I Saturnalia e la Sicilia del “Nannu” tra Palermo e Termini Imerese secondo la chiave di lettura di Bent Parodi

In Sicilia, il Nannu di Carnevale, non è altro che il lontano discendente dell’antico Re dei Saturnali. Infatti, i Saturnalia l’antica festa della religione romana dedicata al dio Saturno (il protettore della semina, e simbolo del tempo e della morte), fu una delle più diffuse e popolari ricorrenze della Roma antica, e veniva celebrata periodicamente a partire dal 17 dicembre.

Al dio Saturno erano dedicati i ludi dicembrini chiamati per l’appunto Saturnalia, e furono le feste tanto attese dell’anno e le più amate dai cittadini, dove lo scherzo e il disordine prendevano il sopravvento.

Per quell’occasione, in un clima di vera uguaglianza e fratellanza umana si verificava un ribaltamento dei ruoli sociali: l’autorità dei padroni sugli schiavi cessava provvisoriamente e veniva invertito da questi ultimi. Si imbandivano grandi tavole, ed erano i padroni che organizzavano per gli schiavi i conviti e, di conseguenza, ai banchetti partecipavano persone di diversa estrazione sociale e culturale.

Inoltre, si eseguivano musiche e si effettuavano danze e balli. Venivano abbattuti i vincoli e le regole morali, e si eleggeva il “Re delle Festa”: il Rex Saturnaliorum denominato anche Saturnalicius Princeps. Egli, regnava nel caos generale e organizzava nelle piazze i giochi per il popolo, mentre, talvolta, le orge, si consumavano in un clima di grande chiasso solamente nelle ville e nelle case patrizie.

Successivamente, il Re Carnevale (denominazione che poi verrà usata nel Medioevo), corrispondente al Nannu siciliano, simbolicamente veniva messo a morte, come succede al giorno d’oggi quando il Re Carnevale o Re Burla viene arso il martedì grasso. 

La commemorazione religiosa romana si svolgeva nel periodo pre-solstiziale (dal 17 al 23 dicembre), equivalente all’odierno nostro ciclo festivo, che va nell’arco di tempo da Natale a Capodanno.

Ciò nonostante, i saturnali della “Caput Mundi”, che rammentiamo, rimasero in voga sino all’affermazione del cristianesimo, ricordano nel loro peculiare svolgimento, i ritmi scanditi dell’odierna festa carnascialesca, dove il “Nannu” “personaggio centrale del Carnevale tipico siciliano” è il discendente dell’antico Re dei Saturnali. Pertanto, il “Nannu” (Nonno) del Carnevale di Termini Imerese, deriva anch’egli dal personaggio che incarna il signore della festa dei Saturnali romani, il quale, mediante l’antico rituale di purificazione, viene bruciato, insieme alla “Nanna” (Nonna), quest’ultima figura, alter ego femminile che oggi sopravvive solamente a Termini Imerese.

Con l’atto del bruciamento si esorcizza l’eliminazione del vecchio e del male, accumulato nel ciclo dell’anno precedente. Il Carnevale termitano, ruota attorno alla coppia del “U Nannu ca Nanna”. Le due maschere o meglio i due mascheroni, furono costruite nella seconda metà dell’Ottocento, e costituiscono il tipico esempio di importazione “tout court” del modello palermitano.

Infatti, mediante prove documentarie inconfutabili, possiamo finalmente definire il Carnevale di Termini Imerese, uno dei più antichi d’Italia, ed erede diretto dell’antico Carnevale di Palermo.

In realtà, per Carnevale, sin dall’Ottocento, nei quartieri storici palermitani, insieme alle diversificate maschere popolari, fu presente anche il celeberrimo fantoccio del “Nannu”.

In seguito, il vegliardo, durante la consueta sfilata nel centro storico cittadino, fu accompagnato da un’altra maschera la “Nanna”, ossia la parodia della moglie. Entrambi percorrevano in gran pompa magna, la strada più antica di Palermo: il Corso Vittorio Emanuele, l’antico Càssaro, dall’arabo la simat al balat, la “strada lastricata”, che si estende nella sua lunghezza da “Porta Nuova” a “Porta Felice”, e che nel Seicento vi si aprivano le corse di Carnevale.

Quindi, “U Nannu” personaggio tipico e centrale del carnevale siciliano è l’erede diretto dell’antico Re dei Saturnali. Tuttavia, dopo questo breve excursus, è doveroso far conoscere ai lettori quanto ha redatto sul Giornale di Sicilia il compianto giornalista e scrittore, Bent Parodi (1943-2009) personaggio di notevole levatura culturale che ho avuto l’onore di conoscere.

Parodi aveva diretto per diversi anni la pagina culturale del Giornale di Sicilia e fu dal 1998 al 2004, Presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia.

Nell’incipit del suo articolo datato 6 febbraio 1983 dal titolo: “Tragedie pagane ma con allegria”, scrive:

Nel folklore sopravvive nascosta l’anima degli antichi misteri di morte e resurrezione”. “Le nostre feste carnevalesche discendono direttamente da Saturnali romani il cui re, uno schiavo era poi messo a morte”, e infine, “L’ideologia del sacrificio e della rigenerazione del tempo diffusa in tutto il mondo asiatico, fra Oriente e Occidente”. A questo punto non mi resta altro che proporre integralmente il suo erudito “pezzo”. 

«In onore di Saturno, l’antico dio latino dell’agricoltura (e particolarmente della semina), che la mitografia classica identificò col greco Chrono (il «Tempo»), ogni anno a Roma – fra il 17 e il 23 dicembre – si svolgevano delle solenni feste religiose. E poiché si riteneva che Saturno fosse stato il re dell’età dell’oro, caratterizzata dalla libertà universale, in quei giorni commemorativi si svolgeva una specie di tripudio di carattere carnevalesco, con scambio di doni augurali, alle soglie del capodanno, e baldorie notturne; le distanze sociali sembravano temporaneamente accorciate e molte delle dure leggi servili sospese.

Gli schiavi si potevano permettere molte libertà; era costume, in questa ricorrenza religiosa del vecchio dio della società gentilizia, che i padroni ammettessero gli schiavi alla loro mensa e si compiacessero di servirli.

Ma, finita la festa, la ferrea legge del dominio di classe riprendeva il sopravvento: il re dei Saturnali (uno schiavo scelto a sorte e investito di temporanea sovranità) era messo a morte o doveva uccidersi tagliandosi la gola. E con la sua fine anche i saturnali avevano termine. Quei giorni, che in origine altro non erano stati che una festa del solstizio d’inverno (la luce delle candele, che in quell’ occasione ci si scambiava in regalo, doveva alimentare magicamente il fuoco estenuato del sole), divennero simbolo di licenziosità e di perversioni orgiastiche.

La profondità simbolica dei riti, il loro valore rigenerativo, andarono perduti e fu così che si perse anche l’antico e sano spirito pagano, preparando l’avvento delle grandi religioni orientali (fra cui il Cristianesimo) che ebbero facile terreno nella critica e nelle demolizioni della primitiva religiosità mediterranea. Il senso di colpa (o «civiltà di vergogna» , come l’ha chiamata Eric Dodds) innestò le grandi contrazioni che accelerarono la dissoluzione del mondo antico.

La sfrenatezza, che seguì alla scomparsa della purezza dei rituali, ha ancora un ricordo nel moderno Carnevale, che a giudizio degli studiosi (primo, fra questi, l’etnologo James Frazer, autore de «Il ramo d’oro»), discende direttamente dalle feste dei Saturnali.

E ve n’è anche una prova: in Italia, in Spagna e in Francia, ossia nei paesi in cui l’influenza di Roma è stata più profonda e duratura, un cospicuo carattere del carnevale è la burlesca figura che rappresenta questo periodo di feste e che, dopo una breve carriera di gloria e dissipazioni, viene pubblicamente fucilata, bruciata o in altra maniera distrutta tra il simulato dolore del popolino e tra la sua gioia reale.

Bene, questo personaggio grottesco (in Sicilia ci è conservato dalla figura d’u nannu che fa testamento) non è altro che l’immediato successore dell’antico re dei Saturnali, il signore della festa, l’uomo vero che personificava Saturno e che quando la festa aveva termine era messo a morte in una rappresentazione. La tesi di Frazer è sostanzialmente esatta: non c’è dubbio che il Carnevale si ispiri in linea diretta all’antico dio del grano seminato (Saturno da satus: seminato) e risorgente, figura laziale per molti versi affine all’egizio Osiride.

Ma la realtà storica è più complessa e le feste allegre che precedono la Quaresima rappresentano l’adattamento cristiano di diverse cerimonie pagane, dai lupercali ai baccanali e ai riti del culto di Iside (altro parallelo egizio con Saturno-Osiride).

Ma procediamo con ordine, iniziando dalla definizione. Sebbene si creda generalmente che il nome derivi da «carne-levare», cioè dal divieto quaresimale dell’uso della carne, l’etimologia del carnevale va invece riportata al carrus navalis, il carro navale, che era al centro delle celebrazioni marinaresche della dea Iside, portata in processione su un battello a ruote come patrona dei navigatori, tra le danze e i canti della popolazione (il cosiddetto Navigium Isidis, di cui è rimasta traccia nei festeggiamenti catanesi in onore di Sant’Agata).

Il tema isiaco si è incrociato, in Grecia, con quello dionisiaco. Ad Atene, al culmine delle feste Antestérie, anche il dio della vite e dell’ebbrezza aveva un suo carro navale (in origine proveniente realmente dal mare, da Mileto nella Ionia, sede d’un antichissimo culto in onore di Diòniso), che solennemente era portato in processione fra la generale licenza della gente.

Entrambi i carri navali ebbero un seguito a Roma, sempre pronta ad assimilare i costumi religiosi delle nazioni sottomesse. Si è detto già dell’influsso dei Lupercali e dei Baccanali. Vediamo un po’ diu che si tratta, cominciando dal primo dei due cicli. I Lupercali erano ricorrenze religiose di purificazione e di fertilità dell’antica Roma, celebrate il 15 febbraio di ogni anno in onore di Fauno (il satiro dei greci), identificato anche con una delle divinità totemiche del Lazio, il lupo o «Lupercus».

Due giovani, rivestiti delle pelli degli animali sacrificati, correvano intorno al Palatino, dove era localizzata l’antica grotta di Romolo e Remo, allattati da una lupa, percuotendo con cinghie di cuoio le donne che  incontravano, ansiose di garantirsi la fecondità. Residui di tali riti, soppressi solo da papa Gelasio nel 494 dopo Cristo, sopravvivono tuttora in alcune delle tradizionali usanze del nostro Carnevale, di cui si è però perduto il senso originario, quali il lancio delle stelle filanti e dei coriandoli. Più noti i Baccanali, riti dei misteri orfici, che si accompagnavano al culto di Bacco, uno dei nomi sotto cui era conosciuto in latino il dio trace Diòniso.

Dalla Grecia questo rito si trasferì nell’Italia meridionale, come espressione  religiosa degli strati provinciali e meno abbienti; e la sua rapida diffusione allarmò straordinariamente i romani. Nel 186 avanti Cristo le autorità ne ordinarono la soppressione e ne perseguitarono i seguaci; il testo dell’ordinanza, detta Senatusconsultus de Bacchanalibus, è stato ritrovato a Tiriolo (Turi) in Calabria. I romani accusarono i fautori di questo culto di licenziosità e perversione orgiastica (il che, effettivamente, avvenne ma solo molto tempo dopo); di qui il senso attribuito alla voce baccanale nel linguaggio corrente.

Lo spirito dionisiaco, nell’età materialistica dell’impero, si incrociò con quello dei saturnali: l’esteriorità del culto aveva trionfato e motivi di grande purezza religiosa si tramutarono in occasioni di sfrenata allegria o crudele licenziosità, originando l’immediato antefatto del nostro Carnevale.

Così, ad esempio, va ricordata la barbara usanza medioevale dell’uccisione (materiale) dei vecchi nell’Europa centrale di cultura slava. Quale ideologia informò queste pratiche cruente? Si credeva che la morte dell’anziano ormai inetto avrebbe favorito il ringiovanimento del mondo e della società, grazie ad una assimilazione magica.

E, per quanto aberrante, questa credenza si ritrova in qualche misura alle radici del carnevale europeo (come quelli orientali): questi festeggiamenti, durante i quali tutto era consentito, rappresentavano veri e propri rituali mistici collettivi di morte e resurrezione. Feste stagionali cosmiche, esse preannunciavano la prossima fine dell’inverno (la morte, la vecchiaia) e il ritorno della primavera (vita, giovinezza) col rifiorire della vegetazione e delle messi. E proprio come nel caso di Osiride, si faceva corrispondere all’uomo (anche al singolo) lo stesso destino della natura, come per una sorta di identificazione magica così tipica delle società pre-classiche.

E, ancora, negli antichi protòtipi del nostro Carnevale era evidente un altro diffuso simbolismo: il paradossale sovvertimento delle norme e delle regole sociali. E la stessa idea che sottendeva alle orge; l’arresto ritualizzato del tempo edil provvisorio ed apparente ritorno al caos (da qui il carattere sfrenato ed amorale di queste feste) avrebbero favorito il sorgere di un nuovo mondo, più forte, più ricco.

In definitiva, il Carnevale moderno è un fossile vivente, residuo di un’antichissima concezione del tempo, non storico ma mitico e, quindi, indefinitamente reversibile e rinnovabile con appropriate cerimonie collettive e individuali.

Ciò che oggi vediamo, a livello di folklore, non è che la parodia, la caricatura di antichi misteri fondati sul sacrificio di un mondo invecchiato perché una nuova e giovane società potesse vedere la luce purificata delle scorie del passato». (Bent Parodi)

Foto a corredo dell’articolo: Foto 1 e 2 tratte dal quotidiano GdS del 6 febbraio 1983. Foto 3 Carnevale di Termini Imerese anni Sessanta

Giuseppe Longo
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