L’enigma dell’«Altare d’oro» di Ruggero II trafugato da Cefalù

Nel 1149, appena un anno dopo la conclusione dei mosaici del Duomo di Cefalù, un inventario elencava la ricchissima suppellettile liturgica donata dal re Ruggero II. Tra calici, reliquiari e croci preziose spiccava un oggetto straordinario: “altare uno d’oro”. (altare I aureum)
Un altare aureo, di cui oggi non resta traccia e che non fu mai descritto nei dettagli.

Il misterioso trafugamento

Pochi decenni più tardi, intorno al 1230, l’imperatore Federico II di Svevia ordinò il trasferimento a Palermo non solo dei famosi sarcofagi in porfido destinati alla sepoltura di Ruggero, ma anche dell’intero tesoro basilicale cefaludese. Tra questi beni preziosi scomparve anche l’“altare d’oro”, che da allora non riappare in nessuna fonte.
Un gesto politico preciso: sottrarre a Cefalù i simboli del potere normanno per accentrarli nella capitale sveva.

Come poteva essere l’altare

Non abbiamo descrizioni, ma gli studiosi ipotizzano che potesse trattarsi di un paliotto aureo (rivestimento della mensa in oro e smalti, simile a quello di Sant’Ambrogio a Milano) oppure di un altare portatile in legno rivestito di lamine preziose, sul modello bizantino. In ogni caso, doveva essere un capolavoro di arte sacra, simbolo della magnificenza della corte di Ruggero II.

Un tesoro perduto

Dell’«altare d’oro» resta solo il ricordo scritto. Nessuna immagine, nessun frammento, nessuna descrizione. Un enigma che accende la fantasia degli storici e dei visitatori: quale volto aveva quel capolavoro normanno?
Oggi, l’abside del Duomo con il Cristo Pantocratore resta l’eredità più luminosa, ma il pensiero corre a ciò che è andato perduto, testimone di un’età in cui Cefalù era al centro della regalità mediterranea.