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Introduzione alla Lettera Pastorale del Vescovo Giuseppe

Carissimi fratelli e sorelle, amati dal Signore e da me, vostro vescovo e amico,

prima di tutto voglio con grande gioia ringraziarvi per la vostra presenza e il vostro convenire questo pomeriggio in questa Basilica Cattedrale per l’apertura del nuovo Anno Pastorale. Grazie per il vostro essere Chiesa! Siamo tutti discepoli di Cristo e tutti chiamati alla santità. È questa la nostra vocazione.
La Lettera che stasera vi consegnerò non è stata scritta di getto: non è stata partorita in un’unica giornata passata dietro alla scrivania. Essa è il frutto quotidiano di tanti appunti, di continue note che riempivano i miei fogli. Un vero e proprio diario di bordo.
In questi ultimi mesi, pensando alla Parte buona che non ci sarà tolta, quanto man mano osservavo, ascoltavo e toccavo col mio cuore, visitando le parrocchie, negli incontri pastorali e nei tanti colloqui personali, veniva sinteticamente trascritto.
Ecco perché ritengo che la Lettera non sia stata composta soltanto dalle mani e dal cuore del vescovo, ma dalle mani e dal cuore di tutti voi. Vuole essere una trasposizione fedele delle vostre ansie, speranze, bisogni, emergenze, ferite e attese.
Dei sogni della nostra Chiesa di Cefalù, espressi nella calda estate di quest’anno durante i tavoli sinodali. Contiene il nostro presente. “Invisibilmente” ci sono le vostre storie plasmate di sacrifici, vite consumate nel servizio, nella fatica del lavoro.
“Invisibilmente” ci sono i nostri disagi, i nostri fallimenti, le nostre solitudini, forze e ricchezze. È per certi aspetti anche la storia di un viaggio che facciamo insieme ormai dal 14 aprile dello scorso anno.
Osservandovi per la prima volta in questa splendida Basilica Cattedrale, sotto lo sguardo benedicente del Pantocratore, ho intuito che per il nostro cammino era necessario un punto di partenza, una rampa di lancio che chiamiamo: “Ritrovare l’essenziale”.
È iniziato così un viaggio che ci ha visto e che ci vede camminare insieme alla ricerca dell’essenziale.
Nello scrivere la Lettera ho utilizzato come sottofondo il racconto di Antoine de Saint-Exupèry, il Piccolo Principe, e mi sono ritrovato a vestire i panni di un pilota di aereo per trasportarvi su otto pianeti diversi e su ognuno andare in cerca dell’essenziale:

– DIO
– GIUSEPPE
– FEDE
– DOMENICA
– KÈRYGMA
– FAMIGLIA
– PRESBITERI
– FEDE POPOLARE

Su ogni pianeta ci farà compagnia la volpe astuta, pronta ad indicarci i passi da gettare per “addomesticare” la vita e le Comunità all’essenziale.
La rampa di lancio – dicevo – la chiamo appunto: “Ritrovare l’essenziale”. È il nostro punto di partenza; la pista di atterraggio, invece, la Carità: tutto deve orientarci al rapporto con gli altri, ad atteggiamenti di vera prossimità.
L’epistola porta con sé il peso dei nostri continui e repentini cambiamenti sociali che lasciano il solco anche nel cammino delle nostre parrocchie.
I cambiamenti sociali non devono confonderci, smarrirci, scoraggiarci. Vediamoli come dei segni dei tempi da illuminare col Vangelo. “La Parte buona che non ci sarà” tolta contiene tutta la fatica quotidiana che comporta il vivere oggi la nostra fede. A un certo punto del viaggio ho intuito che le sole vesti del pilota d’aereo non bastavano. Dovevo e devo essere anche un seminatore.
Lo stimolo mi è arrivato da Papa Francesco. Ai Vescovi del Madagascar ha detto: «Ogni vescovo deve conoscere la sua terra. Come il seminatore che la “tocca”, la “sente” e la prepara perché possa dare il meglio di sé.
Il vescovo, a immagine del seminatore, è chiamato a spargere i semi della fede e della speranza nella sua terra. A tale scopo, deve sviluppare quel “fiuto” che gli consenta di conoscerla meglio e anche di scoprire ciò che compromette, ostacola o danneggia la semente». Le domande inserite nello spazio riservato ai passi sinodali da compiere consideratele, pertanto, i semi che vi dono e vi chiedo di spargere sul “terreno” delle nostre comunità e dei nostri cuori.

A proposito di semi mi ricordo di aver letto un racconto in un testo di Bruno Ferrero:

Un giorno, Dio decise di aprire anche Lui un negozio sulla Terra. Chiamò l’Angelo più bello e più gentile e gli disse: “Tu sarai il mio commesso e venderai i Miei Prodotti”.
Appena si sparse la notizia del “Negozio di Dio”, tutti corsero per gli acquisti.
“Che cosa vendi, Angelo bello?” – domandò il primo arrivato.
“Ogni ben di Dio!”.
“E fai pagare caro?”.
“Oh, no! I Doni di Dio sono tutti gratuiti”.
Il cliente, stupefatto, non sapeva darsi una spiegazione. Contemplava, meravigliato, il grande scaffale con “anfore d’amore”, “pacchi di speranza”, “scatole di pace”, “flaconi di gioia” …
Si fece coraggio e, poiché aveva un immenso bisogno di tutto, chiese: “Dammi un po’ di ‘Perdono – un po’ d’Amor di Dio – un cartoccio di Felicità – un vasetto di pazienza – una mestola di Umorismo – un barile di Coraggio e Speranza quanto basta!”.
L’Angelo, gentile, si mise immediatamente a preparare tutta quella merce.
Dopo un po’, ritornò con un pacco piccolissimo, grande quanto un cuore.
Il cliente non potè fare a meno di esclamare: “Tutto qui?”.
L’Angelo, con voce solenne, gli spiegò:
“Eh, sì, mio caro: nella Bottega di Dio non si vendono frutti maturi, solo piccoli semi da coltivare”.

Il Vangelo – ci ricorda Papa Francesco – è seme per il bene della società e richiama e mai esclude il contributo di tutti.
In questo viaggio nel tenere tra le mani i semi della speranza ho pensato soprattutto ai giovani. Andrea Camilleri in un libretto, dedicato alla piccola pronipote, Ora dimmi di te. Lettera a Matilda. (2018) su di loro ha scritto: «I giovani hanno la capacità di ridare alla politica la sua etica perduta. Hanno la possibilità di dare un senso diverso e nuovo alla vita comune.
Hanno la possibilità di far risorgere il nostro paese non solo economicamente, ma infondendo la forza trascinante di un ideale nuovo». Per me questo ideale nuovo che i giovani custodiscono è la ricerca dell’essenziale. Nella ricerca dell’essenziale i giovani con le loro speranze possono diventare i nostri maestri. Attraverso i giovani il futuro entra nelle nostre comunità, nelle nostre case, nelle nostre vite e nelle nostre coscienze.
Approfitto per presentarvi un gruppo di sei giovani che abiteranno il nostro seminario per i prossimi anni: Gianluca, Alessio, Daniele e Benjamin; Wilfrid Michel e Gabriel della Diocesi di Obala in Camerun.
E vi do anche un’altra bella notizia: il prossimo 27 dicembre, festa di San Giovanni Apostolo ed Evangelista, conferirò il sacramento dell’ordine nel grado presbiterale al giovane Don Luigi Volante, siete tutti invitati a partecipare a questo lieto evento per ringraziare il Signore per il dono di un nuovo sacerdote.

Nella Lettera rispondo all’anziano sacerdote che mi ha posto la domanda sulla “porta”: “come mai il Signore ha chiuso la porta delle vocazioni, forse vuole aprirne un’altra?”.
“è necessario riaprire la porta della comunità per il dono di vocazioni al sacerdozio.
Nella misura in cui cresce la fede delle comunità e il protagonismo delle famiglie, dei laici, sono certo che il Signore manderà nuovi operai nella sua messe”.
La lettera non segue nei dettagli i canoni o le regole che governano la stesura di un’epistola. Può sembrare un po’ lunga, corposa. Infatti, in ogni “pianeta” ci sono delle parti che si possono configurare come catechesi bibliche, liturgiche. Vi confesso che in coscienza ho sentito forte il bisogno di offrire dei contenuti. Di darci del cibo. Siamo tutti figli del Concilio, che ha riscoperto la portata teologica della storia umana.
La lettera non è da leggere di corsa, tutta d’un fiato; dall’inizio alla fine; magari in un solo giorno o in una notte. È una lettera da leggere capitolo per capitolo. Un capitolo al mese. Infatti, consiglio ed esorto vivamente e paternamente i nostri amati parroci a pianificare ogni mese per tutta la comunità un apposito incontro dedicato alla lettura di un capitolo della “Parte buona che non ci sarà tolta”. Un capitolo al mese. Metodologicamente consiglio che la lettura personale sia accompagnata da quella comunitaria.
Nella Lettera al termine di ogni “pianeta”, ovvero di ogni capitolo, ho voluto per i passi sinodali da compiere presentarli secondo due prospettive: per me e per la comunità; l’essenziale per me e per la comunità. Ho unito il per me e il per la comunità in un unico binomio. Non dobbiamo mai separare il cammino personale dal cammino comunitario. In un contesto culturale che spalanca gratuitamente le porte all’egoismo e al narcisismo dobbiamo sempre più convincerci del valore unico ed insostituibile del cammino personale che si innesta nel cammino sinodale e solidale. Dobbiamo essere testardi, fortemente e sapientemente testardi nel pensare e realizzare ogni cammino personale nella comunità, con la comunità, per la comunità.
Mi stanno particolarmente a cuore i “pianeti” dedicati alla pietà popolare, alla famiglia, alla domenica e ai presbiteri. Non ho voluto stilare una lettera a parte per i soli presbiteri, in modo riservato. È una scelta che per me ha un chiaro significato, un obbiettivo. Per me parlare ai presbiteri significa anche parlare alle comunità e parlare dei presbiteri significa parlare delle comunità. Anche presbiteri e comunità sono un unico binomio. I presbiteri non sono separati dalle comunità.
Il problema dell’invecchiamento del clero e della crisi vocazionale non è un problema solo del vescovo e del presbiterio, ma di tutte le Comunità. Dobbiamo viverlo così. La Comunità deve farsi custode dell’identità del presbitero, del suo ministero e della sua crescita. Favorite per i nostri sacerdoti, per i nostri parroci ogni occasione di crescita: ritiri, esercizi spirituali, corsi di aggiornamento, pellegrinaggi. Cari presbiteri, vi comunico che saranno chiamati in Assemblea il 24 ottobre ad Alia. Vi chiedo di essere liberi da impegni pastorali ogni giovedì della settimana per gli incontri di fraternità presbiterale.
Non consideratevi mai dei supplenti dei preti perché la parrocchia non è il prete. Queste esortazioni non coglietele come accattivanti slogan legati ad un paternalismo buonista o ad uno sterile paternalismo, ma come condivisione di un servizio, di una missione.

A tal proposito vi ho scritto:

Una concentrazione sul nucleo essenziale del ministero avrebbe due grandi vantaggi. Il primo consisterebbe nell’abbandono del modello di un prete manager per l’affermazione dell’altro modello, quello dell’evangelizzatore e del maestro e padre spirituale della comunità. L’altro effetto benefico consisterebbe nella liberazione di spazi per l’effettiva valorizzazione dei moltissimi carismi di cui il popolo cristiano è dotato e che non si espandono, perché alla fine sembra che la missione della Chiesa sia esclusivamente problema e responsabilità dei soli preti. Se una comunità è matura nella fede, anche l’avvicendamento dei parroci viene accolto con serenità, perché la parrocchia non è il prete.

A tal proposito chiarisco che il vescovo, come dice il termine stesso, è uno che ha lo sguardo dell’insieme della comunità diocesana. Il vescovo quando visita le comunità ne percepisce i bisogni e le attese, riceve lettere, riceve i sacerdoti, i diaconi e i laici nei giorni stabiliti. Posso dire che buona parte del mio tempo la dedico all’ascolto. Per cui il vescovo sceglie e agisce a ragion veduta e non per desiderio di potere, non per risentimenti o per simpatie, ma con coscienza retta. Nell’avvicendamento dei parroci tengo conto di tutto quello che vedo e ascolto. Poi non è la comunità a scegliersi il parroco, è il vescovo che lo affida. Non esistono parrocchie più importanti o più prestigiose, sono caduti i titoli di arcipreture, matrici, e simili; tutte le comunità hanno la stessa dignità perché sono corpo di Cristo. Non esistono titoli che dichiarano un avanzamento di carriera per i sacerdoti.
Nella Chiesa esistono “servizi” e non “titoli”. Sono criteri mondani che non appartengono al Vangelo. Così chiarisco una volta per sempre che è inutile scrivere lettere anonime: chi le scrive sappia che esse vengono immediatamente cestinate.
Per me è una lettera anonima anche quella scritta da una persona o da un gruppetto che si firma falsamente come “la comunità”. Una persona o un gruppetto non rappresentano la comunità. E poi quante sterili polemiche sono state messe in piedi sui social network! Non lasciamo che questi strumenti, ottimi per abbattere le distanze e comunicare, perdano il loro nobile scopo, finendo con il diventare piazze aperte a facili pettegolezzi e pesanti calunnie.
Sin dal primo giorno del mio ministero, mi sono messo in ascolto: chiunque avesse dubbi sul percorso pastorale in atto venga a trovarmi in Episcopio. Preferisco sempre un dialogo sereno, fraterno e sincero.
Il fatto che all’inizio di un mandato pastorale, per breve tempo, nomino un amministratore e non un parroco, è dettato dal rispetto per il sacerdote e per la comunità. Non imporre subito un parroco, ma consegnarlo gradualmente e dare al sacerdote il tempo di conoscere la comunità prima di operare le scelte pastorali opportune. È successo non poche volte in passato che nominato un parroco, dopo pochi mesi è stato cambiato per diversi motivi anche validi.

Sentitevi, pertanto, tutti quanti ascoltati, sostenuti ed amati dal vostro vescovo. Chiediamo al Signore che questo viaggio alla ricerca dell’essenziale faccia in modo che tutta la nostra Chiesa diventi lo spazio della carità.
Un nuovo spazio sarà aperto in Castelbuono, presso i locali adiacenti alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, per l’accoglienza degli immigrati e che sarà chiamato “Casa del mandorlo” e responsabile di tale servizio sarà Don Lorenzo Marzullo, che vanta una lunga e bella esperienza missionaria.
Approfitto per comunicarvi che il 5 maggio 2020 si terrà un Convegno nel 50° anniversario della morte del Vescovo Mons. Emiliano Cagnoni, organizzato dal Servizio pastorale diocesano per la Cultura insieme all’Archivio storico della Diocesi. Comunico che oggi ho nominato il nuovo responsabile dell’Ufficio Amministrativo Diocesano, nella persona del Geom. Cosimo Ficano.
Un sentito ringraziamento al Rag. Mauro Ferrarello per il servizio svolto con competenza e fedeltà in questi dieci anni.
Lasciamoci allora Trasfigurare dell’essenziale!
Concludo affidando a San Giuseppe, icona dell’uomo essenziale, il nostro bisogno di sognare, di tornare all’utopia. Ne abbiamo bisogno tutti e ad ogni età della vita. Qualsiasi viaggio ha bisogno dei sogni, badate, non delle illusioni. La vita è un viaggio.
I sogni sono, come l’essenziale, la parte buona di questo viaggio che non ci sarà tolta.

✠ Giuseppe Marciante
Vescovo di Cefalù