In una stanza silenziosa al primo piano del Museo Mandralisca di Cefalù, protetto da una teca e da una luce calibrata con precisione, c’è un piccolo dipinto a olio su tavola che misura appena trenta centimetri per venticinque. Non è firmato, non è datato con certezza, non si sa a chi fosse destinato né chi rappresenti davvero. Eppure, intorno a quell’oggetto minuto — un Ritratto d’uomo che tutti conoscono come Il sorriso dell’ignoto marinaio — si è costruita una delle più lunghe e affascinanti storie che abbiano per protagonista un’opera d’arte italiana. Una storia fatta di restauri, attribuzioni contese, mobili da farmacia, scritture letterarie e sguardi dei visitatori. Tutto in una tavoletta più piccola di un foglio di quaderno.
Le dimensioni, la tecnica, i dubbi
Le misure ufficiali del dipinto oscillano leggermente a seconda delle fonti — trenta centimetri per venticinque circa, con una datazione collocata tra il 1460 e il 1476 — ma è la sostanza a colpire. Si tratta di un olio su tavola di noce, di piccolo formato, tipico della ritrattistica quattrocentesca destinata a una fruizione intima, privata, quasi da tenere in mano. L’uomo effigiato indossa una giubba scura e una berretta nera. La posa è di tre quarti, lo sfondo scuro e la rappresentazione essenziale derivano dai modelli fiamminghi, in particolare Petrus Christus che forse Antonello conobbe in Italia. La gamma di colori usata è limitata a poche sfumature di bianco e nero su cui risalta il volto dell’effigiato, dall’incarnato rossiccio.
Ciò che rende questo ritratto diverso dagli altri di Antonello — e sono pochi, meno di una decina quelli che gli si attribuiscono con certezza — è l’espressione. Lo sguardo è obliquo, un angolo della bocca è sollevato in un sorriso che non è proprio un sorriso, le due pieghe ai lati della bocca gli segnano il viso come incisioni. È un volto che non si può dimenticare, e che provoca in chi lo guarda una sensazione precisa: quella di essere, a propria volta, osservati.
Il mistero della provenienza
Come arrivò questo capolavoro assoluto del Quattrocento italiano in un piccolo museo di provincia? La storia ufficiale, tramandata oralmente, ha contorni quasi romanzeschi. Secondo tradizione orale, il dipinto fu regalato al barone di Mandralisca sull’isola di Lipari, dove pare che fosse utilizzato come sportello dallo speziale. Cioè come anta di un mobile da farmacia: appeso ai cardini, sbattuto quotidianamente, esposto al calore e all’umidità di una bottega isolana, mentre i clienti del farmacista — ignari — si lasciavano scrutare da quegli occhi di cinque secoli prima. Alcune fonti precisano che il mobile apparteneva alla famiglia Parisi, speziali di Lipari. Il barone Enrico Pirajno di Mandralisca, nobile cefaludese collezionista, studioso di conchiglie e bibliofilo, durante un suo viaggio alle Eolie nella prima metà dell’Ottocento riconobbe il valore della tavola e la acquistò — o se la fece donare, le versioni non concordano — portandola a Cefalù.
È una storia troppo bella per non essere almeno in parte leggenda. Ma anche Leonardo Sciascia, che sul quadro scrisse pagine memorabili, ammetteva che il dipinto fu acquistato a Lipari nella prima metà del secolo scorso dal barone Mandralisca, e glielo vendette un farmacista che se lo teneva appunto montato come sportello di un mobile da farmacia. Che la provenienza sia esatta nei dettagli o meno, il nucleo del racconto si è consolidato così, e da lì è passato alla letteratura.
Cavalcaselle e le attribuzioni
Nel 1860 — anno simbolico, quello dello sbarco garibaldino — il grande storico dell’arte Giovanni Battista Cavalcaselle analizzò il dipinto e lo attribuì ad Antonello da Messina. Realizzò anche alcuni disegni che documentano lo stato dell’opera a quella data. I bozzetti si trovano presso la Biblioteca Marciana di Venezia e furono utili per condurre il restauro del dipinto. L’attribuzione a Antonello non è mai stata messa seriamente in discussione da allora. Il problema, piuttosto, è stato capire chi fosse l’uomo ritratto.
Nel corso del Novecento si avvicendarono ipotesi diverse. Roberto Longhi, uno dei più grandi storici dell’arte italiani del Novecento, smentì con decisione l’idea del marinaio: Longhi indicò piuttosto il ritratto di un barone o di un uomo facoltoso, ma la fama del dipinto, alimentata anche da saggi e romanzi, era tale per cui ancora oggi viene indicato come il sorriso dell’ignoto marinaio. L’etichetta popolare, insomma, aveva vinto sull’attribuzione colta. E la giubba dell’uomo, che i liparoti avevano scambiato per quella di un marinaio, restava il marchio identificativo del dipinto.
I restauri
La tavola ha attraversato cinque secoli di storia non senza incidenti. Il dipinto venne restaurato nel XIX secolo a Firenze e poi di nuovo nel 1950-1953 dall’Istituto Centrale del Restauro di Roma. Tra le vicende più celebri, raccontate anche da Sciascia in una pagina del suo saggio, c’è quella di uno sfregio: secondo la tradizione, in un momento imprecisato della sua storia il ritratto sarebbe stato graffiato da una ragazza. Sciascia vi vedeva un gesto d’amore esasperato, un atto di possesso disperato — «un rito, violento e sanguinoso», scrisse, «per cui un rapporto d’amore assume uno stigma definitivo». È la prova che quel volto, fin dai primi sguardi che ha ricevuto, ha provocato reazioni forti. I restauri successivi hanno cancellato lo sfregio, ma non il mistero.
Il dipinto che parla alla letteratura
Se il Ritratto d’ignoto è diventato una delle opere più famose del Quattrocento italiano, non è soltanto per i suoi meriti artistici. È anche, e forse soprattutto, per ciò che la letteratura ha fatto intorno a lui. Vincenzo Consolo, nel 1976, ne trasse Il sorriso dell’ignoto marinaio e trasformò il quadro nel simbolo di un’intera meditazione sulla storia siciliana. Ma Consolo non fu il solo. Leonardo Sciascia gli dedicò un saggio bellissimo, raccolto poi in Cruciverba, in cui si interrogava sull’identità dell’uomo con un gioco ironico rimasto celebre: «Al mafioso della campagna e a quello dei quartieri alti, al deputato che siede sui banchi della destra e a quello che siede sui banchi della sinistra, al contadino e al principe del foro; somiglia a chi scrive questa nota; e certamente assomiglia ad Antonello. È un nobile o un plebeo? Un notaro o un contadino? Un pittore un poeta un sicario? Somiglia, ecco tutto».
Quel “somiglia, ecco tutto” è la chiave di lettura più profonda che sia mai stata scritta su questo ritratto. L’uomo di Antonello ci guarda perché è, potenzialmente, ciascuno di noi. E ciascuno di noi, entrando al Mandralisca, si trova a specchiarsi per un istante nel suo sorriso ambiguo.
Il dipinto che viaggia, il museo che lo custodisce
Negli ultimi anni la tavola di Antonello è uscita più volte dalla sua teca cefaludese per partecipare a grandi mostre internazionali. È stata esposta quattro mesi a Palazzo Reale a Milano per la grande mostra dedicata ad Antonello da Messina, dopo un’analoga esposizione a Palazzo Abatellis di Palermo. Ogni volta che parte, Cefalù trattiene il respiro; ogni volta che torna, la città si riconosce. Nel 2022, al suo rientro, il museo ha organizzato un progetto espositivo originale, Antonello vs Antonello, mettendo il Ritratto d’ignoto a confronto con un altro Ritratto d’uomo dello stesso autore, quello della Collezione Malaspina dei Musei Civici di Pavia. Due sguardi, due sorrisi, uno accanto all’altro: la più bella lezione possibile sulla ritrattistica antonellesca.
Cosa resta, davanti a quella tavola
Chi visita oggi il Museo Mandralisca e si ferma davanti al Ritratto d’ignoto si trova in una posizione privilegiata. Ha davanti un oggetto che ha attraversato oltre cinque secoli, che è stato sportello di farmacia e capolavoro del Rinascimento, che ha ricevuto un graffio amoroso e innumerevoli restauri, che è stato negato marinaio da Longhi. Ha davanti un volto che Consolo ha fatto parlare, che Sciascia ha fatto ridere, e che continua — con il suo sorriso di mezza bocca — a rifiutarsi di svelarsi.
Forse è proprio questo il motivo per cui Cefalù, a differenza di tante altre città italiane che pure custodiscono capolavori, si è così profondamente identificata con il suo piccolo dipinto. Perché un ritratto che resta ignoto è un ritratto che non invecchia mai. E un sorriso che non si lascia decifrare continua a chiamarci, generazione dopo generazione, a provare a leggerlo.















