Molto prima del Duomo normanno, prima di Ruggero II e dei suoi mosaici, Cefalù era già sede di un vescovo. Non un vescovo latino, però, come spesso si legge: un vescovo greco, di una città bizantina. Di quella Chiesa antica, però, la storia ha conservato un solo nome. Si chiamava Niceta.
La prima attestazione documentaria di Cefalù come sede vescovile risale all’VIII secolo. La città compare nelle Notitiae episcopatuum, gli elenchi ufficiali delle diocesi del patriarcato, come suffraganea della metropolìa di Siracusa, allora capitale della Sicilia bizantina. È il quadro che lo studio di Antonio Alfano, La diocesi di Cefalù tra alto e basso medioevo (Notiziario Archeologico della Soprintendenza di Palermo, 2/2016), ricostruisce con rigore a partire dalle fonti.
In quegli elenchi, però, la cattedra di Cefalù è una voce anonima. L’unico vescovo cefaludese di età bizantina di cui conosciamo il nome è Niceta, documentato a Costantinopoli nell’anno 869, durante le sedute dell’VIII concilio ecumenico. È un dato piccolo e prezioso: una sola firma, in un atto conciliare, a tenere in vita la memoria di un’intera stagione della città.
Il nome stesso dice molto. “Niceta” è chiaramente greco, e conferma che la Cefalù di allora apparteneva a pieno titolo al mondo bizantino. Lo confermano anche le tracce lasciate sul territorio: gli agiotoponimi greci ancora leggibili nelle Madonie — San Nicola, San Calogero, Sant’Anastasia, San Giorgio, San Basilio — e, a Montemaggiore, un’epigrafe in caratteri greci legata al culto di San Giacomo.
Quando esattamente sia nata questa diocesi, non lo sappiamo con certezza, ed è giusto dirlo. Un indizio “in negativo” è significativo: Cefalù è assente dalle lettere di papa Gregorio Magno (590-604), che pure si occupano fittamente delle Chiese di Sicilia. Per questo gli studiosi escludono un’origine tardoantica e guardano piuttosto all’VIII secolo. L’ipotesi più accreditata — è un’ipotesi, non un fatto acquisito — la collega alla riorganizzazione voluta intorno al 732-733 dall’imperatore Leone III Isaurico, che sottrasse l’Italia meridionale all’autorità del papa ponendola sotto Costantinopoli e promosse la creazione di nuove sedi vescovili in punti strategici. Gli scavi condotti sotto il Duomo hanno fatto persino ipotizzare una sede ancora più antica, ma lo stesso Alfano avverte che la proposta “risulta di difficile accoglimento in mancanza di indagini estensive”: meglio non spingersi oltre.
Ciò che è certo è il peso militare della città. Nel IX secolo a Cefalù è attestato un topotereta di città, comandante di un contingente militare distaccato dall’armata centrale di Costantinopoli. Figure di questo tipo sono note soltanto in Tracia e nel thema di Sicilia: segno che Cefalù, a metà strada tra Palermo e Messina e sbocco a mare di Enna, era considerata un nodo da controllare e difendere.
A dare corpo a questa storia provvede anche l’archeologia. Gli scavi di Amedeo Tullio nell’area della cattedrale hanno restituito un mosaico e un probabile edificio di culto con nartece, con confronti databili al VI secolo, oltre a un sigillo plumbeo del patrizio e dioiketes Antioco, datato al secondo quarto dell’VIII secolo. È la conferma che il luogo dove sorgerà il Duomo normanno era già da secoli uno spazio sacro e abitato: una continuità che attraversa le dominazioni.
La fine di questa Cefalù arrivò con la conquista araba. Un primo assedio, tra l’836 e l’837, fu respinto; ma tra l’857 e l’858 la città cadde — i cittadini furono risparmiati e lasciati liberi di andarsene, mentre la fortezza venne distrutta. È qui che la figura di Niceta acquista un risvolto quasi malinconico: quando il suo nome compare al concilio dell’869, Cefalù era già in mano musulmana da circa un decennio. Era, in un certo senso, il vescovo di una città perduta. La memoria del centro non si spense del tutto: ancora intorno al 988 il geografo al-Muqaddasi lo elencava tra le “città” (mudun) dell’isola.
Poi, il silenzio. Sotto la dominazione islamica la diocesi cessò di esistere, come tutte le strutture ecclesiastiche dell’isola. Quando i Normanni arrivarono, Ruggero I nel 1081-82 assegnò Cefalù alla diocesi di Troina: per decenni la città non ebbe più un vescovo proprio. Solo nel 1131 Ruggero II vi “rifondò” la Chiesa — ma quella, con i suoi canonici venuti da Bagnara e la sua cattedrale-fortezza, era un’istituzione nuova.
Della Cefalù bizantina, dunque, ci resta un nome solo. Non un volto, non una data di nascita sicura, non un elenco di successori: soltanto Niceta, e il vuoto intorno a lui. Quel vuoto, però, non è una lacuna da riempire con la fantasia. È esso stesso un dato storico, e raccontarlo per quello che è — con onestà — vale più di qualsiasi leggenda.















