasi di Lampedusa, figura appartata e preziosissima della cultura siciliana. «Facilmente viene da pensare», scrive Sciascia, «che nel personaggio del barone di Mandralisca lo scrittore abbia messo quel che mancava all’altro barone da lui conosciuto e frequentato, a quell’uomo che aveva letto tutti i libri e soltanto due, esilissimi e preziosi, ne ha scritti di versi: la coscienza della realtà siciliana. Il dolore e la rabbia di una condizione umana tra le più immobili che si conoscano».

È una lettura biografica acutissima, possibile solo a chi — come Sciascia — aveva condiviso con Consolo la frequentazione di Piccolo e le serate nella sua villa di Capo d’Orlando. Il personaggio del barone Mandralisca diventa, in questa ottica, un Piccolo corretto: dotato di quella coscienza politica e di quel dolore civile che Piccolo, nella sua altezza aristocratica, non aveva mai voluto o saputo avere.

Perché questo saggio conta, per Cefalù

Il saggio di Sciascia ha avuto un effetto che va ben oltre la critica letteraria. Ha contribuito, in modo potente, a fissare Cefalù come luogo del pensiero italiano. Dopo il 1976 ci fu il romanzo di Consolo; dopo il 1983, con Cruciverba, ci fu anche la consacrazione critica di un secondo scrittore di prima grandezza che dedicava pagine memorabili al Museo Mandralisca e al ritratto di Antonello. La città si ritrovava così legittimata due volte: come luogo di creazione letteraria e come oggetto di riflessione saggistica.

C’è poi un aspetto che non va sottovalutato. Il modo in cui Sciascia descrive la passeggiata dal Duomo al museo ha insegnato a generazioni di visitatori come entrare a Cefalù. Non come turisti distratti, ma come lettori: con la consapevolezza che in quella stradetta di pochi metri è racchiusa una storia della pittura italiana, una storia del collezionismo ottocentesco, una storia del Risorgimento mancato, e cinque secoli di interrogazione sul volto umano. Poche città al mondo possono vantare una guida d’autore di questa qualità.

L’eredità

Leonardo Sciascia morì a Palermo nel 1989, sei anni dopo la pubblicazione di Cruciverba. Non vide la fioritura successiva degli studi su Antonello, le grandi mostre internazionali, i restauri, le nuove attribuzioni. Ma le sue pagine su Cefalù e il suo museo hanno continuato a circolare, e oggi sono riportate sulle pareti stesse del Mandralisca, sui siti ufficiali, nelle guide cartacee. Chi entra nel museo trova ancora, a un certo punto, le sue parole. E si trova in compagnia non di un critico, ma di un uomo che ha pensato davanti a quel volto come si pensa davanti a uno specchio.

Forse è questa la definizione più esatta di cosa sia, per Cefalù, Leonardo Sciascia: non un visitatore illustre, ma un complice. Qualcuno che ha saputo guardare la città — e il suo piccolo dipinto — come la città voleva essere guardata.