Identità «di genere», non … cultura «degenere»

A ridosso dell’8 marzo e ricordando il denigratorio carro carnevalesco di Blufi (per cui si rimanda a questa testata), rifletto come donna e psicoterapeuta, su cosa rimane oggi del senso originario dell’“identità di genere”. In psicologia, essa attiene ai vissuti profondi del sentirsi e dell’essere uomo o donna, si riferisce alla femminilità e maschilità sia come strutture mentali e di comportamento socialmente o culturalmente acquisite, che come dato genetico/biologico/fisico.

E’ un dato storico che tale differenziazione e l’appartenenza di genere, abbiano assunto i tratti della “disuguaglianza” tra i sessi e della “prevaricazione” degli uni sulle altre, come storiche sono le innumerevoli, coraggiose lotte, ingaggiate dalle donne. Eppure oggi siamo prepotentemente richiamati a riflettere su cosa stia accadendo nella nostra società, perché pare che delle battaglie e dei progressi raggiunti si sia smarrito il senso. Penso al degrado educativo e sociale che ormai dilaga, rappresentato anche dall’imperversare di pubblicità piene di donne seminude, post sui social network con foto e immagini che espongono parti del corpo femminile in modo gratuito, senza alcun pudore e tanto, tanto altro ancora.

Tale degrado esprime una subcultura in cui si è perso il senso del rispetto per l’altro, uomo o donna che sia; perché il carro di Blufi, degradante e oltraggiante le donne, credo sia da ritenere offensivo per tutti e senza distinzioni.

Insisto sul concetto di perdita. Perdono le donne, se fanno del proprio corpo un vessillo identitario più forte, più credibile della loro intelligenza o se credono che l’“esibizione” della fisicità sia il modo per trasmettere e affermare la propria femminilità; perdono gli uomini se esprimono, sostengono, si accontentano o cedono a questo tipo di pensiero e atteggiamento verso le donne.

Della nozione di “genere” -fondamento per il costituirsi di identità diverse- con ruoli, modalità relazionali, sensibilità, limiti e risorse caratterizzanti, si coglie solo l’idea di “sesso” nell’accezione materiale e non come “sessualità”, che è un vissuto ben diverso in cui si esprimono modi di essere, di sentire, di vivere la propria corporeità nel rapporto con l’altro.

Credo che l’involuzione culturale cui assistiamo, stia alla base di una concezione delle donne e dei rapporti uomo-donna, che prima si insinua nelle menti e poi nutre, dà forma, giustifica condotte prevaricanti, vessatorie, abusanti e violente sia a livello psicologico – subdolo “mostro”, arduo da affrontare nelle cause e negli effetti- che fisico. Occorre “educare” e “sensibilizzare” al rispetto per se stessi e per l’altro, perché a un uomo violento non è stato insegnato ad aver riguardo per le donne e una donna che subisce, fa dolorosamente i conti con quel “non amore” per sé, in cui trova linfa un senso di “annullamento” in nome del presunto “amore” per l’altro.