Una ricerca della NOVA Medical School di Lisbona ha mostrato che la birra, anche analcolica, modifica positivamente il microbiota intestinale grazie ai polifenoli.
La birra è da sempre considerata una bevanda da consumare con cautela, ma negli ultimi anni la scienza sta riscrivendo il suo profilo. Diversi studi hanno mostrato che, se assunta in quantità moderate, può avere effetti sorprendenti sul nostro benessere, soprattutto attraverso l’asse intestino-cervello. Il legame fra microbiota intestinale e salute mentale è ormai un campo di ricerca molto solido: una revisione sistematica ha sintetizzato 15 studi sugli effetti del microbioma intestinale su depressione, ansia, schizofrenia e disturbo bipolare, evidenziando che la depressione è associata a una ridotta diversità microbica e l’ansia a bassi livelli di batteri produttori di acidi grassi a catena corta. In questo quadro si inserisce uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni: un trial clinico randomizzato e controllato pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry, che ha dimostrato come la birra, sia alcolica che analcolica, aumenti la diversità del microbiota intestinale — una caratteristica associata a esiti positivi sulla salute — e tenda ad aumentare l’attività della fosfatasi alcalina fecale, un marcatore della funzione di barriera intestinale. Risultati che suggeriscono benefici non solo digestivi ma anche cognitivi, dato il dialogo costante fra batteri intestinali e cervello.
Lo studio è stato condotto dai ricercatori della NOVA Medical School di Lisbona e pubblicato sul Journal of Agricultural and Food Chemistry della American Chemical Society. Si tratta di un trial randomizzato in doppio cieco a due bracci paralleli: 22 uomini sani sono stati reclutati e hanno bevuto 330 ml al giorno di birra analcolica (0,0% v/v) o alcolica (5,2% v/v) per quattro settimane di follow-up. I campioni di sangue e fecali sono stati raccolti prima e dopo il periodo di intervento, e il microbiota intestinale è stato analizzato tramite sequenziamento del gene 16S rRNA. I partecipanti sono stati selezionati fra consumatori moderati di alcol di età compresa fra i 18 e i 65 anni, senza patologie croniche con effetti rilevanti sull’apparato gastrointestinale. Il reclutamento è avvenuto nell’area metropolitana di Lisbona attraverso annunci sui social media, e i volontari sono stati invitati alla NOVA Medical School per una visita fisica e un questionario sulla storia clinica, oltre a essere monitorati per garantire che non modificassero le proprie abitudini alimentari durante lo studio.
Le differenze tra chi beve birra moderatamente e chi non la beve
I risultati hanno mostrato un quadro molto chiaro. Bere birra analcolica o alcolica ogni giorno per quattro settimane non ha aumentato il peso corporeo né la massa grassa, e non ha modificato in modo significativo i biomarcatori cardiometabolici nel sangue: una smentita parziale del luogo comune sulla “pancia da birra”, almeno per dosi moderate e nel breve periodo. Ma soprattutto, chi consumava birra mostrava un microbiota più diversificato rispetto al punto di partenza, una caratteristica che la letteratura associa a una migliore salute intestinale, immunitaria e — attraverso l’asse intestino-cervello — anche all’umore. Un dato che si inserisce in un contesto più ampio: il Flemish Gut Flora Project, uno dei più grandi studi su scala di popolazione per valutare la variazione del microbiota intestinale fra individui sani, ha mostrato che il consumo di birra è un fattore chiave nella composizione complessiva del microbiota. Chi invece esclude completamente la birra non gode di questi effetti, anche se va detto che gli stessi polifenoli si trovano in molti altri alimenti vegetali.
Cosa succede al microbiota intestinale quando non si beve birra (o quando si smette)
Il microbiota intestinale è una comunità di trilioni di microrganismi che vive nel nostro apparato digerente e che regola digestione, immunità, umore e funzioni cognitive. Nell’uomo varia a livello individuale, per localizzazione nel tratto gastrointestinale e con l’età: nell’intestino tenue si trovano prevalentemente Proteobacteria, mentre nel colon predominano Bacteroidetes. Il microbiota diventa relativamente stabile a partire dai tre anni, ma nelle persone oltre i settanta la sua diversità si modifica, con bassi livelli di Bifidobacterium e alti livelli di Clostridium e Proteobacteria. Quando questa biodiversità si riduce — per dieta povera di fibre e polifenoli, stress, antibiotici — l’intestino diventa meno efficiente, la barriera intestinale si indebolisce e l’asse intestino-cervello ne risente, con possibili ricadute su ansia, tono dell’umore e capacità cognitive. Smettere di consumare birra non comporta di per sé danni, perché i polifenoli si possono assumere da molte altre fonti (frutta, verdura, tè, cacao); ciò che gli studi suggeriscono è piuttosto che, se la birra viene eliminata da una dieta già povera di polifenoli, si perde una delle vie d’ingresso di queste molecole benefiche per il microbiota.
Cosa c’entrano (e cosa non c’entrano) l’alcol e i polifenoli del luppolo
Il punto più interessante dello studio di Lisbona è proprio qui. I risultati suggeriscono che gli effetti della birra sulla modulazione del microbiota intestinale sono indipendenti dall’alcol e potrebbero essere mediati dai polifenoli della birra stessa. La sostanza più studiata in questo senso è lo xantumolo, un flavonoide prenilato presente nei fiori del luppolo. Il contenuto di composti polifenolici della birra varia da 74 a 256 mg/l, derivato dal luppolo (30%) e dal malto (70-80%), e lo xantumolo è il suo principale flavonoide prenilato: la birra è la principale fonte alimentare di questa molecola. Diversi studi hanno mostrato proprietà interessanti: una ricerca pubblicata sempre sul Journal of Agricultural and Food Chemistry ha trovato in test di laboratorio che lo xantumolo può proteggere le cellule neuronali e potenzialmente rallentare lo sviluppo di disturbi cerebrali, suggerendolo come buon candidato per contrastare condizioni come Alzheimer e Parkinson. Va però detto con chiarezza il rovescio della medaglia: è dimostrato che più alta è la percentuale di alcol nella birra, maggiore è l’impatto dannoso sul microbiota intestinale e sulla salute in generale, e oggi nessun livello di assunzione di alcol può essere considerato sicuro. Per questo l’attenzione della ricerca si sta spostando sempre più sulla birra analcolica, che mantiene il profilo polifenolico ma elimina la componente tossica.
Cosa suggeriscono i risultati dello studio
Il messaggio che emerge dalla ricerca è duplice e va letto con equilibrio. Da un lato, una birra al giorno consumata con moderazione può contribuire alla diversità del microbiota intestinale, con potenziali ricadute positive sulla funzione di barriera dell’intestino e, indirettamente, sul benessere mentale attraverso l’asse intestino-cervello. Dall’altro, gli stessi benefici si ottengono — e in modo più sicuro — con la birra analcolica, perché gli effetti sembrano mediati dai polifenoli e non dall’alcol. «I nostri risultati suggeriscono che il consumo moderato di birra può modulare il microbiota intestinale e questo effetto sembra essere indipendente dal contenuto alcolico», concludono gli autori dello studio portoghese. La raccomandazione resta quindi quella della prudenza: le linee guida internazionali sul consumo di alcol si stanno facendo sempre più restrittive, e l’opzione analcolica appare oggi la via più ragionevole per chi vuole beneficiare delle proprietà della birra senza i rischi legati all’etanolo.















