Il binomio Palermo-Termini, tra porte civiche, manifestazioni carnascialesche e “gustose” leggende metropolitane

La “Felice” città di Palermo, Capo e Metropoli della Sicilia, e la città “Splendidissima” di Termini Imerese, vengono accomunate nello specifico, non solamente dal Carnevale ma anche dalle mura di fortificazioni di cui entrambe le città sono state un tempo egregiamente munite. Con rammarico e con un senso di nostalgia, oramai, purtroppo, si scorgono per la stragrande maggioranza le loro esigue e poche tracce diroccate, mentre, le attuali Porte accessorie sono più o meno fruibili. L’antica cerchia difensiva di Palermo risale sin dall’epoca punica. Con il susseguirsi delle dominazioni nell’Isola, la città subì nuovi ampliamenti territoriali con la conseguente formazione di nuove cinte murarie e nuove porte di accesso. Infatti, le cortine murarie di epoca cinquecentesca, con le loro monumentali e architettoniche porte d’entrata che circondavano il centro cittadino, rimasero ancora integri sino all’Ottocento. Analogamente, la città di Termini con le sue ben dieci porte civiche d’ingresso fu anch’essa degna di menzione, soprattutto per il suo poderoso e imprendibile Castello, ormai del tutto rovinosamente distrutto e ben limitatamente osservabile. Della Termini fortificata, oggi, ben poco si scorge della sua cortina di recinzione. L’unica che esibisce ancora l’ingresso originario, sia pure mancante dell’arco, e per buona sorte sopravvissuta all’articolata cinta difensiva, è la Porta Palermo. Esattamente, il toponimo prende il nome dalla direttrice viaria che, appunto, conduce verso Palermo.Tuttavia, anche il capoluogo ebbe la sua “Porta di Termini”, per la quale i viaggiatori dei Gran Tour in Sicilia, commercianti, clero, nobili, cocchieri, pellegrini, contadini, intrapresero il cammino verso la città “terminese”. Lipario Triziano, infatti, nel suo Le porte della città di Palermo al presente esistenti, Palermo, 1732, pp. 106-115, propose che l’origine della denominazione della porta predetta, fosse legata alla città di Termini, distante 24 miglia, verso la quale sarebbe stata orientata. Per amore di precisione, ricordiamo che Vincenzo Di Giovanni, nella sua opera La topografia antica di Palermo dal secolo X al XV, Palermo, 1889-1890, propone, invece, un legame tra la denominazione della Porta di Termini e le vicine antiche terme romane di Palermo.

Sfortunatamente, nella città “Felice” non vi è più traccia della “Porta di Termini”, la cui più antica menzione risale al 1171 (cfr. C. A. Garufi, Documenti inediti dell’epoca normanna in Sicilia, Palermo, 1899, p. 139), tuttavia, rimane immortalata nell’immaginario collettivo tramite le antiche stampe. La “Porta di Termini”, successivamente scomparsa, fu la principale protagonista della storia del Risorgimento siciliano, infatti, il 27 maggio del 1860 Giuseppe Garibaldi la varcò al seguito delle sue truppe per entrare a Palermo, e da allora fu chiamata anche Porta Garibaldi.   

Dunque, le due porte cinquecentesche, la palermitana e la termitana, sono caratterizzate da direzioni inverse, in una sorta di corrispondenza biunivoca. La prima Porta non più esistente, era collocata un tempo all’incirca a metà dell’attuale via Lincoln (antica strada di Alcalà), uno dei principali assi viari di Palermo, nei pressi dell’Orto Botanico.  Quella di Termini Imerese, invece è situata nell’attuale via Palermo ed era parte integrante della cinta muraria lunga circa 3,8 km. In ambedue le città, intra moenia, vi si scorgono attraverso le loro interessanti architetture i luoghi della memoria, pregni e ricchi di storia. In ugual modo anche la storia quotidiana vissuta dal popolo, con le loro alterne vicende sia tristi che di letizia. In quest’ultimo caso ad esempio, si può includere altresì, visto che sarà l’oggetto della mia esposizione, la festa carnascialesca di Termini dell’Ottocento. Tuttavia, corre l’obbligo fare una premessa sulla storia dell’antica manifestazione che è stata purtroppo mortificata. Infatti, la storia a rigor di logica, deve essere intesa come disciplina che si occupa dello studio del passato, attraverso l’uso di fonti documentali attendibili. Oggi, purtroppo, a Termini Imerese la norma non viene rispettata. In realtà da circa venti anni a questa parte sono state propinate parecchie leggende metropolitane, inerenti l’antico carnevale di Termini, che quest’anno ha compiuto la veneranda età di 142 anni!

Queste “gustose” leggende metropolitane sulle origini del carnevale di Termini, sono prive di un pur minimo supporto documentario.Gli illustri Giuseppe Pitrè, e Salvatore Salomone Marino, figure di alto spessore, senz’altro determinanti per la nascita e l’affermazione dell’etnografia e della “scienza del folclore”, si rivolterebbero nella tomba al solo ascoltare questi racconti fantasiosi, ma privi di fondamento scientifico. Ciò vale anche nei confronti dello storico ed etnologo termitano Giuseppe Patiri (che è stato il precursore, del comitato organizzatore del Carnevale, istituendolo per la prima volta a Termini nel 1876) ed anche il noto storico termitano e giornalista Giuseppe Navarra.

Ricordiamo che nel 1860 prima della cacciata dei Borboni da Termini, Giuseppe Patiri era appena quindicenne e che nel febbraio del 1876 l’anno in cui egli scrisse il “proclama del carnevale” (recentemente venuto fortunosamente alla luce) aveva già compiuto 30 anni. Nessuno, più di lui avrebbe potuto raccontarci cosa era successo nell’ambito degli albori  del folklore di Termini prima ancora del fatidico moto del 1848. Una leggenda metropolitana vorrebbe che l’origine del carnevale termitano fosse legata a presunti immigrati partenopei stanziatisi fuori Porta Palermo, e soprannominati per l’appunto Napoliti/Napolitì. Patiri, come è noto, fu il referente a Termini, di Giuseppe Pitrè e per le sue ricerche storiche si avvalse anche dell’aiuto degli ottuagenari del suo tempo, che l’avrebbero sicuramente informato di ciò, ma negli scritti di entrambi non troviamo alcun riscontro. In realtà, esistette una singola famiglia soprannominata Napoliti (il cui cognome era Giuffré) e che diede il nome alla via omonima situata proprio nel quartiere fuori Porta Palermo. Per buona pace dei sostenitori della “teoria” partenopea del carnevale termitano, non vi sono riscontri documentati né relativamente ad una presunta origine napoletana della famiglia Giuffré, Napoliti di Porta Palermo, né sulla possibile ascendenza partenopea del carnevale termitano. Del resto, il già citato Prof. Giuseppe Navarra, secondo quanto ci ha confermato il Generale Mario Piraino, suo nipote, non ha mai rilasciato dichiarazioni né riguardo una presunta origine partenopea del carnevale né sulla esistenza delle due maschere del nannu e della nanna nella prima metà dell’Ottocento.

In realtà, le due maschere furono costruite nella seconda metà dell’Ottocento da un ignoto artigiano locale a imitazione delle maschere che già esistevano a Palermo e che facevano sfoggio di sé durante il famoso corteo lungo Corso Vittorio Emanuele.

Ulteriori considerazioni, relative all’origine del quartiere fuori Porta Palermo, confermano che esso non esisteva ancora durante il dominio borbonico.

Nella “Pianta Geometrica della Città di Termini e delle Vedute Campestri”, opera del “capomastro delle fabbriche della città”, Gabriele Castiglia (1836), che si conserva presso il locale Museo Civico, non è presente alcun quartiere ubicato “fuori Porta Palermo”. L’anno successivo, due regi rescritti stabilivano nel “Regno delle due Sicilie” in quali fortezze (tra le quali era compresa anche quella di Termini Imerese) dovevano porsi i limiti dell’area di servitù militare attorno alle fortificazioni e relative pertinenze, nella quale doveva vigere l’assoluto divieto di edificabilità per un raggio difensivo di canne trecentosessantotto napoletane (1 canna napoletana equivale a m 2,6) dalle strutture murarie. Addirittura, nel raggio difensivo di settantatré canne napoletane e palmi sei (il palmo napoletano era la decima parte della canna), dalle fortificazioni, non era consentito né di farsi i lavori di manutenzione né di abbellimento, senza il permesso scritto da parte delle autorità militari. Ne consegue che nel settore ubicato fuori Porta Palermo rimase interdetta la costruzione di qualsiasi ulteriore abitazione praticamente sino alla caduta del governo borbonico e l’annessione della Sicilia (1860). Il quartiere fuori Porta Palermo, infatti, sorse poi soltanto negli anni 80′ del XIX secolo, come documentano le deliberazioni comunali del tempo.

Foto a corredo dell’articolo:

Porta di Termini da Le Porte della Città di Palermo al presente esistenti, descritte da Lipario Triziano palermitano,Palermo 1732

Giovanni Fattori, Garibaldi a Palermo, da (www.settemuse.it). Le camicie rosse sono impegnate il 27 maggio 1860 negli scontri all’ingresso di Palermo nei pressi Porta Termini

Termini Imerese, Porta Palermo, nel primo Novecento, con i cancelli collocati nel 1883

Giuseppe Longo
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