“Trasformare deserti in foreste”: con queste parole, Papa Francesco ha consegnato un’eredità di speranza e responsabilità che ancora oggi ci accompagna.
La sorpresa del Papa nel cuore verde di Roma
Era il 22 aprile di dieci anni fa, una giornata segnata da un’allerta meteo che avrebbe scoraggiato chiunque. Eppure, senza alcun preavviso, Papa Francesco fece il suo ingresso a Villa Borghese, tra le tende e i sorrisi del primo Villaggio per la Terra, allestito da Earth Day Italia e dal Movimento dei Focolari.
Una visita inaspettata, in un giorno simbolico: la Giornata Mondiale della Terra, scelta dal Segretario Generale dell’ONU come data per la ratifica dello storico Accordo di Parigi sul Clima. Un’intesa che, come ha ricordato Pierluigi Sassi, presidente di Earth Day Italia, «senza la sua enciclica Laudato si’ non si sarebbe certo mai raggiunto».
Non una celebrazione, ma una carezza alla città ferita
Papa Francesco non era lì per celebrare un traguardo personale, ma per condividere, ascoltare, farsi parte di un’umanità in cammino. «Le tante organizzazioni che avevano marciato per lui prima della COP21 — racconta Sassi — si erano volute ritrovare nel cuore verde della Città Eterna, per mettere in luce il tanto bene che a Roma si faceva per l’umanità ferita e per l’ambiente degradato.»
Era l’anno del Giubileo della Misericordia e la città era ancora scossa da scandali di mafia e corruzione. Eppure, il clima quel giorno fu tutt’altro che cupo. «Ricorderò per sempre le risate fatte insieme sul palco — dice Sassi — il clima era quello allegro di quattro amici al bar, insomma proprio quello che piaceva a lui».
Un gesto storico: un Papa tra la gente per l’Earth Day
Per la prima volta un Papa entrava a Villa Borghese e camminava tra la folla, nella polvere del Galoppatoio. Ascoltava le storie di chi combatteva contro il cambiamento climatico, contro l’azzardo, la paura dello straniero, l’esclusione. «Ogni realtà raccontò del proprio lavoro con semplicità, come un figlio farebbe con il papà», ricorda Sassi.
Francesco ascoltava senza fretta, con sguardi colmi di tenerezza e complicità. E quando fu il suo momento di parlare, accadde qualcosa di speciale.
Un raggio di sole tra le nubi: parole che restano scolpite
Il cielo era scurissimo, minacciava pioggia. Ma Francesco, sorridendo, mise da parte il discorso scritto e parlò a braccio. E proprio allora, «un raggio di sole come per miracolo si fece largo tra le nubi illuminando il Suo volto», racconta Sassi, incredulo ancora oggi.
Poi le parole che risuonarono come una benedizione per tutti:
«Voi mi avete mostrato tante realtà diverse… segno che avete accolto la diversità dell’altro per unirvi in questo Villaggio… tanta diversità crea confusione, ma questa è la confusione della Vita… voi portate la Vita lì dove c’è il deserto… ed è bello questo lavoro che voi fate: il lavoro di trasformare deserti in foreste».
Ecologia integrale: un messaggio che ha cambiato il mondo
Non fu solo un discorso. Fu un manifesto. Un modo nuovo di intendere l’ecologia, quella integrale, in cui la cura dell’ambiente non può prescindere dalla cura degli ultimi. «Una ricchezza costruita sulla miseria di miliardi di poveri è illegittima», ricorda Sassi con forza. Anche l’indigeno più remoto merita attenzione e rispetto. Perché questa Terra è la nostra casa comune.
Francesco non parlava da leader. Parlava da fratello.
Un’eredità che continua
A dieci anni esatti da quel giorno, proprio alla vigilia del 55° Earth Day, Papa Francesco ci ha lasciato. La coincidenza è potente. Due date vicine, due Giubilei distanti dieci anni, come se quel Villaggio fosse stato simbolicamente abbracciato dal Papa che lo ha ispirato.
«Con pochi semplici gesti, con poche semplici parole, ha saputo creare la piccola e allo stesso tempo grande esperienza di amicizia che il Villaggio per la Terra rappresenta», scrive Sassi.
E andandosene nel Lunedì dell’Angelo, quasi come un segno, ha affidato a milioni di cittadini di buona volontà la missione di custodire la Terra e i suoi popoli più fragili.
Insegnandoci che sì, anche noi possiamo trasformare deserti in foreste.
Commento all’articolo di Pieluigi Sassi sull’Osservatore Romano















