Il sorriso che ha cambiato Cefalù. Vincenzo Consolo e il romanzo del 1976

Per capire perché Cefalù sia entrata, a pieno titolo, nella geografia della letteratura italiana del secondo Novecento, bisogna tornare a un libro di poco più di centocinquanta pagine, pubblicato da Einaudi nel 1976, e al suo autore: un siciliano trapiantato a Milano, timido, schivo, dalla prosa densissima, che con Il sorriso dell’ignoto marinaio rimise al centro della narrativa italiana una città di mare che fino ad allora, nei libri, compariva solo di sfuggita. Quel romanzo non è soltanto un capolavoro riconosciuto dalla critica: è anche il motivo per cui, ancora oggi, molti visitatori entrano al Museo Mandralisca cercando un volto più letterario che artistico.

Chi era Vincenzo Consolo

Vincenzo Consolo nacque a Sant’Agata di Militello, in provincia di Messina, il 18 febbraio 1933, da genitori originari di San Fratello. La sua fu una famiglia numerosa — era il sesto di otto figli, e il padre, Calogero, fu commerciante alimentare e poi piccolo imprenditore con la ditta “Fratelli Consolo Cereali” fondata nel 1939 — e l’etica paterna, rigorosa e avversa alla mafia che nel dopoguerra cercava di infiltrare le attività economiche siciliane, gli lasciò un’impronta durevole.

Nell’autunno del 1952 Consolo lasciò la Sicilia per Milano. Si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, abitando per un anno al collegio universitario Augustinianum di via Necchi e poi in una pensione in piazza Sant’Ambrogio. Non era una scelta dettata da vocazione giuridica: era il desiderio di conoscere il continente, di incontrare gli scrittori che già amava — Vittorini su tutti, letto e riletto come un vangelo.

Il Segreto del Re - Mario Macaluso

Il Segreto del Re
di Mario Macaluso

Un segreto sepolto nei secoli.
Una verità che non vuole essere svelata.

Il Segreto del Re
sta scalando le classifiche Amazon
perché racconta
ciò che nessuno ha mai osato raccontare.

🛒 Acquista su Amazon

Basta un click e arriva a casa tua

Dopo la laurea tornò in Sicilia per insegnare, e furono anni decisivi. Conobbe due figure che lo avrebbero segnato: Leonardo Sciascia, scrittore di Racalmuto già famoso, e Lucio Piccolo, il poeta-barone di Capo d’Orlando, cugino di Tomasi di Lampedusa, personaggio appartato e di immenso talento. A Piccolo, Consolo avrebbe poi dedicato il primo capitolo del Sorriso dell’ignoto marinaio.

Nel 1963 uscì il suo romanzo d’esordio, La ferita dell’aprile, un libro che mescolava autobiografia e cronaca della Sicilia del dopoguerra. Passò quasi inosservato. Ma Consolo stava costruendo lentamente la sua lingua, fatta di arcaismi, dialetto, neologismi, termini alti e popolari mescolati con precisione orfebre. Nel 1968 si trasferì definitivamente a Milano, dove aveva ottenuto un posto in Rai. Da lì, paradossalmente, avrebbe scritto tutti i suoi libri più siciliani.

La nascita del Sorriso

Il libro del 1976 nacque da un incontro. Durante uno dei suoi ritorni in Sicilia, Consolo visitò il Museo Mandralisca di Cefalù e si trovò di fronte al celebre Ritratto d’ignoto di Antonello da Messina, il piccolo dipinto a olio su tavola — trenta centimetri scarsi per venticinque — che dal testamento del barone Enrico Pirajno di Mandralisca era passato in proprietà al Comune. Fu un’illuminazione. Quel sorriso enigmatico, insieme ironico e ferito, diventò per lo scrittore il correlativo oggettivo di un intero modo di vedere la storia siciliana.

Il romanzo che ne uscì è una costruzione stratificata, quasi un mosaico. In navigazione verso Cefalù, il barone Enrico Pirajno di Mandralisca nota nel volto di uno sconosciuto marinaio una sorprendente somiglianza con il ritratto dell’uomo vestito di nero dipinto da Antonello da Messina, che ha appena acquistato nella bottega di uno speziale di Lipari. Di qui la storia si dipana, sullo sfondo del Risorgimento siciliano, dall’incanto delle isole Eolie fino a Messina, città continuamente cancellata dalla forza della natura, e Palermo, con il suo passato di eterna violenza politica e sociale.

La scena centrale del romanzo è però un’altra: la sommossa contadina di Alcara Li Fusi, scoppiata il 17 maggio 1860 al passaggio delle truppe garibaldine. I contadini assaltarono il “casino dei nobili” trucidando con falci e coltelli numerose persone tra cui un ragazzo. I garibaldini della colonna Medici, sopraggiunti dopo alcune settimane di anarchia, imprigionarono alcuni dei rivoltosi che, dopo un rapido processo, furono giustiziati. È su questa sommossa, e sul suo soffocamento nel sangue, che Consolo costruisce la sua amara meditazione sul Risorgimento tradito, sul popolo siciliano illuso e poi schiacciato dalla nuova borghesia post-unitaria.

Mandralisca, il personaggio

Il protagonista del romanzo è un personaggio storico realmente esistito: il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, nobile cefaludese, collezionista, studioso di malacologia, filantropo. Fu lui, nella realtà, ad acquistare il dipinto di Antonello da Messina e a lasciarlo, insieme alla sua biblioteca, alle conchiglie e agli oggetti d’arte, al Comune di Cefalù. Il museo di via Mandralisca nasce da quel lascito. Consolo prende questa figura reale e la trasforma in lente morale: attraverso Mandralisca, nobile illuminato che si interroga sulla giustizia e sulla storia, l’autore si fa portavoce del malessere delle genti siciliane e dello spirito popolare tradito dalle strutture politiche, inserendo nel racconto documenti dell’epoca spesso manipolati, in una commistione costante tra arte e narrativa, tra storia e attualità.

Il sorriso del marinaio, nel romanzo, diventa così molte cose insieme: la consapevolezza di chi ha visto e capito, l’ironia amara dell’intellettuale davanti alla violenza della storia, la sfida silenziosa al potere. Consolo lo descrive con una pagina celebre: un uomo con uno strano sorriso sulle labbra, ironico e pungente e insieme amaro, di uno che molto sa e molto ha visto, sa del presente e intuisce del futuro, che si difende dal dolore della conoscenza e da un moto continuo di pietà. Sono righe che da cinquant’anni i lettori portano con sé quando entrano al Mandralisca e si fermano davanti alla piccola tavola.

Una lingua come nessun’altra

Consolo fu uno dei più grandi sperimentatori linguistici del secondo Novecento italiano. La sua prosa non è mai neutra: è un impasto denso di italiano letterario, siciliano, termini tecnici, arcaismi, lacerti di documenti, proclami politici, dialetti arcaici. Leggere Il sorriso dell’ignoto marinaio richiede attenzione, a volte perfino fatica. Non è un libro che si scorre: è un libro che si scava, pagina dopo pagina.

Questa scelta linguistica non era un vezzo. Era, per Consolo, una necessità morale. La Storia, sosteneva, è sempre stata una scrittura continua di privilegiati, di coloro che possedevano i mezzi del narrare. Recuperare voci sepolte, lingue minori, documenti cancellati significava allora restituire dignità agli sconfitti. La sua lingua barocca, plurale, stratificata, è la forma concreta di questa restituzione. A cinquant’anni dall’uscita del libro, Cesare Segre lo avrebbe definito senza esitazioni il maggiore scrittore italiano della sua generazione.

L’affermazione e i premi

Con Il sorriso dell’ignoto marinaio Consolo si impose rapidamente come una delle voci più originali della letteratura italiana. L’anno successivo, nel 1977, divenne consulente editoriale Einaudi per la narrativa italiana, insieme a Italo Calvino e Natalia Ginzburg. Negli anni successivi arrivarono i riconoscimenti: il Premio Pirandello nel 1985 per Lunaria, il Premio Grinzane Cavour nel 1988 per Retablo, il Premio Strega nel 1992 per Nottetempo, casa per casa, il Premio Internazionale Unione Latina nel 1994 per L’olivo e l’olivastro. Tradotto in decine di lingue, divenne un punto di riferimento internazionale per chi cercava di capire la Sicilia contemporanea attraverso la letteratura.

Un libro su Cefalù

Nel 1999 Consolo tornò esplicitamente alla città che aveva contribuito a rendere letteraria. Pubblicò per Bruno Leopardi Editore di Palermo un volume semplicemente intitolato Cefalù, corredato dalle fotografie del grande fotografo siciliano Giuseppe Leone. È un libro poco conosciuto al grande pubblico, ma prezioso: la prosa di Consolo vi accompagna le immagini di Leone in una lettura affettuosa e insieme lucida della città, del Duomo, della Rocca, dei vicoli, del Mandralisca. Chi lo trova in qualche biblioteca locale ha tra le mani un piccolo canto d’amore alla città, scritto da chi l’aveva già consegnata alla grande letteratura.

La morte e l’eredità

Consolo morì a Milano il 21 gennaio 2012, dopo una lunga malattia. La moglie Caterina fece celebrare le esequie a Sant’Agata di Militello il 23 gennaio, dove fu seppellito nella cappella di famiglia. Lasciava dietro di sé un corpus letterario che nel 2015 è stato raccolto da Mondadori in un volume dei Meridiani a cura di Gianni Turchetta.

Cosa resta, oggi, di quel libro del 1976 per Cefalù? Resta prima di tutto un fatto concreto: il flusso costante di lettori che arrivano al Museo Mandralisca avendo in tasca — realmente o idealmente — una copia del Sorriso dell’ignoto marinaio. Resta la consapevolezza che un piccolo dipinto di provincia, grazie alla letteratura, è diventato uno dei volti più riconoscibili dell’arte italiana nel mondo. Resta, soprattutto, una lezione: che Cefalù non è una cartolina, ma un luogo dello sguardo. Un luogo dove, grazie a uno scrittore schivo nato sessanta chilometri più a est, si può ancora interrogare la storia e ascoltarne il sorriso ambiguo.

Mario Macaluso riflette su Consolo e il libro che ha dato un’anima a Cefalù.