Cefalù non è più agricola: la costa abbandona la zootecnia. Ma il territorio paga un prezzo alto

Cefalù è oggi una delle città più visitate d’Italia, una destinazione internazionale capace di attrarre milioni di turisti ogni anno. Ma dietro l’immagine luminosa della capitale del turismo siciliano esiste un’altra storia, meno raccontata e molto più profonda: quella della lenta scomparsa dell’agricoltura, della fine della zootecnia costiera, della perdita di un tessuto produttivo che per secoli ha modellato identità, paesaggio ed economia. Il Censimento dell’Agricoltura 2020 fotografa questa trasformazione con numeri netti, quasi impietosi, che rivelano un divario enorme tra la costa e l’interno madonita.

A Cefalù i bovini censiti sono appena seicentouno. Bastano pochi chilometri verso l’entroterra per entrare in un altro mondo: Gangi, Geraci Siculo, Petralia Sottana e Petralia Soprana superano tutti i novemila capi. È una differenza che non si spiega solo con geografia e altitudine. È l’esito di un cambiamento strutturale che ha investito Cefalù a partire dagli anni Ottanta e Novanta, quando la crescita urbana, la pressione edilizia e l’espansione turistica hanno iniziato a occupare gli spazi che un tempo appartenevano a masserie, pascoli e piccole aziende familiari.

Negli anni Settanta, tra Sant’Ambrogio, Guarneri, Ferla e Monte, la zootecnia era ancora presente. Non era un settore industriale, ma una rete capillare di famiglie che producevano carne, latte e formaggi per il consumo locale. La costa era un mosaico di orti, appezzamenti, stalle e piccoli recinti, una fascia viva che dialogava con la montagna. Oggi quel mosaico non esiste più. Le stesse aree agricole sono diventate residenziali, ricettive, turistiche o semplicemente troppo costose per sostenere attività zootecniche moderne.

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Il censimento mostra lo stesso divario anche negli ovini. Cefalù ne conta cinquecentoquaranta, mentre Gangi supera incredibilmente quota novemilaseicentocinquantadue. Petralia Soprana registra oltre milleottocento capi. È in queste differenze che si legge la vera nuova geografia della produzione: le Madonie interne continuano a essere luoghi di pastorizia viva, mentre la costa ha interrotto quasi completamente il suo rapporto con l’allevamento. Lo stesso vale per i caprini, dove Cefalù ne registra ottocentosettantadue, mentre Pollina, San Mauro e Collesano mostrano numeri molto più elevati.

Il dato più simbolico, però, è quello dei suini. Cefalù ne registra zero. È un’assenza totale che certifica la fine di una filiera intera. Al contrario, Polizzi Generosa supera i duemila capi, Petralia Sottana arriva a duecentotrentanove. Qui sopravvive il suino nero siciliano, le piccole aziende familiari e le produzioni storiche che caratterizzano da sempre la montagna. La costa, invece, non ha più gli spazi, le condizioni urbanistiche e, soprattutto, la convenienza economica per sostenere un allevamento del genere.

Tutto questo ha modificato la struttura economica di Cefalù. Il turismo è diventato totalizzante e ha portato benessere, lavoro e opportunità, ma contemporaneamente ha eliminato la possibilità di diversificare il tessuto produttivo. Una città così esposta al turismo dovrebbe affiancare all’accoglienza una filiera agricola moderna, efficiente, controllata e identitaria, capace di fornire prodotti locali autentici, di generare occupazione specialistica, di alimentare il settore ristorativo e di trattenere ricchezza nel territorio. Invece, l’abbandono dell’agricoltura ha creato un vuoto che si riflette direttamente sull’economia locale.

Contrariamente a quanto si pensa, Cefalù non è la porta naturale dei prodotti madoniti. Anzi, per molti produttori dell’entroterra raggiungere il mercato commerciale cefaludese è diventato sempre più difficile. Non esistono filiere strutturate, non esistono accordi stabili, non esistono sistemi di distribuzione locali realmente integrati. A prendere spazio sono state le grandi catene, i distributori nazionali e internazionali, i prodotti standardizzati che arrivano dalle piattaforme logistiche e che spesso costano meno dei prodotti locali, ma ne annullano completamente il valore identitario.

Così, nelle vetrine e nelle cucine di Cefalù, spesso finiscono formaggi industriali, carni d’importazione, salumi confezionati fuori regione, verdure provenienti da altre parti d’Italia o addirittura dall’estero. Questo sistema commercialmente conveniente, ma culturalmente povero, penalizza drasticamente gli agricoltori delle Madonie, che producono caciocavalli, pecorini, ricotte e salumi di qualità, ma faticano a trovare spazio proprio nella città che dovrebbe essere la loro vetrina naturale. È un paradosso che mostra tutta la fragilità del nuovo equilibrio economico tra costa e montagna.

Cefalù promuove un’immagine di Sicilia autentica ma, nella realtà, consuma pochissimo del suo territorio. Le Madonie, al contrario, resistono producendo eccellenze che non sempre arrivano ai circuiti dove si potrebbe dare loro valore. Se la costa avesse conservato una filiera agricola, anche ridimensionata ma moderna e integrata con il turismo, oggi la città sarebbe più autonoma, più solida e meno esposta alle oscillazioni del mercato turistico. E l’entroterra avrebbe un alleato credibile, capace di valorizzare produzione, lavoro, cultura e identità.

Il censimento racconta una storia chiara: la costa ha scelto il turismo, la montagna ha mantenuto l’agricoltura. Ma questa separazione non genera ricchezza condivisa. La Sicilia cresce solo quando mare e terra dialogano, quando l’accoglienza valorizza la produzione, quando il commercio sceglie la qualità del territorio anziché la comodità delle grandi distribuzioni. Cefalù guarda al mare e costruisce il suo futuro con la forza dell’ospitalità, ma ha bisogno di recuperare un rapporto serio con la terra se vuole rafforzare la propria economia. L’interno guarda alla terra, ma ha bisogno della costa per uscire dall’isolamento e trovare nuovi mercati.

Due anime diverse, distanti pochi chilometri ma legate dallo stesso destino. Solo un dialogo nuovo, consapevole e strutturato tra costa e montagna potrà restituire equilibrio a un territorio che ha ancora tutte le potenzialità per crescere insieme.

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